domenica 24 novembre 2013
La guerra civile islamica nei desiderata occidentali
Sciiti-sunniti
La frattura che si allarga nell’Islam
di Roberto Toscano La Stampa 23.11.13
Non
vi è dubbio che l’Islam sia oggi percepito in Occidente in chiave di
minacciosa conflittualità, e – per alcuni addirittura di sfida globale
alla pari di quella che per gran parte del secolo scorso era costituita
dal comunismo sovietico. Vi sono molte semplificazioni in questa tesi,
soprattutto in quanto essa presuppone, arbitrariamente, l’esistenza di
un Islam non solo unificato, ma compatto sulle posizioni più militanti.
La
realtà è ben diversa, non solo perché – dal Marocco alle Filippine –
vediamo una grande varietà di modi di essere musulmani (a seconda
della storia di ciascun popolo, delle particolarità culturali, delle
appartenenze etniche) ma anche perché esistono, oltre alle differenze,
vere e proprie fratture, di cui la più importante è la
contrapposizione sunniti-sciiti.
E’ una contrapposizione che ricorda,
nella sua radicalità e ricorrente carica di violenza, quella che è
esistita per secoli fra il ramo cattolico e quello protestante della
cristianità. Lo scontro fra queste due diverse interpretazioni del
messaggio cristiano aveva in origine radici dottrinali, teologiche,
anche se ben presto si intrecciò con dimensioni politiche, dinastiche,
territoriali. Nel caso dell’Islam, una religione della «ortoprassi»
piuttosto che della «ortodossia», la spaccatura fu fin dall’inizio
determinata non da divergenze teologiche, ma da una questione di potere:
quella della successione a Maometto, che gli sciiti volevano per
discendenza familiare e i sunniti secondo i tradizionali meccanismi
tribali di selezione dei capi.
Per secoli, e con poche eccezioni, gli
sciiti sono stati non solo numericamente minoritari, ma anche
perseguitati e oppressi dalla maggioranza sunnita, socialmente
svantaggiati e discriminati, i perpetui sconfitti. La loro identità
religiosa, e prima ancora culturale, è basata appunto su una sconfitta
(la battaglia di Karbala, mitica per gli sciiti come per i serbi lo è
un’altra sconfitta, quella della battaglia di Kossovo Polje), sul
rifiuto dell’ingiustizia e la contrapposizione al potere. I sunniti da
parte loro hanno sempre dato per scontato di essere detentori
dell’ortodossia islamica contro l’eresia della religione sciita,
considerata deviante per la sua fondamentale ispirazione messianica
(l’attesa del ritorno del Dodicesimo Imam), la presenza, ignota al
sunnismo, di un clero strutturato gerarchicamente e il culto per una
varietà di santi e martiri che dall’ortodossia sunnita viene considerato
una deviazione dal rigoroso monoteismo dell’Islam.
La rivoluzione
khomeinista del 1979 ha riportato la contrapposizione fra sciiti e
sunniti alla sua prima, e primaria, radice politica. Una rivoluzione
certo, ma anche un ritorno, dopo la parentesi laica e
«occidentalizzante» della dinastia Pahlevi, allo sciismo come religione
di Stato introdotta in Persia nel Cinquecento dalla dinastia safavide.
Lo
«sciismo al potere» – e per di più nella Persia, un Paese di cui gli
arabi hanno storicamente temuto le costanti pulsioni egemoniche – ha da
allora costituito una sorta di scandalo, un’anomalia che a distanza di
oltre trent’anni i sunniti, e in primo luogo l’Arabia Saudita,
continuano a ritenere inaccettabile.
Ma cosa spiega oggi la
recrudescenza di questa contrapposizione che si sta riproducendo con
estrema violenza dal Libano al Pakistan?
Il punto di rottura è stata
la caduta, nel 2003, di Saddam Hussein e l’instaurazione di un governo
sciita a Baghdad. Se infatti lo spegnersi della spinta rivoluzionaria
dell’Iran khomeinista aveva aperto una possibilità di «modus vivendi»
con il mondo sunnita, e in primo luogo i sauditi, è stata la «perdita
dell’Iraq» che ha fatto scattare una sorta di allarme rosso.
Non si
tratta di religione, certo. Quello di Saddam era un regime
sostanzialmente laico, ma era visto come un baluardo contro l’Iran, che
il dittatore iracheno aveva anche cercato di sconfiggere nella lunga
guerra degli Anni 80.
Che i sauditi non abbiano mai accettato che in
Iraq ci fosse un governo che rappresentava la maggioranza sciita del
Paese viene dimostrato dal fatto che non abbiano mai aperto
un’ambasciata a Baghdad. La democrazia non è certo un criterio. Per i
sauditi, sia si tratti dell’Iraq che del Bahrein, il fatto che gli
sciiti siano una maggioranza non implica che sia accettabile che
governino.
E’ importante sottolineare che lo scontro sunniti-sciiti,
pur non essendo certo unilaterale, è oggi doppiamente asimmetrico. Da un
lato infatti è l’Arabia Saudita ad essere palesemente all’attacco, con
il sostegno ai gruppi sunniti più radicali, dagli jihadisti che cercano
di rovesciare Assad ai Talibani (e l’ostilità invece agli islamisti
sunniti più moderati, come i Fratelli Musulmani in Egitto), mentre
l’Iran si accontenta oggi di difendere uno status quo che ha come punti
fondamentali, oltre al governo Maliki in Iraq, la Siria di Assad e
Hezbollah in Libano. Dall’altro va detto che, a differenza dalla
rivendicazione saudita della leadership del sunnismo, la dimensione
sciita è tutt’altro che centrale nella strategia dell’Iran, che punta
invece su alleanze che non hanno necessariamente a che vedere con le
affinità religiose: Assad è un dittatore laico e gli alawiti sono una
setta solo lontanamente collegata allo sciismo; Teheran appoggia
Hezbollah, sciita, ma anche Hamas, sunnita. Per i sauditi, a differenza
dagli iraniani, è il radicalismo religioso ad essere veicolo e strumento
ideologico di una strategia politica – e geopolitica.
La lotta è sempre più senza esclusione di colpi, e minaccia in particolare di estendersi dalla Siria al Libano.
Gli
iraniani, lasciandosi andare ad un riflesso condizionato o piuttosto ad
uno scontato intento propagandistico, hanno accusato Israele di essere
dietro all’attentato alla loro ambasciata a Beirut, ma gli osservatori
più attenti ritengono che la pista porti in un’altra direzione, quella
dei servizi sauditi.
Certo, quello che è clamoroso è che, in questa
fase in cui l’Iran cerca di percorrere la via diplomatica per superare
un isolamento ormai insostenibile sia politicamente che economicamente, i
sauditi si trovino ormai in totale sintonia con Israele, anche nella
violenta irritazione nei confronti di Washington, da loro accusata di
eccessiva disponibilità nei confronti di Teheran.
In realtà quello
che traspare, nelle posizioni saudite, è un’insicurezza di fondo causata
non solo dalle incertezze dell’alleato americano, ma anche dalle
prospettive in campo energetico (l’avvicinarsi degli Stati Uniti
all’autosufficienza energetica avrà di certo una pesante ripercussione, e
non solo di natura economica, su Riad) e anche da equilibri interni che
sarebbe difficile ritenere immutabili, soprattutto per il fattore
generazionale e per una strisciante evoluzione culturale che mette
sempre più in crisi il rigido controllo tradizionalista su politica e
costumi.
Senza questa incertezza, la «minaccia persiana» potrebbe
essere ridimensionata e gestita dai sauditi sulla base di un
combinazione di dialogo e «containment» e di una diplomazia attiva ed
agile che dovrebbe sostituire l’inquietante bandiera della leadership
dell’Islam sunnita.
Sarebbe questa, assieme ad una per quanto
graduale democratizzazione interna, la vera modernizzazione di un Paese
che dovrebbe costruire il proprio futuro, invece di temerlo.
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