Guglielmo Marconi che disse «signornò» al Duce
La biografia di Chiaberge ricorda l’importanza delle innovazioni nella società di oggi
di Nicola Cacace l’Unità 29.4.14
«WIRELESS, SCIENZA, AMORI E AVVENTURE » DI GUGLIELMO MARCONI, SCRITTO DA RICCARDO CHIABERGE (GARZANTI) È IL LIBRO PIÙ BELLO CHE HO ABBIA LETTO DA TEMPO, perché oltre ad essere avvincente, ha alcuni pregi culturali non comuni ad una biografia sia pure del profeta dell’era digitale. Riconferma la scarsa cultura dell’innovazione dell’Italia che ha pesato contro Marconi e pesa ancora nella crisi attuale, riconferma l’importanza della determinazione nel perseguire un obiettivo fortemente voluto, più ancora delle conoscenze teoriche, sollecita ad approfondire la basi scientifiche della rivoluzione digitale che sta trasformando il mondo.
Non era mai capitato ad un anziano ingegnere come me di essere spinto a rispolverare vecchi libri liceali di Fisica, per rinverdire conoscenze ormai sepolte di onde hertziane e di magnetismo. Perciò consiglio la lettura del libro a tutti, soprattutto ai giovani che oggi vivono perpetuamente connessi in rete, spesso sconnessi dal mondo reale. La grandezza di Guglielmo Marconi, nato nel 1875 e morto nel 1937, un italiano che malgrado la scarsa attenzione del paese natio verso le sue ricerche non ha mai rinunciato alla sua italianità, sta nel fatto che utilizzando conoscenze note, le onde che i loro inventori tra cui il tedesco Hertz, ritenevano di nessuna utilità pratica, inventò e realizzò una innovazione rivoluzionaria, trasmettere segnali a distanza da ogni parte del mondo. Egli non sa bene come il sistema funziona ma ci crede e si dà da fare per farlo funzionare. È sintomatico il problema del superamento della curvatura terrestre da parte delle onde: Marconi credeva che questo fosse possibile grazie al potere gravitazionale di terre e mari. In realtà, come si scoprì poi, il segreto sta nella ionosfera, dove le molecole di gas, colpite dai raggi solari, producono elettroni e ioni su cui le onde radio rimbalzano come sulle sponde di un bigliardo. Marconi non era né laureato né dotato di un curriculum di studi particolare.
È andato a scuola solo a 12 anni, dopo essere stato istruito in casa dalla madre irlandese Anne Jameson, più in Gran Bretagna che in Italia «perché i bimbi imparino i buoni principi della mia religione (protestante) senza venire in contatto della gran superstizione che si insegna ai piccoli in Italia». Guglielmo a 18 anni ha appena frequentato un istituto tecnico. Si appassiona giovanissimo ai problemi dell’elettricità e trasforma la casa del padre, a Pontecchio, in un laboratorio per costruire strumenti atti a trasmettere segnali a distanza. Lì ha fatto volare i suoi messaggi, i 3 punti della lettera S dell’alfabeto Morse, prima a 100, poi a 200, 400e600metri utilizzando il fratello Alfonso al ricevimento dei segnali, sino alla prima trasmissione oltre l’ostacolo della collina dei Celestini a 1,5Km,dimostrando che le onde hertziane attraversano i solidi, a differenza delle onde luminose. È con i suoi aggeggi-bobine di filo di rame, tubetti di vetro, limatura metallica, fili e lastre metalliche come antenne, etc.- contenuti in uno scatolone che Guglielmo si reca a 21 anni a Londra con la madre, sperando nell’ambasciatore Ferrero, lontana conoscenza di famiglia, ma invano. Dopo mesi di dimostrazioni varie, il primo sostegno lo trova nel British Post Office che gli mette a disposizione un piroscafo per le prove del Wireless.
Un anno dopo ottiene il primo brevetto «la trasmissione di segnali per mezzo di oscillazioni elettriche ad alta frequenza » e costituisce una società, Wireless Telegraph and Signal Co, poi battezzata Marconi Wireless, con 100mila sterline di capitale, una bella somma per una Start-up dell’epoca. A Londra ha ottenuto in un anno quello che in Italia non avrebbe ottenuto in 10 anni. Il primo contratto italiano lo stipula col ministero della marina molti anni dopo quello col ministero della marina britannico. Poi vennero tutti i successi, dalla prima trasmissione transatlantica al Premio Nobel, alle centinaia di naufraghi del Titanic salvati grazie allo Sos lanciato dalla nave colpita a morte. Marconi ha una vita molto avventurosa anche perché non è insensibile al fascino muliebre. Ha molte avventure, tradisce e divorzia dalla prima moglie, anch’essa irlandese come la madre, si risposa con una giovane nobile romana ed ha, alla fine della carriera un rapporto con Mussolini tutt’altro che pacifico. È uno dei pochissimi che si permette di dire qualche «signornò» al duce e, da presidente del Cnr si batte per rilanciare la scienza aiutando anche giovani promettenti come Enrico Fermi. Il libro di Chiaberge, oltre a divertire ed appassionare, può insegnare a tutti l’importanza delle innovazioni nella società tecnologica e globale di oggi.
ALAN Rusbridger fa un profondo respiro prima di rispondere. «Qual è il ruolo del giornalismo? Diffondere la consapevolezza che il potere non può esistere senza il consenso dei cittadini». Lui ne sa qualcosa: è il direttore del Guardian, messo sotto accusa in Gran Bretagna per le inchieste sulle rivelazioni del whistleblower Edward Snowden e premiato con il Pulitzer per lo stesso motivo. Di fronte a lui è seduto Ezio Mauro, direttore di Repubblica, un collega e una testata che lui sente «come fratelli di battaglia». Siamo all’“anteprima” del Festival internazionale del giornalismo di Perugia (30 aprile - 4 maggio), che per questa ouverture d’eccezione ha scelto l’Auditorium Parco della Musica a Roma. “War on Journalism - Lo scontro tra media e potere” è scritto alle spalle dei due direttori, interpellati da Enrico Franceschini: ed è proprio “il potere” il tema, l’unico possibile per un giornalismo che voglia non solo battere la crisi, ma ridefinire la propria nozione di qualità di fronte alla rivoluzione di Internet.
Lo spiega Mauro: «Oggi il potere ha una capacità di egemonia culturale che si esercita soprattutto nel banalizzare. Sapete qual è stata la risposta del potere nei confronti del Guardian: “Che c’è di nuovo? Sono tutte cose che si sanno, no?”. E invece non si sapeva che le ambasciate erano spiate, che i capi di Stato erano spiati, che ogni cellulare era controllato, che Silicon Valley aveva ceduto i propri dati ai servizi di intelligence. Il compito del giornalismo è dare un nome alle notizie che si pubblicano: dar loro un peso, una gerarchia, un senso. È quando si dà un nome alle cose che si sconfigge la banalizzazione del potere».
Non è un caso che Assange e Snowden abbiano cercato i giornali per diffondere le proprie rivelazioni, spiega ancora il direttore di Repubblica . Rusbridger ricorre alla motivazione cui sono ricorsi i giudici del Pulitzer: «Sono stato orgoglioso che ci abbiano dato il premio dicendo che il nostro era “servizio pubblico”: per me era semplicemente terribile l’idea che nel mio paese, patria della libertà di parola, non si potesse pubblicare la storia di Snowden».
«I giornali sono in crisi, ma il giornalismo non è mai stato meglio», ebbe a dire proprio il direttore del Guardian due anni fa. È il grande paradosso dei nostri tempi: testate che chiudono, copie che fuggono, la grande sfida dell’informazione in rete che appare ancora inafferrabile. Eppure - è questa una delle lezioni del festival - sembra essere proprio la qualità l’unico orizzonte di sopravvivenza. Ecco allora nel programma dei prossimi giorni a Perugia il colloquio tra Steve Buttry, Mathew Ingram e Luke Lewis sul “whistleblowing anonimo digitale”, oppure l’incontro con Brown Moses: non è un giornalista, non è mai stato in Siria, non conosce l’arabo e non è un esperto di geopolitica militare. Eppure il suo blog è considerato uno dei “luoghi” più autorevoli per quel che riguarda il tema delle armi usate nel conflitto siriano. Una lezione per i grandi giornali, anche questa.
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