sabato 9 novembre 2013

Luigi Bonanate sulla crisi dell'Impero Americano

Prendiamone atto, gli Usa non sono più una superpotenza
di Luigi Bonanate l’Unità 9.11.13


SEMBRA CHE PRENDERE A CALCI NEGLI STINCHI GLI STATI UNITI STIA DIVENTANDO IL GIOCO PIÙ POPOLARE NEL MONDO DIPLOMATICO. Due settimane fa l'Arabia Saudita ha rifiutato di entrare come membro non permanente nel Consiglio di sicurezza Onu per ripicca nei confronti della poca determinatezza degli Usa sulla questione siriana, non decidendosi ad abbattere Assad. La Germania (ma non è l'unica) si è lamentata (e non senza ragione: ma chi è senza colpe, in quel settore, scagli la prima pietra...) con toni mai sentiti prima, e risentiti, delle intercettazioni e dello spionaggio americano nei suoi confronti. E adesso ci si mette anche Israele. In verità, ce l'aspettavamo, ma data l'importanza dell'occasione delle trattative appena aperte tra le grandi potenze nucleari (cinque più uno: Stati Uniti, Russia, Francia, Gran Bretagna, Cina più Germania) e l'Iran, che era stato uno degli obiettivi centrali della politica estera di Obama, si poteva sperare che Netanyahu si trattenesse. Senza contare che Israele è in queste stesse settimane coinvolta in un nuovo round di trattative con l'Autorità nazionale palestinese.
Un bell'intrico, non c'è che dire. Se Israele si metterà di traverso nella questione del nucleare iraniano, è chiaro che si scontrerà con gli Stati Uniti, e se lo fanno non accetteranno alcuna lusinga da parte americana per mettere un po' di buona volontà nella trattativa con l'Anp. L'altro giorno, in più, l'oltranzista ex-ministro degli Esteri Libermann è stato assolto dalle accuse di truffa del passato (buon per lui: ci mancherebbe, non siamo mica dei giustizialisti a tutti i costi...) rafforzando l'atteggiamento governativo e portando altra linfa all'oltranzismo di Netanyahu.
L'Europa vorrebbe sia che le trattative con l'Iran vadano a buon fine sia che la questione palestinese sia avviata a una soluzione. Ma non ha la minima voce in capitolo, neppure potrebbe assumere un ruolo di mediazione perché, diciamocelo francamente, nessuno se la fila. E questo è il vero grande problema della Ue: non è mai stata davvero in discussione l'ipotesi dell'Europa-potenza, che avrebbe dovuto diventare invece il modello della civilizzazione internazionale, come il suo Premio Nobel alla pace testimoniava. La Ue invece ha ripetuto, in piccolo, gli errori delle grandi potenze del passato; ma non avendone la caratura ne è diventata una caricatura.
Ma non ci nasconderemo che il vero grande (e grave) problema è quello americano. Analizziamo la sua collocazione internazionale. Dopo essere stata per mezzo secolo la protettrice delle libertà occidentali, la fiaccola della democrazia e il baluardo dell'anti-comunismo ( compiti che ha svolto in modo eccellente, cioé, con indubbio successo), la nazione americana si è trovata, a partire dal grande Ottantanove, ovviamente, a declinare lentamente e progressivamente. Attenzione: non un declino dovuto a sconfitte, a errori, a crisi politiche o economiche interne, no: il declino è consistito in una transizione di potere, in una sua evaporazione, o in un trasloco, se vogliamo. Gli Usa non sono più la più grande potenza del mondo e della storia: in ciò non c'è nulla di male né di tragico, si trattava semplicemente di accorgersene e di capirlo. Non dico nulla di scandaloso, spero, se aggiungo che la scienza politica americana e gli studiosi di relazioni internazionali, che hanno eccelso negli studi per decenni, sono praticamente scomparsi dalla scena, travolti nel declino del loro oggetto di studio (e di esaltazione).
Né gli Stati Uniti né la Russia possono comportarsi da grandi potenze, perché non lo sono più: possono continuare a essere buoni amici dei loro alleati storici, ma non possono più battere i pugni sui vari tavoli della diplomazia internazionale: non soltanto non ne hanno, probabilmente, più la forza sufficiente, ma neppure la credibilità. Non c'è da vedere nulla di male in questa novità, anzi: significa che gli Stati tendono a diventare più uguali tra di loro. Ciò che però non deve succedere è abbandonarsi all'anarchia, e consentire a chiunque (leggi, per oggi: a Israele) di opporsi sempre e comunque a qualsiasi iniziativa statunitense. Sarebbe ingeneroso ricordare a Israele che senza la protezione americana, la sua vita nel primo mezzo secolo della sua indipendenza sarebbe stata assai precaria? È mai possibile che qualche insediamento territoriale valga più di un grande processo di pacificazione mediorientale?
Viviamo oggi una congiuntura internazionale originale che richiederebbe ben maggiore analisi da parte di tutti noi. Consiglierei di incominciare dalla riflessione sul ruolo americano nel mondo. Non dimentichiamo che gli Usa stanno ancora faticosamente uscendo da due gravissimi errori politici, che si chiamano Afghanistan e Iraq. Non credo abbiamo nulla da guadagnare a rinchiuderli nell'angolo.

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