domenica 17 novembre 2013
Populismo e misticismo in Simone Weil
Mistica o eretica? L’ultimo processo
di Marco Vannini Repubblica 16.11.13
«Io
credo in Dio, nella Trinità, nell’Incarnazione, nella Redenzione,
nell’Eucarestia, negli insegnamenti dell’Evangelo»: così Simone Weil
iniziava la sua professione di fede nel cosiddetto Dernier texte,
scritto londinese degli ultimi mesi di vita. In Inghilterra, ove si era
recata per partecipare alla Resistenza antinazista di France
Combattante, morì infatti, a soli trentaquattro anni, il 24 agosto 1943.
Questo settantesimo anniversario viene celebrato oggi a Firenze con un
convegno sul tema “Simone Weil: la fede al limite”. Nella città toscana
la scrittrice francese trascorse giorni di grande letizia nel corso del
suo viaggio in Italia del 1937, vi si sentì come a casa sua, tanto da
scrivere, un po’ seriamente e un po’ scherzosamente, che doveva esservi
già stata in una vita precedente.
La Weil si confrontò con il
cristianesimo con tutta la radicalità richiesta dalla cultura del nostro
tempo, e per questo la chiesa, che pure la ha in parte utilizzata a
scopo apologetico, ha finora sostanzialmente evitato di fare i conti con
lei. Ciò è tanto più evidente negli ultimi decenni, quando si è cercato
di recidere le radici greche del cristianesimo, intendendo riportarlo
alla sua presunta origine biblica: la scrittrice francese, che pure era
di famiglia ebrea, non concede infatti nessun credito a questa tesi e
difende, invece, la “fonte greca”, che per lei significa l’essenza
razionale, cioè universale, del cristianesimo. Giustamente perciò
Levinas poteva dire che, in quanto rifiutava il mito della elezione
divina di Israele, la Weil era “pagana” — ovvero, in termini più
neutrali, ellenica. Questo è anche uno degli aspetti che Sabina Moser
affronta nel suo recenteIl “credo” di Simone Weil (Le Lettere, Firenze
2013), ove esamina in dettaglio quel Dernier texte che è il testamento
spirituale della scrittrice francese.
Il punto di partenza sta
comunque nel fatto che per la Weil la fede non è quel lume (lumen fidei)
che illumina qualcos’altro, che sarebbe poi la verità, ma è la luce
(lux, non lumen) stessa, giacché, in quanto movimento di tutta
l’intelligenza verso l’assoluto, essa non comunica saperi, peraltro
illusori, ma è essa stessa un sapere — sapere non di altro, ma
conoscenza dello spirito nello spirito.
Il contenuto della fede è il
suo stesso atto, che è essenzialmente distacco, negazione: fare il vuoto
di ogni preteso sapere, rifiutare il consenso a ciò che assoluto non è.
La fede non è una credenza: l’atto di fede come credenza è un atto di
menzogna, di invenzione, frutto di quella immaginazione che ha il fine
di «colmare i vuoti, dai quali potrebbe giungere la grazia», ovvero
difendere l’egoismo, l’amore di se stessi. Simone combatte perciò questo
concetto di fede come immaginazione, e ugualmente la teologia come
invenzione: nel Vangelo, scrive, non c’è una teologia, ma una concezione
della vita umana. Gesù chiede infatti ai suoi discepoli un radicale
cambiamento, una conversione, riconoscendo la malizia essenziale della
propria psiche, che tutto sottomette ai propri fini (questo il vero
senso del “peccato origina-le”!): la rinuncia a se stesso, questo, e
niente altro, è l’insegnamento evangelico.
Il cristianesimo della
Weil è perciò tragico, centrato sulla croce, simbolo della morte
dell’egoità, tanto che — ella scrive — si potrebbe anche fare a meno
della resurrezione. È un cristianesimo ben lontano da quello,
ottimistico, che parla di affettuosi “disegni di Dio” verso l’uomo — una
menzogna, questa, offensiva del
malheur, della infelicità, della sventura,insopprimibile dalla condizione umana.
Con
il suo concetto di “decreazione”, spogliamento dell’egoità, la Weil si
inserisce così a pieno titolo nella grande mistica, tanto d’occidente
quanto d’oriente. Non a caso riconobbe nella tradizione dell’India,
nelle sue Scritture, dalla Bhagavad Gita ai testi buddisti, lo stesso
insegnamento del vangelo: quello del distacco assoluto — distacco
dall’io come da Dio. Per un verso, infatti, «è il peccato in me a dire
“io”. Tutto ciò che iofaccio è cattivo, senza eccezione, compreso il
bene, perché io è cattivo. Io sono tutto. Ma questo io è Dio e non è un
io». Per un altro verso, specularmente, «dobbiamo spogliare Dio della
sua divinità per amarlo, perché se si va a Dio senza svuotarlo della sua
divinità, si tratta allora di Yahweh o Allah» —cioè di due idoli.
Se
questa duplice, ma in realtà semplice, operazione viene compiuta, tutto
appare uno, tutto appare buono, con quel senso di realtà, presenza,
gioia, che mostra l’eterno nel presente. Che il reale sia tutto quanto
buono e bene, è un pensiero che accomuna la Weil alla grande tradizione
mistico-filosofica, dal primo filosofo del logos, Eraclito, a Eckhart a
Spinoza, che scriveva essere il pensiero del male proprio solo degli
iniqui, ovvero di coloro che hanno in mente se stessi e non Dio.
Infatti, anche per Simone, «Il reale è per il pensiero umano la stessa
cosa che il bene. Questo il senso misterioso della frase: Dio esiste».
Il pensiero del male, ovvero il non pensiero, nasce sempre
dall’attaccamento, dal desiderio, che «non è altro se non
l’insufficienza nel sentimento della realtà. Dal momento in cui si sa
che qualcosa è reale, non ci si può più attaccare ad esso», ed è allora,
con la fine dell’attaccamento, che finisce anche il pensiero del male e
si ottiene davvero la libertà.
Simone contesta infatti la comune
illusione della libertà, del libero arbitrio, giacché l’universo è tutto
quanto sottomesso alla necessità, e l’uomo non fa eccezione, per cui
«l’illusione dell’orgoglio, le sfide, le rivolte, tutto ciò non sono che
fenomeni rigorosamente determinati quanto la rifrazione della luce». La
Bhagavad Gita recita: «Colui che pensa: Sono io che agisco, costui ha
la mente fuorviata dal senso dell’ego », e Simone conferma: «Dire “io
sono libero” è una contraddizione, perché a dire “io” è proprio ciò che
non è libero inme». Ciò che è libero è infatti ciò che non è più lo “io”
e il “mio”, ma Dio stesso, fondo e sostanza dell’anima.
Da qui anche
la critica weiliana al concetto di persona, tanto caro a certa cultura
cattolica. A chi rilevava come l’antichità non avesse nozione del
rispetto dovuto alla persona, Simone fa notare con sarcasmo che ciò è
vero, ma non perché non avesse acquisito ancora una nozione così
basilare, ma perché «pensava con troppa chiarezza per una concezione
così confusa ». E lo stesso vale per espressioni come “realizzazione
della persona”, “diritti della persona”: la persona si “realizza” solo
quando il prestigio sociale la gonfia; la sua realizzazione non ha a che
fare col sacro, ma con la sua falsa imitazione prodotta dal collettivo.
Quanto al diritto, poi, esso non ha alcun legame con l’amore, ma è
legato, invece, allo “spirito di mercanteggiamento”, che governa il
mondo del commercio: «Non è possibile immaginarsi san Francesco che
parla di diritto».
Il cristianesimo weiliano è dunque per molti
aspetti “inattuale”: quella di Simone fu davvero una fede “al limite”.
Pensiamo comunque che verificare questo limite sia oggi un dovere cui
non può sottrarsi intelligenza alcuna, religiosa o laica che sia.
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