Slavoj Zizek: Meno di niente Hegel e l’ombra del materialismo dialettico (vol. 1), trad. di W. Montefusco e C. Salzani, Ponte alle Grazie, pagg. 700, euro 29
Risvolto
Platone,
Hitchcock, l'Essere e il Nulla, Fichte, la fisica quantistica, la
realtà delle finzioni, il Nirvana, Marx, Freud, la plebe, la follia, il
sesso... e soprattutto Hegel e Lacan, anzi, più precisamente, la
riscrittura lacaniana della dialettica di Hegel. "Meno di niente",
l'ultima fatica filosofica di Slavoj Zizek (di cui qui pubblichiamo le
prime due parti; le seconde due nel 2014) è un libro sterminato, che
sembra voler parlare di "tutto quanto si trova sotto il cielo". Ma è
anche un'opera destinata a far ricredere quanti considerano Hegel come
il filosofo del "Sapere assoluto" che fagocita ogni cosa e la filosofia
post-hegeliana (che spesso è filosofia anti-hegeliana) come ciò che pone
rimedio a questa follia idealista. Perché la nostra situazione è
identica a quella con cui doveva fare i conti Hegel e, forse, l'unico
modo che abbiamo oggi di prevenire la catastrofe, di fermare
l'accelerazione capitalistica, animata da un'implacabile pulsione di
morte, è ripetere Hegel. Tuttavia, che cosa accadrebbe se per questa via
approdassimo a una semplice quanto sconvolgente conclusione? "Se c'è
qualcosa anziché il nulla, ciò non avviene perché la realtà ecceda il
mero nulla, ma perché la realtà è meno di niente". Contiene le prima due
parti: "Il drink prima" e "La cosa stessa: Hegel".
Slavoj Zizek
Il pensatore sloveno torna con un’opera sull’idealista tedesco. E si racconta
“Io, Elvis della filosofia, credo ancora che Hegel ci salverà
intervista di Giulio Azzolini Repubblica 1.11.13
«Scusi,
ho parlato troppo». All’improvviso Slavoj Zizek tace. Aveva rotto il
ghiaccio con una storiella sulle sottili differenze che tormentano la
sinistra. Il suo inglese prorompe scandito da un’inconfondibile esse
blesa, il tono è grave, il volume alto. È appena tornato dalla Corea, ma
rimarrà nella sua Lubiana solo qualche giorno. «Ora mi toccano gli
Stati Uniti, poi la Bolivia. Adoro viaggiare e tutto ciò che mi serve
sta nel mio computer. Per divertirmi inoltre guardo un sacco di film,
anche se oggi sono stanchissimo per il trasloco...». I libri ingombrano.
«No, è che un mesetto fa mi sono sposato». Il primo matrimonio? «Il
quarto. Lei è più giovane di me, fa la giornalista culturale». Bene.
«Con le mogli precedenti, però, conservo un ottimo rapporto». Zizek è
«misantropo», dice. E pure «un vecchio stalinista», aggiunge scherzando a
metà. Detesta le filosofie del dialogo, ma chiacchiera con entusiasmo e
garbo impeccabile.
Esce in Italia la prima parte di Meno di niente
(ed. Ponte alle Grazie), il suo monumentale saggio dedicato a Hegel. «La
più grande impresa della mia vita», ha dichiarato. Perché?
«Oddio,
in effetti messa così suona abbastanza grottesco. Volevo soltanto dire
che ricapitola, in qualche modo, tutto il mio lavoro. Provo a chiarire
le mie posizioni filosofiche e ontologiche fondamentali, anche se qui e
là non manca qualche barzelletta sporca. Non riesco a sopravvivere
senza».
È strano, perché i suoi libri sono talmente divertenti e
ricchi di aneddoti da averle assicurato l’epiteto di “Elvis della
filosofia”, ma il suo pensiero affonda le radici nei classici: la
dialettica di Hegel, la critica dell’economia politica di Marx, le
categorie psicoanalitiche di Lacan...
«Assolutamente. Mi fa piacere
lo abbia notato. La gente crede che io mi diverta a giocare al
postmoderno. Nulla di più falso. Il relativismo storicista postmoderno
mi annoia parecchio e, anzi, è il mio nemico numero uno. Oggi tutto è
diventato analisi del discorso e quasi nessuno si azzarda più a porre i
grandi interrogativi, metafisici se vuole. Tanto che, aimiei occhi, la
miglior filosofia del dopoguerra rimane lo strutturalismo di Althusser,
Deleuze, Lacan... Non parliamo dell’arte, dove le vere conquiste
dell’Europa risalgono a un secolo fa, o più: Mallarmé nella poesia,
Stravinskij e Schönberg nella musica, Kandinskij e Malevic nella
pittura. E la stessa nostalgia la provo nella musica rock, sono un
reazionario dei primi anni Settanta».
Nel 1906 Benedetto Croce
distingueva «ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel»;
nel 1945 Karl Popper presentava Hegel come il profeta del
totalitarismo. Lei, invece, riabilita l’idea di totalità e si chiede
come essere hegeliani oggi. Perché?
«Che la nozione filosofica di
totalità sia il germe del totalitarismo politico è un’idiozia che ha
contagiato anche Lévinas e Adorno. Io penso il contrario. Se si esamina
scrupolosamente ciò che Hegel intende per totalità, si capisce che non
indica affatto un ordine ideale dove ogni cosa è in pace con se stessa.
Osservare un fenomeno nella sua totalità significa, all’opposto,
abbracciare nel suo concetto tutte le lacerazioni, i fallimenti, i
conflitti. Per cui, essere hegeliani oggi significa includere
nell’analisi del capitalismo contemporaneo le crisi, gli orrori, le
guerre. Fa tutto parte della stessa totalità».
Eppure Hegel passa ancora per il filosofo della fine della storia, della riconciliazione...
«Riconciliazione
non è sinonimo di armonia globale. Ogni lettore attento sa che la
riconciliazione hegeliana non annulla la dialetticità del mondo, ma
sancisce piuttosto il suo costitutivo antagonismo. Hegel non è un
razionalista da quattro soldi, è al contrario il grande filosofo della
contingenza. E, paradossalmente, è anche più concreto di Marx, perché, a
differenza di quanto fa costui col proletariato, non attribuisce ad
alcun soggetto sociale il potere di conoscere la direzione della storia e
agire come suo strumento. Hegel lo dice chiaro e tondo: “La nottola di
Minerva spicca il volo al tramonto”. E oggi ci troviamo esattamente in
questa condizione: radicalmente aperta, impenetrabile alla teleologia,
insomma, molto più hegeliana che marxiana».
La storia non ha placato l’antagonismo, d’accordo, ma come interpreta la diffusione dei governi di larga coalizione in Europa?
«È
l’esito prevedibile del vecchio bipolarismo. Oggi tutti i grandi
partiti, di destra e di sinistra, sono le due facce di un unico centro. E
la tragedia è che l’unica opposizione all’ideologia liberaldemocratica è
incarnata dai partiti populistici di una destra nazionalista».
Come mai nemmeno una fase di spaventose disuguaglianze procura consenso alla sinistra?
«La
sinistra manca di visione globale e, se non bastasse, non ha uno
straccio di programma alternativo alla spesa pubblica. La gente protesta
ovunque e l’unica risposta è la promessa di un revival neo-keynesiano.
Invece, sarebbe proprio questa l’occasione di reinventare una politica
di larga scala. Abbiamo disperato bisogno di re-inventare la politica
per confrontarci sui nuovi grandi temi che trascendono gli Stati:
l’ecologia, la regolazione della finanza, la biogenetica... Ecco perché
la sinistra non può che lottare per una diversa integrazione politica
europea. Se l’Unione si disgregasse in un manipolo di Stati nazionali,
ciascuno di loro sarebbe subito spazzato via dal mercato mondiale».
La
miopia, però, non è solo programmatica e istituzionale. Lei un anno fa
ha scritto e recitato nel film Guida perversa all’ideologia: ritiene che
esista una “questione culturale”?
«L’ideologia dell’edonismo
liberale non ha rivali, bilanciata solo leggermente da un ridicolo
buddismo new age... E così, tra il “goditela” e lo “scopri te stesso”,
uno dei pochi spazi di emancipazione sembra, lo dico da ateo, la Chiesa
di Papa Francesco. Ma sa, quando sento ripetere la favola che le
ideologie sono scomparse, di solito rispondo: siete matti? Guardate gli
Stati Uniti. Sulla riforma sanitaria Obama ha dovuto combattere il cuore
dell’ideologia americana, un individualismo sregolato. Lo sa che il
sessanta per cento degli elettori repubblicani crede ancora che Obama
sia musulmano? Una follia. Per non dire della crisi: sulle sue cause
l’imbroglio è continuo».
Nel 1990 si candidò alle presidenziali in Slovenia. Ha chiuso con la politica attiva?
«Sono
troppo stanco. Partecipo ancora alla vita pubblica, ma adesso il mio
interesse fondamentale è la filosofia. Perciò, tranne le lezioni in giro
per il mondo (sempre meno all’università, non le sopporto), passo tutto
il giorno a leggere e scrivere. Se pensa che mi pagano pure per farlo,
beh, sono molto fortunato».
Che libri legge?
«Forse è il momento
di deluderla. A parte le nuove uscite su Hegel, sulla psicoanalisi e un
po’ di teoria cinematografica, leggo molti romanzi polizieschi, anche
italiani ovviamente. E non solo Camilleri. Mi piace Carofiglio, per
esempio».
I suoi gusti cinematografici – Hitchcock su tutti – sono noti. Quelli letterari?
«Sono
molto tradizionali. Mi piace il grande modernismo. Per me gli scrittori
del Novecento sono tre: Kafka, Beckett e Andrej Platonov. Lo scrittore
italiano che amo di più, invece, è Italo Svevo.
La coscienza di Zeno
dovrebbe essere obbligatorio a scuola, specie oggi che qualunque idiota
apra bocca se la prende contro il fumo ».
Appassionato di fiction, dunque, ma politicamente realista.
«In
politica non sono né un idealista né un costruttivista postmoderno. La
gente è così stupida che a volte mi prende sul serio per uno stalinista
ortodosso. In realtà, odio lo pseudo-radicalismo e sono, semplicemente,
un pessimista pragmatico. Credo che il compito di un intellettuale sia
cogliere un problema e descriverlo radicalmente, senza offrire soluzioni
a buon mercato».
«Seminare dubbi, non raccogliere certezze», diceva Norberto Bobbio.
«Bisogna
fare le domande giuste. Spesso discutiamo di problemi reali, ma il modo
stesso in cui li formuliamo è mistificato. Oggi più che mai è
importante fare le domande giuste».
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