giovedì 7 novembre 2013
Stimata filosofa del PD parla di eguaglianza senza cogliere la contraddizione intrinseca
I doveri della sinistra
di Nadia Urbinati Repubblica 7.11.13
Come
si può pensare di fare a meno della Sinistra in una società nella quale
il tasso di disoccupazione ha superato il 12 per cento, la soglia di
povertà è sempre più alta, e il senso di impotenza dei giovani e meno
giovani ha effetti deprimenti sull’intera società? La domanda dovrebbe
sembrare retorica e invece non lo è perché la Sinistra incontra
difficoltà straordinarie a convincere i cittadini che di essa c’è
bisogno. Non solo in Italia. L’ostacolo è prima di tutto ideologico; non
dipende dal fatto che la Sinistra non può dimostrare di avere una
storia di successo: la costruzione dello stato sociale è avvenuta anche
grazie alla Sinistra ed è stata una storia di successo. Dopo di che,
però, le idee che erano della Sinistra – la liberazione dal bisogno, la
dignità e la libertà individuale, e perfino l’eguaglianza delle
opportunità – sono state per anni rappresentate dalla Destra; e fino
allo scoppio di questa crisi, sembravano meglio realizzate dal liberismo
la cui potente ideologia – “meno stato più mercato” – ha convinto per
anni le maggioranze politiche, un poco dovunque, che questa fosse la
strada migliore per realizzare la promessa di libertà. Quella della
Sinistra è stata una sconfitta ideologica dunque, che dura da molti
anni. Aggravata dalla crisi di legittimità dei partiti politici che sta
cambiando la faccia della democrazia rappresentativa e che alimenta
l’insoddisfazione per la politica praticata la quale a sua volta dà
ossigeno ai populismi e al mito della politica anti-partititica. Un mito
che appartiene sia ai demagoghi sia agli esperti di economia che
sognano di liberare la politica dall’ideologia e di portare la
competenza tecnica al potere.
Se non che le sorti possono cambiare –
questo ha detto il nuovo sindaco di New York, Bill de Blasio. Possono
cambiare se sappiamo spiegare di chi sono le responsabilità di questa
crisi devastante: sono della Destra non della Sinistra, del giacobinismo
liberistico che ha conquistato il palazzo d’Inverno prima a Londra e a
Washington per poi mettere al bando in pochi anni la social-democrazia
del vecchio Continente e dimostrare che al benessere diffuso si arrivava
meglio e prima scatenando il capitale invece di responsabilizzarlo e
regolarlo. Si tratta ora di deviare da questo percorso: la sfida non è
facile, ma non utopistica come la vittoria del progressista de Blasio
dimostra. Certo, ci vuole coraggio. Ci vuole la determinazione a
recuperare il linguaggio e gli ideali che danno senso a questa sfida, la
giustificano e, soprattutto, richiedono un soggetto politico che operi
nel solco della tradizione social-democratica.
Gli ideali sono gli
stessi che erano alla base della costruzione delle democrazie europee
nel secondo dopoguerra, e che la reazione neo-liberista ha sminuito; tre
in particolare: 1) l’eguaglianza, non solo delle opportunità legali ma
anche delle condizioni sociali che consentono ai cittadini di
intraprendere le loro scelte di vita con responsabilità; 2) il senso di
sé delle persone, la fiducia nelle proprie forze progettuali che
nascedalla libertà dal bisogno; e 3) la dignità delle persone per ciò
che sono, comunque esse siano.
Tre ideali sono contenuti nella nostra
Costituzione e hanno spesso avuto come protagonisti attivi i cittadini
che stanno ai margini, le minoranze morali e culturali appunto; coloro
che hanno sperimentato e mostrato il valore del movimento e della
partecipazione politica, spesso spontanea e non rappresentata dai
partiti parlamentari: i movimenti femminili contro la violenza, per il
lavoro e la non discriminazione nella carriera; quei cittadini che
comprendono l’importanza di difendere beni comuni fondamentali, come la
scuola e l’ambiente; gli omosessuali o chi ha differenze di stili di
vita e di fede rispetto alla maggioranza – tutti questi protagonisti
interpellano la collettività e la politica istituzionale nel nome di ciò
che la democrazia promette: eguaglianza di considerazione e delle
condizioni di partenza per poter esprimere se stessi; libertà dal
bisogno che umilia la responsabilità individuale e rende passivi;
libertà dall’offesa e dall’umiliazione che deriva dall’essere
penalizzati per non appartenere alla parte giusta o alla maggioranza.
Restituire alla Sinistra il significato progressista di emancipazione
dalla servitù del bisogno – e per questo riportare al centro
l’attenzione alle condizioni sociali della cittadinanza.
Il preambolo
della nostra Costituzione rende perfettamente il significato di questi
valori quando afferma che l’Italia è “una Repubblica fondata sul
lavoro”. Ci dice infatti che la libertà politica (la repubblica) è
possibile perché i cittadini sono socialmente autonomi, non soggetti al
dispotismo degli amministratori delegati, ma nemmeno al paternalismo
della carità pubblica. La cittadinanza lancia un progetto ambizioso
contro la povertà perché la tratta come un male non da lenire ma da
sradicare. Alla povertà, la democrazia sociale del dopoguerra ha dato un
nome preciso: assenza di lavoro, disoccupazione. Perché questo sistema
politico si regge sulla possibilità di ciascuno di pensare a se stesso e
alla cura dei figli; di farlo con dignità e per mezzo di un’attività
che non umilia: il lavoro in cambio di un salario dignitoso e di diritti
ad esso associati, da quello alla scuola, alla salute e alla sicurezza
sociale. Mettere il lavoro alla base del sistema politico comporta
rivederne il significato, il valore, il senso: significa emanciparlo
dallo stigma della sofferenza facendone una condizione di possibilità ed
emancipazione. Un’impresa titanica che la democrazia moderna è riuscita
a compiere solo molto parzialmente e quando si è legata alla tradizione
socialista non quando se ne è distanziata. Perché lavoro dignitoso e
fiducia nelle proprie capacità stanno insieme e possono decadere
insieme, come vediamo oggi. La cultura politica di una Sinistra
democratica dovrebbe riportare al centro la battaglia contro
un’ideologia che ci ha inculcato l’abitudine a leggere gli squilibri di
potere come malasorte o sfortuna, la diseguaglianza nelle condizioni
sociali come meritata sconfitta.
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