
... "la 'grande crisi', di cui, si badi bene, noi siamo ancora oggi figli"...
Antonio Gnoli e Gennaro Sasso: I corrotti e gli inetti Conversazioni su Machiavelli, Bompiani pagg. 208 euro 11
Risvolto
Tra i grandi archetipi politici della cultura occidentale c’è Il
Principe di Niccolò Machiavelli. Nel 500° anniversario di quest’opera,
due interpreti d’eccezione, un giornalista e uno storico della
filosofia, si confrontano sull’attualità di quel pensiero: tanto
perturbante quanto popolare ed estremo. Nelle conversazioni incalzano le
domande che l’attuale crisi politica ha reso ineludibili: il rapporto
con l’etica, i confini dell’esercizio dell’autorità, l’errore e la
responsabilità personale. Machiavelli indaga la precarietà di una
società esposta alla decadenza, anticipando le inquietudini politiche
che le filosofie del Novecento, soprattutto Nietzsche e Heidegger, hanno
registrato con drammatica chiaroveggenza. La stessa breve storia
d’Italia, dal Risorgimento al naufragio della prima repubblica, mostra
la paradossale avventura di “un popolo che ha convissuto con il
grottesco della politica senza prenderlo sul serio”, in perenne fuga
dalle proprie responsabilità. Un’analisi originale, a tratti estrema,
che attraverso cinque secoli di storia e filosofia politica ripensa
l’attuale crisi dello Stato e le conseguenze sui destini dell’uomo
contemporaneo.
Leggi anche
qui per l'intervista di Gnoli a Sasso
È
la parola chiave del presente. In politica, economia, demografia,
cultura Ma da sempre segna fine e inizio delle epoche. Che rinascono con
idee forti
Marcello Veneziani
- il Giornale Lun, 16/12/2013
Il Principe e i corrotti
Leggere Machiavelli al tempo della crisi Un libro-conversazione fra Antonio Gnoli e Gennaro Sasso racconta l’attualità del pensatore fiorentino
di Alberto Asor Rosa Repubblica 3.12.13
Cade quest’anno (più o meno) il cinquecentenario della composizione del
Principe di Niccolò Machiavelli. I segnali che il paese (l’Italia,
insomma) se ne sia accorto sono scarsi: qualche, sia pure non
irrilevante, manifestazione universitaria; nulla a livello istituzionale
(che so, un’iniziativa a cura della Presidenza della Repubblica o della
Presidenza del Consiglio); poco sulla stampa; nulla nei media. Non
vorrei esordire con la solita, benché giustificatissima, ma ormai
ampiamente logora, querimonia: questo paese (l’Italia, insomma) non
ricorda niente di sé, neanche le cose sue più alte e più belle.
Machiavelli è uno dei tre-quattro intellettuali italiani (si possono
ancora usare questi termini?), per cui il resto del mondo è in debito
con l’Italia: insieme con lui, a volerci tenere molto stretti, Dante,
Galilei e Leopardi. Per giunta, Machiavelli, interprete acutissimo di
virtù e, soprattutto, di vizi italici, dovrebbe essere, e restare
illivre de chevet dei nostri politici, governanti e, per la seconda
volta absit iniuria verbis,intellettuali. Insieme con Machiavelli, e con
lui tutti gli altri rappresentanti di una non ignobile tradizione, va a
picco tutta la nostra cultura (del resto, su queste pagine ne ha già
parlato opportunamente Maurizio Bettini, il 30 novembre): così si farà
strada più facilmente la nuova tecnologia del sapere, orientata in larga
parte a una cono-scenza senza pensiero.
Tanto più opportune e gradite arrivano dunque fra noi queste
Conversazioni su Machiavelli, intitolate I corrotti e gli inetti,fra
Antonio Gnoli e Gennaro Sasso (Bompiani, pagg. 208, euro 11), le quali,
sia pure velocemente e sinteticamente, fanno il punto sulla situazione,
elencando al tempo stesso i molteplici e resistentissimi motivi di
attualità del Segretario fiorentino. Ad Antonio Gnoli il compito, svolto
egregiamente, di spremere il maggior succo possibile da uno studioso
eccezionale del pensiero machiavelliano come Gennaro Sasso (del quale
rammenterò soltanto, fra i tanti titoli possibili, una riedizione
aggiornata di un suo vecchio testo su Machiavelli, ora in due volumi:
I.Il pensiero politico, e: IILa storiografia,il Mulino, 1993; e il fatto
che sta attendendo conGiorgio Inglese a una Enciclopedia
machiavelliana, destinata a uscire entro il 2014 presso Treccani); ma
anche, con domande pungenti e qualche inserimento scomodo, andando qui e
là anche al di là delle pur preziose affermazioni del Maestro.
Nessuno può pretendere che sia possibile racchiudere in un articolo di
giornale una così ricca materia. Dirò solo alcune cose sulla posizione
ermeneutica di Sasso, ovviamente agli intendenti già ben nota, e
tuttavia nella concisione talvolta quasi epigrammatica assunta qui nelle
“conversazioni”, in un certo senso ancora più precisa e chiara.
I cardini dell’interpretazione sassiana di Machiavelli sono: 1. l’idea
che Machiavelli sia un pensatore profondamente anticristiano (il che gli
sarebbe valso l’ostracismo da molti, e importanti e duraturi settori
della nostra cultura e opinione pubblica e politica militante); 2.
L’idea, mutuata dall’antico, che il mondo, siccome non è stato creato, è
eterno e che perciò i suoi sommovimenti si ripetono con regolarità
impressionante, anche se con fogge diverse; 3. l’idea che la storia
umana si svolga lungo un piano inclinato che tende uniformemente verso
il basso, cioè in decadenza inarrestabile e continua.
Se si mettono insieme queste tre (colossali) premesse, ne nasce una
visione precisa del pensiero politico machiavelliano: il quale sarebbe
espressione di un’energia d’insuperabile portata, che però lotta
necessariamente contro forze indomabili. Perciò, per citare direttamente
il Maestro, Machiavelli «ha, della storia, una concezione tragica» (p.
119); è «l’autore di un pensiero politico tragico» (p. 77); più
esattamente ancora (ma il riferimento più preciso, e non infondato, è in
questo caso alle Istorie fiorentine), «Machiavelli è uno storico che
non evita l’apocalisse » (p. 113). In questo ragionamento su di un
Machiavelli “oscuro” (la definizione ricorre più volte nelle
“conversazioni”), Gnoli interviene in un certo senso per accentuarla. È
questo il senso di una sua domanda a Sasso, con evidente sottolineatura:
“Anche se in forma sfumata consideri Machiavelli un pensatore
nichilista?” (e Sasso, a dir la verità, risponde: «Al fondo non lo era.
Sempre, e ostinatamente, egli s’impone di credere che si potesse
costruire una repubblica »; il che, a dir la verità, non significa
negare del tutto il senso sottoposto alla domanda di Gnoli).
Se un articolo di giornale non è la sede più giusta, per esporre in
tutti, i suoi aspetti, una materia così complessa, lo è ancor meno per
motivare un punto di vista sia pure modestamente differenziato rispetto a
quello dei due autori. Proverò soltanto a dire, anche questa volta,
come la ricchezza del pensiero machiavelliano sia tale da renderne
possibili letture diverse, e pure non necessariamente antagonistiche fra
loro (forse complementari?).
Io, in questa fase storica, che per noi italiani va dagli albori del
Risorgimento e arriva fino ai giorni nostri, ancorerei di più
Machiavelli alla vicenda italia-na. Non c’è dubbio che Machiavelli pensi
e operi nel momento in cui quella che io ho chiamato in numerose
occasioni la “grande crisi italiana” (la “grande crisi”, di cui, si badi
bene, noi siamo ancora oggi figli), sia già allora in atto. Giudicata a
questa stregua la stessa idea di scrivere Il Principe e di proporlo
all’attenzione dei principi italiani del tempo affinché ne prendessero
esempio e incitamento, avrebbe dovuto apparire, agli occhi del suo
stesso autore, inane e vane. Eppure, lo concepì e lo scrisse: perché nel
grande politico il dovere del fare prevale sempre sull’obbligo del
pensare (o meglio: il pensare è sempre messo al servizio del fare).
Naturalmente, nel 1513-14, gli anni, appunto, della composizione
dell’operetta, l’impresa teorico-politica doveva sembrare ancora
possibile, per non apparire, appunto, inutile e vana. Appena qualche
anno più tardi, fra il 1525 e il 1526, Machiavelli e Guicciardini
prodigiosamente affiancati come non lo erano stati mai in passato, si
forzano insieme di trovare gli strumenti affinché anche l’ultimo varco
non si chiuda. Quando nel 1527 il loro disegno viene catastroficamente
spazzato via dalle inarrestabili armate imperiali e dai lanzichenecchi
trionfanti sul Papa Medici a Roma, evidentemente Il Principe nonavrebbe
più potuto essere scritto; e del resto Niccolò, tanto per non lasciar
dubbi in proposito ai posteri né doverne affrontare lui stesso, preferì
sparire definitivamente dalla scena un mese e mezzo circa, dopo
l’ingresso del Borbone a Roma (forse proprio perché si rendeva conto che
nonavrebbe più potuto scrivere Il Principe e forse nessun’altra opera
degna di quella?).
Insomma: Machiavelli vede, all’inizio di quella catastrofe, una
possibilità ancora in atto di un’azione riparatrice, e la espone con il
massimo dell’eloquenza possibile. Drammatico sì,non v’è dubbio; ma non
tragico: perché qui la tragedia viene a posteriori, e Machiavelli, come
chiunque altro, non era in grado di prevederla in quelle forme e
dimensioni, perché se lo fosse stato il suo ragionare e prender parte
sarebbero stati, lo ripeto, a loro volta semplicemente autodistruttivi
(cioè, gli avrebbero tolto in tutto e per tutto la parola, e, di più, la
ragione e la forza della parola).
L’ultimo capitolo, il sesto, dei Corrotti e gli inetti, s’intitola
“L’Italia s’è persa” e proietta il ragionamento fino su questi nostri
ultimi disperati decenni (diciamo, dalla Resistenza in poi fino ai
nostri giorni, in caduta libera). Ci vorrebbe un’altra recensione per
commentare a dovere questa parte del ragionamento. Anche in questo caso
non si può non condividere il giudizio pesantemente negativo dei due
autori. E però... E però, siamo ancora oggi prima del 1527 o dopo?
Sembra che tutti, compresi (o a partire da) i nostri politici abbiano
deciso che veniamo dopo. Ma Machiavelli c’insegna non solo a pensare e
agire ma anche a sperare (senza di che un grande pensatore non è un
grande teorico-politico ma un filosofo, eventualmente grande). Abbiamo
bisogno, oggi come allora, di un Grande Politico. O almeno di un
Politico. Il guaio è che, oggi, in forme diverse e molto più accentuate
di allora, il politico non può fare a meno del consenso. E il consenso,
si sa, abbassa tutto. E infatti: anche la volpe non ha più la forza di
accompagnarsi con il leone e diventa vulpecula. Allora: questo è il
problema.
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