Adriano Prosperi: Delitto e perdono. La pena di morte nell'orizzonte mentale dell'Europa cristiana. XIV-XVIII secolo, Einaudi
Risvolto
Durante i secoli di un «lungo Medioevo» nelle città europee
si venne progressivamente elaborando e strutturando un
grande spettacolo: quello della morte per via di giustizia.
Come ogni dramma teatrale, ciò che manteneva alta la tensione degli spettatori
era l'incertezza dell'esito. Erano in gioco due vite, quella del corpo e quella
dell'anima e tutte e due rimanevano in pericolo fino alla fine: una fine che
si prolungava oltre l'esecuzione, quando il corpo rimaneva esposto alla folla,
talvolta squartato e infilzato sulle picche talvolta pendente dalla forca, talvolta
ancora «sparato» dai chirurghi nel rito della «notomia» pubblica. La
sorte del corpo e quella dell'anima entrarono a far parte dei dialoghi che
si svolsero tra il condannato e la folla per incanalarsi poi all'interno del
confronto tra il condannato e gli esperti nell'arte del conforto, i membri di
confraternite che si specializzarono in questa funzione e che, fiorite inizialmente
nell'Italia centrosettentrionale fra Trecento e Quattrocento, si diffusero
in seguito in tutta Europa.
Nella notte tra il 1° e il 2 maggio 2011 il
presidente degli Stati Uniti è apparso in
televisione per un evento straordinario e
ha annunciato alla nazione e al mondo
la morte di Osama bin Laden. Le sue prime
parole sono state: «Justice has been
done», giustizia è stata fatta. «Giustizia», che ha la stessa radice etimologica
del verbo «giustiziare». Cosí da far riaffiorare,
in una sola frase, l'opposizione
sostanziale su quale sia la funzione della
giustizia: eliminazione fisica del malvagio
o punizione che gli permetta di pentirsi
e rigenerarsi moralmente? Vendetta,
in sostanza, o perdono? È una linea
di frattura che affonda nell'antico codice
classico, ebraico e cristiano, e che ha
dominato la nostra cultura per millenni.
Facendo i conti con quel passato Adriano
Prosperi si interroga sui complessi legami
che un'intera cultura ha instaurato
coi condannati in carne e ossa fino
a giungere a una compiuta cristianizzazione
della morte come pena: uno spettacolo
pubblico in cui la croce cristiana
campeggia al centro di una grande festa
crudele e dove sui patiboli si celebra
l'offerta della vita del criminale sia come
espiazione dei peccati sia come purificazione
dal male per tutta la comunità.
Con il concorso attivo di quelle Compagnie
che si dedicavano al compito di
consolare i condannati con le promesse
del perdono divino. Da qui lo sterminato
repertorio di argomentazioni teoriche
e delle pratiche necessarie perché l'omicidio
legale si trasformasse in un potente
strumento di emozioni religiose.
Straziami ma di paradiso saziami
Tra il
Medioevo e i Lumi torture e pene capitali servivano a punire i
colpevoli, ma anche a salvare le loro anime: un saggio di Adriano
Prosperi
di Alessandro Barbero La Stampa 1.12.13 da Spogli
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