
Franz Rosenzweig:
La Bibbia ebraica. Parola, testo, interpretazione, a cura di Gianfranco Bonola, Claudia Milani, Renato Bigliardi, Quodlibet
Risvolto
Franz Rosenzweig dichiarò un giorno che il mondo ebraico tedesco
aveva manifestato un vero interesse per lui soltanto quando erano usciti
i primi volumetti della Bibbia ebraica nella nuova traduzione che stava
realizzando insieme all’amico Martin Buber. Eppure, da alcuni anni il
giovane filosofo era attivo a Francoforte come direttore di un
pionieristico istituto di cultura ebraica ed era noto per avere scritto
nel 1921 La stella della redenzione, un’opera di grande respiro
con la quale introduceva nella filosofia le categorie fondamentali
della tradizione biblica (creazione, rivelazione e redenzione) e
ridisegnava il travagliato rapporto tra ebraismo e cristianesimo.
Gli
scritti compresi nel presente volume furono elaborati per gran parte
negli ultimi anni della sua breve esistenza e sono tutti connessi –
benché in modi diversi – alla traduzione della Bibbia ebraica, impresa
che aspirava a confrontarsi con le grandi versioni bibliche del passato,
in particolare con quella di Lutero, da cui è scaturita la lingua
letteraria tedesca.
Ma lo scopo, non meno esplicito, della nuova
traduzione era di liberare la Bibbia ebraica dall’involucro in cui
l’avevano avvolta, appropriandosene, i cristiani. La cristianità infatti
aveva relegato i libri sacri degli ebrei – il Pentateuco, i Profeti e
gli altri Scritti – alla dimensione secondaria di un «antico
testamento», di un patto con Dio che era stato superato e ricompreso nel
Nuovo Testamento dei Vangeli, delle Epistole, dell’Apocalisse. Tradurre
la Bibbia ebraica in quanto tale significava dunque emanciparla da
questa sudditanza e svincolarla dalla prospettiva che la vedeva come
semplice profezia del messia Gesù, e quindi unicamente in funzione del
cristianesimo, il più fortunato dei suoi esiti nella storia
Rosenzweig studioso interattivo
Corriere La Lettura 1.12.13
Il valore supremo della parola è il fondamento sul quale Franz
Rosenzweig costruì la sua vita e la sua opera di filosofo e teologo. Ma
anche di maestro, visto che negli anni Venti del secolo scorso inventò
il metodo di insegnamento che oggi chiamiamo «interattivo». Nato in
Germania nel 1886 da una famiglia israelitica assimilata, e dopo una
tentazione tutta intellettuale di convertirsi al cristianesimo,
Rosenzweig tornò alle sue radici e tradizioni modulate su un ebraismo
liberale: da osservante, ma non da ortodosso. Oltre che uno dei pilastri
del pensiero giudaico del Novecento (Emmanuel Lévinas ha dichiarato un
debito intellettuale nei suoi confronti), il sostenitore della «porta
della parola, che non può chiudersi completamente» è ritenuto uno dei
modelli teorici del dialogo tra ebrei e cristiani. Anche se lavorò
sempre per riportare la Bibbia ebraica al suo ruolo di «libro più
importante», sottraendola a quell’idea di «Vecchio» Testamento che il
cristianesimo considera superato dal «Nuovo». Lo dimostrano gli scritti
raccolti in La Bibbia ebraica (Quodlibet), che comprende anche i testi
della sua collaborazione con Martin Buber a una nuova traduzione di
Torah , Profeti e Agiografi in un tedesco fedele all’interpretazione
giudaica. Un libro appena uscito e davvero speciale, visto che, oltre al
Rosenzweig filosofo, ci regala l’immagine del Rosenzweig uomo. E si
tratta di materiale prezioso. Perché, se la sua produzione filosofica è
disponibile in italiano presso Giuntina o da Vita e Pensiero (con il suo
capolavoro Stella della redenzione ), purtroppo non risultano tradotte
le oltre mille splendide lettere che scambiò con l’adorata amante e
amica Margrit Rosenstock, la sua Gritli. Qui, invece, possiamo per
esempio conoscere l’entusiasmo quasi infantile con il quale, già
gravemente provato e immobilizzato dalla malattia che lo farà morire a
43 anni, recensisce il primo volume del grandioso progetto di
un’Encyclopaedia Judaica « in buon tedesco leggibile, e stampato pure in
corpo grande e ben visibile»: «Abbiamo davanti a noi un volume
sfarzoso, di quasi quaranta quinterni, in lino rosso e pelle marrone,
taglio in oro, con un nobile frontespizio…». Era il 1928; sei anni e
dieci volumi dopo, il nazismo portò morte anche su questa preziosa
opera.
Nessun commento:
Posta un commento