domenica 1 dicembre 2013

Un libro di Franz Rosenzweig


La Bibbia ebraicaFranz Rosenzweig: La Bibbia ebraica. Parola, testo, interpretazione, a cura di Gianfranco Bonola, Claudia Milani, Renato Bigliardi, Quodlibet

Risvolto
Franz Rosenzweig dichiarò un giorno che il mondo ebraico tedesco aveva manifestato un vero interesse per lui soltanto quando erano usciti i primi volumetti della Bibbia ebraica nella nuova traduzione che stava realizzando insieme all’amico Martin Buber. Eppure, da alcuni anni il giovane filosofo era attivo a Francoforte come direttore di un pionieristico istituto di cultura ebraica ed era noto per avere scritto nel 1921 La stella della redenzione, un’opera di grande respiro con la quale introduceva nella filosofia le categorie fondamentali della tradizione biblica (creazione, rivelazione e redenzione) e ridisegnava il travagliato rapporto tra ebraismo e cristianesimo.
Gli scritti compresi nel presente volume furono elaborati per gran parte negli ultimi anni della sua breve esistenza e sono tutti connessi – benché in modi diversi – alla traduzione della Bibbia ebraica, impresa che aspirava a confrontarsi con le grandi versioni bibliche del passato, in particolare con quella di Lutero, da cui è scaturita la lingua letteraria tedesca.
Ma lo scopo, non meno esplicito, della nuova traduzione era di liberare la Bibbia ebraica dall’involucro in cui l’avevano avvolta, appropriandosene, i cristiani. La cristianità infatti aveva relegato i libri sacri degli ebrei – il Pentateuco, i Profeti e gli altri Scritti – alla dimensione secondaria di un «antico testamento», di un patto con Dio che era stato superato e ricompreso nel Nuovo Testamento dei Vangeli, delle Epistole, dell’Apocalisse. Tradurre la Bibbia ebraica in quanto tale significava dunque emanciparla da questa sudditanza e svincolarla dalla prospettiva che la vedeva come semplice profezia del messia Gesù, e quindi unicamente in funzione del cristianesimo, il più fortunato dei suoi esiti nella storia


Rosenzweig studioso interattivo
Corriere La Lettura 1.12.13


Il valore supremo della parola è il fondamento sul quale Franz Rosenzweig costruì la sua vita e la sua opera di filosofo e teologo. Ma anche di maestro, visto che negli anni Venti del secolo scorso inventò il metodo di insegnamento che oggi chiamiamo «interattivo». Nato in Germania nel 1886 da una famiglia israelitica assimilata, e dopo una tentazione tutta intellettuale di convertirsi al cristianesimo, Rosenzweig tornò alle sue radici e tradizioni modulate su un ebraismo liberale: da osservante, ma non da ortodosso. Oltre che uno dei pilastri del pensiero giudaico del Novecento (Emmanuel Lévinas ha dichiarato un debito intellettuale nei suoi confronti), il sostenitore della «porta della parola, che non può chiudersi completamente» è ritenuto uno dei modelli teorici del dialogo tra ebrei e cristiani. Anche se lavorò sempre per riportare la Bibbia ebraica al suo ruolo di «libro più importante», sottraendola a quell’idea di «Vecchio» Testamento che il cristianesimo considera superato dal «Nuovo». Lo dimostrano gli scritti raccolti in La Bibbia ebraica (Quodlibet), che comprende anche i testi della sua collaborazione con Martin Buber a una nuova traduzione di Torah , Profeti e Agiografi in un tedesco fedele all’interpretazione giudaica. Un libro appena uscito e davvero speciale, visto che, oltre al Rosenzweig filosofo, ci regala l’immagine del Rosenzweig uomo. E si tratta di materiale prezioso. Perché, se la sua produzione filosofica è disponibile in italiano presso Giuntina o da Vita e Pensiero (con il suo capolavoro Stella della redenzione ), purtroppo non risultano tradotte le oltre mille splendide lettere che scambiò con l’adorata amante e amica Margrit Rosenstock, la sua Gritli. Qui, invece, possiamo per esempio conoscere l’entusiasmo quasi infantile con il quale, già gravemente provato e immobilizzato dalla malattia che lo farà morire a 43 anni, recensisce il primo volume del grandioso progetto di un’Encyclopaedia Judaica « in buon tedesco leggibile, e stampato pure in corpo grande e ben visibile»: «Abbiamo davanti a noi un volume sfarzoso, di quasi quaranta quinterni, in lino rosso e pelle marrone, taglio in oro, con un nobile frontespizio…». Era il 1928; sei anni e dieci volumi dopo, il nazismo portò morte anche su questa preziosa opera. 

Nessun commento: