lunedì 20 gennaio 2014

Ancora il convegno su Bobbio nel decennale


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Democrazia. Bobbio dixit
L’eredità del grande filosofo nella sua opera cardine Si sono appena concluse le celebrazioni in sua memoria Qui una riflessione sui suoi insegnamenti scritta da un suo allievo


di Luigi Bonante l’Unità 22.1.14

BOBBIO È (O È AVVIATO A DIVENTARE) UN CLASSICO? E SE SÌ, QUALE ASPETTO DELLA SUA OPERA LO RENDERÀ TALE? CI AIUTERANNO ALCUNI STATI STATISTICI.Ricorda Marco Revelli, nella sua introduzione al «monumento» che ha eretto a Bobbio con il «Meridiano» che
raccoglie parte degli scritti di Bobbio, come si possano mettere in scala le dieci voci più ricche dell’immensa bibliografia bobbiana. Graduatoria che già ci consente di incrociare le tematiche maggiormente affrontate con gli approcci più frequentemente adottati.
Questi ultimi sono la filosofia del diritto e la storia della filosofia, la scienza politica e la storia del pensiero politico, tra i quali risulta la prevalenza di una tematica: la democrazia che nel soggettario della bibliografia compare 462 volte e nei titoli degli scritti 208 volte (vedere Etica e politica, pagina 1665). Alla democrazia Bobbio ha dedicato non soltanto una parte importante dei suoi scritti, dunque, ma direi che si sia trattato della parte prevalente dei suoi interventi di impegno politico-culturale (un’altra delle chiavi di lettura possibili).
Tra gli scritti dell’ultima parte della sua vita (quelli che Revelli chiama «gli anni della riflessione», 1980-2004), due raccolte dominano il campo: Il futuro della democrazia (1984) e L’età dei diritti (1990). Non intendo ridurre gli scritti sulla democrazia a questi due soli (tant’è vero che tra un attimo farò riferimento anche a un altro che non ne fa parte); ma il loro semplice intreccio basterebbe, da solo, a illustrare la portata della riflessione di Bobbio.
È proprio intorno a questo programma essenziale ma minimo che Bobbio osserva che la democrazia, che pure è il massimo successo dello sviluppo politico del XX secolo, non ha saputo mantenere le sue promesse (che dovevano riguardare una società integrata e non dominata da piccole e potenti oligarchie, e non fondata sulla difesa di interessi corporativi, libera dalle pastoie dei poteri segreti e invisibili, da cittadini indifferenti e apatici, dominati da tecnocrazie specialistiche e ottuse) ed è crollata di fronte a tre tipi di ostacoli: la complessità (di cui tanto favoleggiano i sociologi), la burocratizzazione del mondo, l’ingovernabilità universale. Che cosa sarà della democrazia reale in queste circostanze? La fuga (da Bobbio contrastata fino agli ultimi anni, come dimostra destra e sinistra) dalle ideologie, il conseguente populismo che si fonda sulla personalizzazione della politica e la videocrazia: tutte ragioni che allontanano i cittadini dalla politica (dall’interesse per la «cosa pubblica») e dalle urne, quando ne è il momento.
Fenomeni e pericoli per la democrazia che conosciamo ormai, purtroppo, sin troppo bene, e di cui Bobbio aveva intuito l’avanzare e la pericolosità. Si potrebbe anche concludere che si tratta di tendenze che si vanno imponendo in tutto il mondo occidentale ma questa non è una consolazione. Bobbio ci ha lasciato un’indicazione strategica di straordinaria suggestione, che riguarda, ancora una volta, la democrazia e che ci fa dire che forse la fiducia in una «certa» concezione della democrazia è il lascito più importante che egli ci abbia lasciato. Si tratta di quella famosa definizione della democrazia, che egli trasse dai suoi dibattiti sulla nonviolenza, e che riprese ne Il futuro della democrazia: «Che cosa è la democrazia se non un insieme di regole (le cosiddette regole del gioco) per la soluzione dei conflitti senza spargimento di sangue? e in che cosa consiste il buon governo democratico, se non innanzi tutto, nel rigoroso rispetto di queste regole?»
Chi volesse far finta di non capire pensi al trionfo degli interessi personali su quelli collettivi, al modo in cui le leggi (non tutte ugualmente ben fatte, ma quelle che ci sono) vengono calpestate o aggirate, alla violenza (seppure disarmata) con cui il mondo della finanza ci innalza a privilegi insensati e può precipitarci nella precarietà, nell’indigenza, nella povertà.
Bobbio lanciava allora un avvertimento, che evidentemente non soltanto non è stato ascoltato,ma ha sviluppato fenomeni inquietanti: si tratta della tensione che nei regimi politici contemporanei si è aperta tra il «governo delle leggi» e il «governo degli uomini». Non è forse vero che abbiamo assistito tra la fine della Prima repubblica e l’inizio della Seconda (che della prima tuttavia sembra essere una coda ben più che un rinnovamento) al trionfo degli uomini sulle leggi?
Certo non è questo il «futuro della democrazia» che Bobbio sognava, ma è per dargliene uno all’altezza delle sue aspettative che la sua lezione è lì a nostra disposizione: basta che la impariamo e la applichiamo.

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