E l’ha trovata?
«La pace? Diciamo che ritornare sui luoghi della mia infanzia ha lenito la mia angoscia».
Quali luoghi?
«Solto, innanzitutto e poi Brescia. Tutto quello che mi è accaduto fino
ai dieci anni si è svolto in quella cornice. Tra il paradiso e
l’inferno».
Due mondi opposti, come li conciliava?
«Non c’era conciliazione tra le due “società”. Tra quella dei nonni
materni, la parte ricca, e quella dei nonni paterni: povera, indigente,
dignitosa. Le due famiglie non si sono mai toccate. Mai un abbraccio,
una festa celebrata in comune. Mai niente che le mescolasse».
E lei come reagì?
«Con rassegnazione. Erano mondi codificati, difficili da aggredire o
cambiare. Il babbo era a Roma per studio e lavoro. Con la mamma vivevamo
in un bel palazzo nel centro di Brescia. Occupavamo una stanza come dei
rifugiati. Il giorno a scuola dalle suore. La sera insieme a cena con i
nonni. Di solito c’era il classico piatto di minestra. Finito il quale
la mamma tirava fuori da un sacchetto una fetta di stracchino».
Come spiega tanta austerità?
«Era il loro tratto crudele. Ma anche il modo di interpretare un’idea di
bene, tanto assurda quanto impervia. Il nonno materno, molto bigotto,
diceva che sarei diventata una badessa».
E per questo la fece studiare dalla suore?
«L’intenzione fu quella. Ma mi trovai in una scuola assurda e folle».
Folle?
«Sì, quelle suore – ossessionate dal sesso e dalla vita – volevano che
avessimo delle visioni. Ci dicevano che se non avessimo visto l’ostia
animarsi saremmo state dannate. Passavo il mio tempo nella penitenza e
nella preghiera. Portavo il cilicio a insaputa dei miei».
I suoi genitori non ne erano a conoscenza?
«No. Le suore non volevano che raccontassimo in famiglia ciò che
accadeva a scuola. Ci minacciavano e al tempo stesso ci dicevano che
eravamo delle elette. A sette anni conoscevo il significato del peccato
mortale e veniale, cos’era sacrilego e cosa non lo fosse».
Che ordine era?
«Erano suore canossiane. Vivevo quel mondo con una profonda angoscia.
Ricordo che un giorno giunsi sulla piazza del Duo-mo di Brescia.
Completamente vuota. Alle due sarei dovuta rientrare a scuola. Ero sola
con una cartella pesantissima e, in quel momento, pensai che la mia
infanzia era finita».
Perché lo pensò?
«Perché sentii montare in me una disperazione fortissima e al tempo
stesso un senso di ineluttabilità per ciò che stava accadendo».
Ma i suoi non ne ebbero la percezione?
«I bambini mascherano bene. Papà veniva a trovarci raramente. Raccontava
di questi suoi interminabili viaggi in treno, in terza classe, da Roma a
Brescia. Poi, finite le elementari, mia madre si ribellò e decise di
avvicinarsi a Roma. Andammo a vivere a Ostia, dove le case d’inverno
costavano pochissimo. Alla domenica il babbo ci portava in pineta o a
vedere il mare. A me, che il mare lo vedevo tutto i giorni, sembrava una
punizione».
Come erano i suoi genitori?
«Mia madre era una casalinga felice del suo mondo. Disprezzava cordialmente il lavoro intellettuale del babbo».
Suo padre è stato il grande Arsenio Frugoni, illustre medievista.
«Era un personaggio affascinante con un totale disprezzo per le cose. Da
me, ma non da mio fratello, pretese la perfezione assoluta e ciò
scatenò una certa insicurezza malgrado fossi la più brava a scuola. Poi
mi iscrissi al liceo Virgilio. Fu un periodo felice. Papà lavorava alla
Treccani. Sembravamo, improvvisamente, una famiglia normale. Quando
arrivò l’università, ripresero le angosce. Pensavo di non farcela.
Interruppi. Cercai un lavoro come commessa in un grande magazzino. I
miei erano allibiti. Il babbo nel frattempo era diventato professore
alla Normale di Pisa».
E lei riprese i suoi studi?
«Sì, provai ad entrare alla Normale. Ma ben presto capii che non potevo avvicinarmici».
Cosa lo impediva?
«Mio padre, cosa se no? Scrisse una lettera al direttore della Normale
dicendo che ero inadatta alla ricerca. La verità è che non voleva che si
pensasse che godessi di favori familiari. Terminai l’università a Roma e
feci il concorso come bibliotecaria a Pisa. Lo vinsi. Una biblioteca
magnifica, oggi diventata l’assurdo contenzioso di politici incapaci».
Descrive un padre terribile.
«Fu uno dei volti di quest’uomo».
Non teme che ne sia stata in qualche modo vittima?
«Forse sì. Mi ritenevo una ribelle perdente. Soggiogata dal suo fascino.
Ricordo che solo dopo la sua morte ho cominciato a scrivere, a
pubblicare e a insegnare».
Come è morto?
«In un incidente di macchina, nei pressi di Bolgheri. Morirono lui e mio fratello. La mamma restò a lungo in coma»
Cosa accadde quando apprese la notizia?
«Fu tremendo. Mi precipitai all’ospedale. Arrivai che era pomeriggio.
Feci le scale. Incrociai il primario di ortopedia. Gli chiesi notizie.
Mi scrutò con fastidio: il vecchio è morto. Il giovane non passerà la
notte, disse allontanandosi. Solo la mamma trascorse un anno in ospedale
a ricomporre i pezzi».
Eppure quella morte in un certo senso l’ha liberata.
«Ha cancellato l’immagine che restituiva di me: la perfetta cretina».
C’è una vicenda misteriosa che riguarda suo padre: la sua apparente
adesione a Salò. So che lei se ne è interessata a fondo. Con quali
risultati?
«Papà, che conosceva perfettamente il tedesco – passammo anche un
periodo a Vienna dove lavorava per l’Istituto italiano di cultura – fu
chiamato a dare lezioni di italiano al tenente colonnello Jandl. Che poi
verrà giustiziato a Norimberga».
Mi scusi, non era facile entrare in quella cerchia senza qualche credenziale politica.
«È vero. Oltretutto lì c’erano anche Mussolini, i gerarchi, le SS. Il
peggio del fascismo e del nazismo. Di questo non seppi mai nul-la fino
al giorno del funerale di mio padre. Durante la cerimonia si presentò un
signore che era stato capitano delle SS. Mi disse che papà aveva fatto
il doppio gioco. Che era un partigiano infiltrato. Andai a trovarlo a
Berlino, sperando che avesse dei documenti. Niente. In seguito mi
scrisse una lunga lettera, con il vincolo di non diffonderla, in cui mi
diceva come papà era riuscito a evitare l’arresto e la fucilazione
scappando dalla finestra».
Come è possibile che suo padre su tutto questo abbia taciuto?
«Non lo so. Credo facesse parte della sua personalità misteriosa. Una
sola volta reagì con molto fastidio contro quella gente che si vantava
di aver fatto la Resistenza. In seguito ho cercato documenti, rovistato
in archivi. Niente. È saltata fuori solo una tessera in cui si diceva
che era stato un partigiano di brigata».
Ma qualcuno deve averlo mandato a Salò.
«Credo siano stati i servizi segreti inglesi. E forse ci fu anche il
coinvolgimento di Montini, il futuro papa, allora molto impegnato nel
gioco della resistenza».
«L’onestà e il senso del dovere. Al prezzo di una grande infelicità. Certo non ho educato i miei figli allo stesso modo».
Forse gli deve anche la passione per il Medioevo?
«Sì, ricordo certi viaggi in lambretta – io alla guida e lui dietro –
con cui si andavano a vedere gli affreschi di Clusone sulla “danza
macabra” e il “trionfo della morte”. Temi su cui mi sarei laureata. Non
ho avuto dei maestri. Ma lui, anche se in modo distorto, lo è stato. Ho
percorso una strada che papà aveva solo cominciato: l’attenzione
all’immagine come fonte storica. Ma lei non ci crederà».
Non crederò a cosa?
«Che la passione per le immagini si chiarì nel periodo che passai in sanatorio».
Lei è una continua sorpresa!
«Da piccola contrassi la tubercolosi. Fu durante l’università che la
malattia divenne insidiosa. Tanto che pensarono di ricoverarmi in un
sanatorio in Valtellina. Sebbene fosse concepito come una prigione, quel
luogo non era privo di fascino. Avevano sequestrato il nostro tempo.
C’era proibito leggere e incontrare, soprattutto all’inizio, i parenti e
gli amici».
Perché?
«Si credeva, e penso sia vero, che i sentimenti influissero
sull’organismo. Le emozioni alzavano la febbre. Occorreva lasciarsi
invadere da una calma interiore. Che rompevamo solo durante la cena.
Ogni sera ci si cambiava per andare a tavola. Eleganti scambiavano
occhiate e palpiti. Nascevano a volte amori furiosi, destinati a
infrangersi nella normalità del giorno. D’inverno, l’importante che non
ci fosse vento, ci obbligavano a stare sul balcone o in terrazza per
ore. Guardavo, come ipnotizzata, la montagna registrando i più piccoli
spostamenti della neve. O nel cielo le nuvole. È stata un’educazione
all’osservazione, un allenamento alla pazienza. Che ho poi trasferito
nel mio lavoro. Soprattutto nell’esplorazione delle immagini come
documenti della storia».
Al centro del suo lavoro di studiosa c’è la figura di San Francesco. Oggi tornata in auge. Cosa rappresenta?
«Intanto è meno scontata di quel che sembra. Ha creato un ordine, ha
rivoluzionato il rapporto con la società e rivisto le relazioni con la
Chiesa. Ha reso praticabile il dialogo tra le religioni ed effettuale la
parola del Vangelo e questo già in pieno Medioevo».
Si è sempre pensato al Medioevo come a un’epoca arretrata, buia, oltranzista, dogmatica.
«Sono felice di aver contribuito a sfatare questa immagine. Pensi a
certi oggetti che sono stati inventati allora: gli occhiali, i bottoni
che hanno fondato la moda, il mulino a vento, la forchetta, la forma del
libro, i vetri, gli assegni, le note musicali. Sono le prime cose che
mi vengono in mente. Potrei continuare. E poi c’è l’arte. Sto scrivendo
un libro, che sarà l’ultimo, sugli affreschi della basilica superiore di
Assisi. Con molte novità interpretative dentro».
Perché dice che sarà l’ultimo?
«Perché non ne scriverò altri».
È un’affermazione singolare. Lei parlava all’inizio di un “congedo”. Cosa intendeva?
«Segnalare che una vita volge a termine. Ho 74 anni. Sono in buona
salute. Eppure è un pensiero che torna sovente. Lo so, c’è qualcosa di
irrazionale in ciò che dico. Ma non mi libero dall’idea di non avere più
molto tempo. L’accolgo con serenità. Senza drammi. Mio padre avrebbe
quest’anno compiuto cent’anni. È morto a 56. Sono nata lo stesso mese e
giorno in cui era nato lui: 4 di febbraio. Si scrisse la sua epigrafe
che concludeva con una frase molto francescana: ricordatemi ancora,
volendovibene».
Posso chiedere se crede in Dio?
«Dovrei? Dopo quello che mi è accaduto penso che le suore furono
un’eccellente scuola di ateismo. Ho smesso di credere verso i 15 anni».
E con chi o con cosa l’ha sostituito?
«La pratica francescana o le parole del Vangelo non hanno bisogno
dell’aldilà. Valgono per noi, per il nostro mondo. Per me sono dei buoni
modelli, come la capacità di introspezione e la fantasia. Lo zio Gianni
– un uomo che rimpianse per tutta la vita di non aver sposato una
violinista – mi regalava per le feste dei piccolissimi giocattoli.
Diceva che non avevano avuto il tempo di crescere. E che io avrei dovuto
prendermene cura. Ecco, mi piace pensare che quella bambina di allora
abbia imparato ad applicare quella piccola lezione su tutto».
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