lunedì 27 gennaio 2014

Bankitalia ci spiega cosa sono le classi sociali e come si fa la lotta di classe

il bollettino di via nazionale
Negli ultimi 3 anni il reddito medio è calato di oltre 7 punti. Dramma giovani: negli ultimi 20 anni è calato di 15 punti
Corriere, 27 gennaio 2014


I reati finanziari invisibili

Pochissimi detenuti per reati fiscali Quel record (negativo) dell’Italia

Nelle nostre carceri sono 55 volte meno che in quelle tedesche

di Gian Antonio Stella Corriere 27.1.14

È solo una coincidenza se la Germania, il Paese di È solo una coincidenza se la Germania, il Paese di traino dell’Europa, ha le galere più affollate di detenuti per reati fiscali ed economici? Ed è solo una coincidenza se noi, che arranchiamo faticosamente in coda, ne abbiamo 55 volte di meno? Non inciderà anche questo, sulle scelte di chi vuole investire in un Paese affidabile?


Iinteressante mettere a confronto, dopo le denunce della Guardia di Finanza sulla stratosferica evasione fiscale italiana e lo scoppio dell’«affaire Angiola Armellini», i numeri del rapporto 2013 dell’«Institut de criminologie et de droit pénal», curato dai docenti dell’Università di Losanna Marcelo F. Aebi e Natalia Delgrande, sulle statistiche del vecchio continente più alcuni Paesi dei dintorni come Azerbaijan e Armenia. Tanto più che non arriva mai in porto quella benedetta delega al governo, attesa e rinviata da anni, perché adotti «entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, decreti legislativi recanti la revisione del sistema fiscale» con un inasprimento delle pene compreso il ripristino delle manette. 

Dice dunque la tabella a pagina 96/97 di quel rapporto, dedicata alla ripartizione per tipo di reato dei detenuti condannati con sentenza definitiva (dati 2011) che nelle nostre carceri solo 156 persone, cioè lo 0,4% della popolazione dietro le sbarre, è lì per avere violato la legge in materia di criminalità economica e fiscale. Una percentuale ridicola. Tanto più rispetto alla media generale europea del 4,1%: il decuplo. 
Per non dire del confronto con due Paesi da sempre additati come paradisi fiscali o comunque assai ospitali nei confronti della finanza di moralità elastica. Dei detenuti del principato di Monaco, dove il 38% è dentro per furto e il 15% per stupro o aggressioni sessuali, il 23% è stato condannato per reati economici e finanziari. E questa quota sale addirittura, nel Liechtenstein, al 38,6%. 
Scrisse il grande Angelo Brofferio, poeta piemontese amato da papa Francesco, «Guai a col ch’a s’ancaprissia / ëd volèi giusta la giustissia!», Guai a colui che s’incapriccia / a voler giusta la giustizia. Parole amare. Ma giuste. Basti pensare alla sproporzione tra la condanna a 9 mesi di quel senegalese incensurato che, licenziato, aveva rubato al supermercato due buste di latte in polvere per il figlioletto e certi verdetti di manica larga. Un mese di carcere convertito in 1.500 euro di multa per aggiotaggio a un operatore finanziario dell’Umb, recidivo. Quattro mesi convertiti in 6 mila euro a due suoi colleghi di City Bank. Quattro mesi per insider trading al finanziere bresciano Emilio Gnutti. Due anni ma condonati al figlio di Licio Gelli, Raffaello, per bancarotta fraudolenta. Uno in meno di quelli che rischia l’immigrato etiope El Israel, rinviato a giudizio per aver colto un fiore per la fidanzata «spezzando i rami di un oleandro posto a ridosso di una aiuola decorativa con l’aggravante di aver commesso il fatto su un bene esposto per necessità e consuetudine alla pubblica fede». 
Fatto sta che nelle nostre carceri, il 16% dei condannati con pena definitiva è dentro per omicidio, il 5,3 per stupro, il 14,0 per rapina, il 5,3 per vari tipi di furto, il 39,5 per droga il 16,4 per reati vari ma su tutto spicca vergognosamente quello 0,4% dei detenuti per reati economici e finanziari, incluse le fatturazioni false. Cioè l’unica imputazione che può portare un evasore a varcare i cancelli di un penitenziario. Prova provata di come da noi i colletti bianchi siano trattati in maniera diversa, molto diversa, da come sono trattati i colpevoli di reati in qualche modo, diciamo così, «plebei». 
È la conferma di una certa idea della società che fu riassunta da Franco Frattini: «I reati di Tangentopoli non creano certo allarme sociale. Nessuno grida per strada “Oddio, c’è il falso in bilancio!” ma tutti si disperano per l’aggressione dell’ennesimo scippatore». Sarà... Ma è un caso se poi gli investimenti stranieri si sono pressoché dimezzati in Italia passando a livello mondiale dal 2% del 2001 all’1,2% di oggi? 
Non va così, dalle altre parti. Se da noi i galeotti per reati economici sono un trentacinquesimo di quelli per rapina e un novantanovesimo di quelli per droga, nelle carceri tedesche l’ordine delle priorità è ben diverso. Evidentemente il famoso «giudice a Berlino» invocato dal mugnaio di Bertold Brecht considera lo scippo agli azionisti di qualche milione di euro più grave dello scippo di una borsetta sul bus. Certo è che in Germania i detenuti per aggressione e percosse (7.592) o per rapina (7.206) sono addirittura meno di quelli sbattuti in galera per reati economici e finanziari: 8.601. I quali sono più o meno quanti i carcerati (8.840) per droga. Solo i detenuti per vari tipi di furto (12.628) sono di più. Ma non molti di più. 
È un’altra visione del mondo. L’idea che un’economia sana abbia bisogno del rispetto delle regole. Certo, ci sono anche lì truffatori e bucanieri della finanza e bancarottieri ed evasori. Ovvio. Quando li beccano, però, tintinnano le manette. Un caso per tutti? Quello di Klaus Zumwinkel: come amministratore delegato aveva fatto di «Deutsche Post» un gigante mondiale. Il giorno che l’accusarono di evasione fiscale aggravata, però, non gli fecero una garbata telefonatina per invitarlo a presentarsi in ufficio. No, per dimostrare che lì la legge è davvero uguale per tutti, decine di agenti della polizia tributaria, la Steuerfahndung, circondarono la sua lussuosa villa a Colonia e fecero irruzione all’alba. Né alcuno osò accusare Angela Merkel di avere istituito uno «Stato poliziesco». 
Lo «spread» tra la nostra quota di detenuti per reati economici e finanziari e quella degli altri Paesi, del resto, è vistoso non solo nei confronti della Germania. In rapporto agli abitanti, i «colletti bianchi» incarcerati in Italia sono un sesto degli olandesi, un decimo degli svedesi, degli inglesi e dei norvegesi, un undicesimo dei finlandesi, un quindicesimo degli spagnoli, un ventiduesimo dei turchi fino all’abisso che ci separa dai tedeschi. E i francesi? Il dossier degli studiosi svizzeri non offre dati ufficiali esattamente coincidenti. Il sito web del ministero della Giustizia parigino, tuttavia, dice che nell’ottobre 2013 c’erano nei penitenziari d’oltralpe 4.969 detenuti per «escroquerie, abus de confiance, recel, faux et usage de faux» vale a dire frode, abuso d’ufficio, occultamento, falsificazione e uso di falsi. Reati da colletti bianchi. Colpiti da leggi molto più severe della nostra, come in tutti i Paesi seri. 
Quanto all’America, basti ricordare il solo Jeff Skilling, il potentissimo amministratore della Enron e principale finanziatore di George W. Bush che arrivò a guadagnare in un anno 132 milioni di dollari. Accusato della bancarotta della società, è stato condannato a 24 anni di carcere. Il pigiama color arancione della prigione di Waseca, nel Minnesota, potrà toglierselo solo nel 2028...


Isee, gli evasori rubano 2 miliardi
di B. Dig. l’Unità 28.1.14

ROMA. Più evadi, più hai servizi pubblici. È un meccanismo perverso, a tutto vantaggio dei furbetti del fisco, quello che si innesca quando si incrociano i dati dell’erario con quelli dell’erogazione di aiuti del welfare. Secondo stime di Lef (Associazione per la legalità e l’equità fiscale) ogni anno almeno il 20% delle somme distribuite attraverso l’Isee vanno a famiglie che non ne avrebbero diritto. In soldoni si tratta di due miliardi (sui 10 complessivi) all’anno. Quanto il taglio del cuneo fiscale per quest’anno.
L’associazione ha presentato ieri al Cnel un rapporto sui primi 15 anni di attuazione dell’Isee, che oggi è stato profondamente rinnovato. Secondo gli studiosi con un’evasione di 10mila euro si ottiene un beneficio fino al 70%% rispetto a chi dichiara correttamente il proprio reddito. Le cifre dipendono comunque dalla situazione familiare di partenza e sono correlate con i valori patrimoniali. Per un nucleo con due figli minori e un reddito complessivo di 31.600 euro il vantaggio per i furbetti che evadono 10mila euro va dal 45% in presenza di un patrimonio basso al 18% con un patrimonio alto.
Le distorsioni non provengono soltanto dalle false dichiarazioni all’erario. Anzi: nel Belpaese accade anche che magari al fisco si dichiara un tot e per l’Isee (gestito dall’Inps) un valore diverso. Un comportamento che non è neanche tanto raro. Le dichiarazioni dei redditi ai fini dell’Isee «sono sottostimate rispetto ai redditi dichiarati al fisco nel 25% dei casi». Questo il dato riferito dal sottosegretario Maria Cecilia Guerra intervenendo alla presentazione del rapporto Lef. Con il nuovo Isee il fenomeno dovrebbe azzerarsi, visto che le amministrazioni non chiederanno più ai cittadini di fornire i dati che già posseggono. Così sarà l’Agenzia delle entrate a fornire i redditi, rendendo i controlli più efficaci. Una «spina nel fianco» è la dichiarazione del patrimonio mobiliare. «L’80% di chi ha fatto la Dsu (dichiarazione sostitutiva unica) ha dichiarato di avere un patrimonio pari a zero ha affermato Guerra e questo è un dato non credibile». La nuova normativa prevede una serie di strumenti tra cui un «warning» da parte delle Agenzie delle Entrate che rileva l’esistenza di conti correnti e di beni mobili. Per evitare inoltre che vengano «svuotati i conti correnti il 31 dicembre» ha proseguito Guerra verrà fatta una verifica sulla consistenza media dei conti correnti. In realtà le banche conoscono già molto bene la consistenza dei depositi, visto che dall’anno scorso esiste la patrimonialina sui conti correnti e portafogli titoli. Anche in questo caso basterebbe un’integrazione tra le banche dati per evitare brutte sorprese. C’è da ricordare che il governo prodi aveva affidato all’Agenzia delle entrate la gestione dell’Isee, che poi è passata all’Inps. Si sono spesi 82 milioni nel 2011 e quest’anno se ne spenderanno 66 per aiutare i richiedenti con servizi esternalizzati. Il tutto mantenendo ampie falle nel sistema.
Il nuovo Isee entrerà in vigore l’8 febbraio ma sarà effettivamente operativo intorno al 9 giugno; per completare l’interconnessione tra le banche dati, realizzare i moduli e le istruzioni di accompagnamento sono previsti infatti 3 mesi e altri 30 giorni avranno a disposizione gli enti erogatori per rivedere i loro regolamenti.


“Noi, operai spremuti come limoni non cederemo al ricatto di Electrolux”
In fabbrica a Susegana: con 850 euro al mese non campiamo più
La lotta di classe asimmetrica
di Gad Lerner Repubblica 29.1.14

NELLA lotta di classe asimmetrica scatenata dalla multinazionale svedese Electrolux, i lavoratori sono ridotti a variabile marginale. Stoccolma ha il potere di giocarsi gli operai polacchi contro gli operai italiani, e inoltre può mettere ogni stabilimento a rischio chiusura in competizione con l’altro; azionando così una corsa al ribasso no limits del costo della manodopera.
Il sacro principio della libera concorrenza, dispiegato senza regole su un orizzonte mondiale, anela a svincolarsi dai contratti localmente stipulati con la parte più debole. In materia di retribuzioni prevalgono le tariffe di volta in volta indicate come riferimento là dove conviene; e pazienza se ciò comporta una vera e propria retrocessione di civiltà. Prendere o lasciare. Il governo, i sindacati e la politica sono chiamati solo a una presa d’atto subalterna. A disarmarli è la nuova centralità finanziaria del rapporto creditore/debitore che prosciuga le risorse pubbliche necessarie all’esercizio della mediazione nel più antico conflitto capitale/lavoro. È così che la lotta di classe diviene asimmetrica e il lavoro, reso precario, tende a precipitare sempre più spesso nella povertà (vedi Maurizio Lazzarato, Il governo dell’uomo indebitato, editore Derive Approdi).
Parliamoci chiaro: se il ricatto occupazionale dovesse funzionare all’Electrolux, costringendo i sindacati ad accettare per cause di forza maggiore un taglio generalizzato dei salari, dal giorno dopo le ripercussioni si manifesterebbero su tutto il sistema manifatturiero italiano. Migliaia di aziende in difficoltà seguirebbero l’esempio del battistrada svedese, generando un’imponente decurtazione di reddito a danno di lavoratori che già percepiscono salari al di sotto della media europea.
È vero infatti che il costo del lavoro pesa in misura eccessiva sui bilanci delle nostre imprese, ma la scorciatoia escogitata — tagliare i salari, altrimenti chiudiamo gli stabilimenti — sortirebbe effetti sociali ed economici dirompenti. In questa drammatica circostanza, il riflesso ideologico anti-statalista può giocare brutti scherzi: basti vedere Beppe Grillo che ieri, pur di prendersela con lo «Stato-pappone», ha irriso l’angoscia dei lavoratori («lacrime di coccodrillo») e, adoperando un linguaggio tipicamente reazionario, ha parlato di «canea dei sindacati».
Lo stesso Partito Democratico di Matteo Renzi è percorso da una contraddizione che al momento sembra ostacolarne un’azione efficace. Aiuta poco il Jobs Act che si voleva sfoderare in campagna elettorale, perché nulla dice sul bivio cui siamo giunti: cosa deve rispondere, il governo, a una multinazionale che per restare nel nostro paese pretende la sospensione del contratto nazionale e dei patti integrativi vigenti? La richiesta brutale dell’Electrolux suscita reazioni opposte se la si guarda benevolmente dalla city di Londra, come il finanziere renziano Davide Serra che definisce «razionale» lo scambio fra decurtazioni salariali e salvaguardia occupazionale; o viceversa se la si guarda dal Friuli condannato a perdere 1.100 posti di lavoro, come tocca all’altrettanto renziana Debora Serracchiani, schierata con i “suoi” operai di Pordenone.
Il segretario Renzi, distratto dal braccio di ferro sulla legge elettorale, non prende ancora partito. E forse non si rende conto che il dilemma degli operai polacchi d’Italia, sbattuto in faccia alla politica, non è di quelli aggirabili con dei ghirigori verbali. Al contrario, è la priorità delle priorità.
Le statistiche sulla ricchezza nazionale divulgate dalla Banca d’Italia ci confermano che stiamo vivendo una metamorfosi sociale, con l’acuirsi delle disuguaglianze e la diffusione della povertà. Ma ancora non fotografano a sufficienza il dato nuovo rappresentato dall’estendersi dell’area che i sociologi definiscono
labouring poor: ovvero i titolari di un posto di lavoro fisso la cui busta paga però non li sottrae all’indigenza. Tale condizione verrebbe generalizzata da eventuali accordi consensuali di taglio dei salari. Essi giungerebbero a suggellare una gigantesca opera di espropriazione di ricchezza ai danni del lavoro dipendente già in atto da anni in tutto l’occidente. Ne sono talmente consapevoli il presidente Obama negli Usa e i partner della grosse koalition in Germania, da avere scelto di innalzare per legge il salario minimo orario nei loro paesi. Un parziale antidoto alla diffusione della povertà fra i lavoratori dipendenti.
Se il governo e le associazioni imprenditoriali del nostro paese dovessero subire il ricatto della multinazionale svedese che chiede loro di agire in senso inverso, le conseguenze sarebbero gravi. Disperazione crescente, contrapposizioni territoriali (vedi le reciproche accuse fra Serracchiani e Zanonato), contagiosa demagogia autarchica. La lotta di classe asimmetrica produce solo declassati e secerne rancore. Sottoscrivere oggi un taglio dei salari significa mettere a repentaglio una già fragile democrazia.


Il tweet del finanziere: “Si salvano azienda e lavoratori”. Madia: governo trovi mediazione
Il sì di Serra, sostenitore di Renzi. Bufera Pd: inaccettabile metà salario
di Luisa Grion Repubblica 29.1.14

ROMA — Il caso Electrolux esce dai capannoni e infiamma la politica, Pd compreso che da ieri dibatte — anche a colpi di tweet — sul piano del gruppo. Per restare in Italia, la multinazionale svedese ha infatti chiesto ai dipendenti tagli drastici sul salario, facendo capire che questo potrebbe comunque non bastare per tenere in vita tutti i quattro siti. Una proposta che il sindacato ha definito «irricevibile», ma che Davide Serra, fondatore e amministrazione del fondo speculativo Algebris e noto sostenitore di Matteo Renzo, ha invece difeso: «Electrolux prova a salvare lavoro e azienda con taglio salari — ha twittato — oppure chiude come altre 300 mila aziende e aggiunge disoccupazione. Realtà». Proposta «razionale» ha commen-tato, anche se qualche ora dopo, visto il fiorire delle critiche ha precisato che «razionale non vuol dire auspicabile». Un commento che non è andato giù a molti, anime renziane comprese, visto che poco dopo, sul caso, è partito un botta-risposta fuori e dentro il social network. Sempre su Twitter, per esempio ha contrattaccato Francesco Nicodemo, responsabile per la comunicazione del partito che riprendendo un commento già espresso da Deborah Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia, ha scritto: «No al ricatto sulla pelle degli operai e della popolazione». C’è chi come l’eurodeputato Pd Frigo chiede che «lo Stato netta la differenza degli stipendi», chi come l’ex ministro del Lavoro Damiano giudica «irricevibile» la proposta aziendale e vede in Electrolux un caso «che purtroppo potrebbe fare scuola». A trarre le fila del dibattito ci prova Marianna Madia, responsabile Lavoro del Pd. «Non si possono dimezzare i salari e far ricadere tutto il peso della mancata competitività sui lavoratori — precisa — ma é chiaro che l’emergenza Electrolux è l’emergenza di un Paese e di un sistema. Spero che il tavolo al governo trovi un compromesso, ma per trattenere qui il lavoro dovremo fornire alle aziende condizione adatte». Una via da praticare, sottolinea Madia, potrebbe essere quella auspicata proprio dalla Confindustria di Pordenone che, assieme ad una rosa di esperti fra i quali Treu e Cipolletta, sta lavorando ad un accordo territoriale dove, ad un taglio dei salari del 20 per cento, corrisponda una compensazione in servizi e welfare.


L’amaca
di Michele Serra Repubblica 29.1.14

“Proposta di Electrolux razionale. Costo del lavoro per azienda è triplo dopo oneri sociali. Per salvare lavoro deve abbassare 40% stipendi”. Sono le parole twittate dal finanziere Davide Serra, area renziana. Lo ringrazio perché le considero la prova provata di quanto avevo scritto qui ieri: il peggiore uso mondiale dei social network è quello fatto dai maschi di potere che sgomitano per farsi sentire. Se l’autore avesse riletto solo per un paio di secondi il suo testo, respirando forte per ossigenare i neuroni, si sarebbe immediatamente domandato: ma se gli stipendi si abbassano del 40 per cento e i prezzi rimangono uguali, come fanno a campare gli operai? E i consumi, con la progressiva erosione dei salari, come potranno mai ripartire? E quel “costo del lavoro triplo” è triplo rispetto a che cosa, agli stipendi bielorussi, al costo del lavoro senza oneri sociali, all’età della cognata, a una cifra a caso? Ma come accidenti si fa, santo cielo, a sparare un paio di belinate veloci veloci su una faccenda che è lacrime e sangue, questione sociale gigantesca, vita delle persone? Poi si finisce sui giornali, certo. Ma non si fa mica una bella figura.



Electrolux, volete il lavoro? Dimezzate le buste paga
La multinazionale svedese propone tagli alle retribuzioni, blocco degli scatti, riduzione del premio di produzione per tenere aperte le fabbriche Sindacati e lavoratori: piano inaccettabile, intervenga il governo Scatta la mobilitazione: a Porcia operai in sciopero appena appresa la notiziadi Massimo Franchi 
l’Unità 28.1.14
ROMA. Come evitare di far delocalizzare gli stabilimenti italiani in Polonia? Facile. Basta adeguare gli stipendi dei lavoratori italiani a quelli polacchi. Il ragionamento di Electrolux, la multinazionale svedese degli elettrodomestici, è stato proprio questo.
E dunque nell’atteso incontro di ieri a Mestre tra azienda-sindacati ha proposto un fortissimo taglio del costo del lavoro. Fatto della sospensione della parte variabile dei premi aziendali (stimabile in 2.700 euro l’anno), del congelamento degli scatti di anzianità e del pagamento dell’indennità di festività per chi lavora la domenica. Il tutto per un periodo indeterminato. Se non bastasse, l’azienda vuole imporre una giornata lavorativa di 6 ore, rispetto alle attuali 8, e su questo taglio vuole riparametrare (tagliandole dunque) le pause. Senza dimenticare il taglio delle ore per i permessi sindacali e delle ore di assemblea. Fatti due conti si tratta di circa 700-800 euro per chi ha uno stipendio di 1.400 euro al mese: praticamente la metà del salario. Peggio del modello Pomigliano di Marchionne.
Un piano «prendere o lasciare» che però non basterebbe a salvare lo stabilimento di Porcia, il più grande in Italia, in provincia di Pordenone. Solo ad aprile i 1.200 lavoratori avrebbero la certezza della chiusura della loro fabbrica, ma già ieri l’azienda ha fatto capire che il loro destino è segnato. A Porcia già da ieri è scattato lo sciopero e questa mattina i sindacati terranno in ogni stabilimento le assemblee per decidere le forme più adatte di mobilitazione.
ESEMPIO POLACCO
Per ora dunque sarebbero salve le fabbriche di Solaro (Milano) dove circa si producono lavastoviglie, di Forlì dove si producono forni e piani cottura e di Susegana (Treviso), dove si fanno i frigoriferi. Ma anche qui se non passasse l’idea di passare a sei ore al giorno gli esuberi sarebbero tanti: 182 (su 800 circa) a Solaro, 160 (su 900 circa) a Forlì, 331 (su circa mille) a Susegna, più 150 tra lo staff su un totale di 5.700 dipendenti. Su tutte pesa l’«investigazione» annunciata il 25 ottobre che si chiuderà ad aprile. A Mestre i manager, guidati dall’amministratore delegato italiano Ernesto Ferrario, sono stati durissimi. Un elenco di tagli senza concedere niente ai sindacati.
Il termine di paragone per gli svedesi è quello del nuovo stabilimento polacco di Olawa, Bassa Slesia. Lì lo stipendio medio è di 2.300 szloty (circa 540 euro) al mese, con costo medio orario di 11 euro (contro i 24 euro italiani). Lì Electrolux ha appena spostato la produzione delle lavatrici Prometeo su una piattaforma praticamente uguale a quella di Porcia. Lì però Electrolux può sfruttare sgravi del 50 per cento sul capitale investito, un costo dell’energia del 30 per cento in meno, terreni chiavi in mano in 3 mesi.
Una proposta simile era arrivata nelle settimane dalla Confindustria Pordenone, anche se valida per l’intero territorio provinciale, ma il cui primo banco di prova era proprio la vertenza Electrolux. Messa a punto dal giuslavorista Tiziano Treu e dall’ex direttore generale di viale dell’Astronamia Innocenzo Cipolletta prevedeva un taglio del 20 per cento del costo del lavoro in parte ripagato tramite un welfare aziendale e territoriale. Una sorta di assist per Electrolux che si è vista la strada già aperta e non ha avuto problemi a chiedere ai sindacati di adeguarsi all’andazzo generale.
Sindacati dai quali però è arrivato subito un «No» deciso e unitario. «Per la Fiom il piano è inaccettabile attacca il segretario nazionale Michela Spera . Chiediamo che sia direttamente Enrico Letta a convocare il sindacato e l’azienda. Solo il presidente del Consiglio può mettere la multinazionale di fronte alle proprie responsabilità ed individuare soluzioni per ridare competitività alle produzioni italiane, per ridurre il costo del lavoro, senza tagliare salari e diritti, ma puntando su innovazione e risparmio energetico. Dobbiamo intervenire perché l’elettrodomestico è il secondo settore dopo l’automotive per addetti in Italia», sottolinea Spera. «Rifiutiamo questa ipotesi alla quale ci opponiamo fermamente attacca Anna Trovò, segretario nazionale Fim-Cisl . Electrolux deve modificare assolutamente i suoi progetti. Serve un forte ed immediato intervento istituzionale a tutti i livelli, servono immediatamente risposte efficaci e rapide: il governo intervenga».
«Le proposte di riorganizzazione ascoltate a Mestre confermano il rischio di desertificazione industriale dichiara Rocco Palombella, segretario generale della Uilm . Il settore elettrodomestico è la cartina di tornasole di questa amara realtà, la vertenza Electrolux rappresenta il “canto del cigno”. Per quanto ci riguarda questo è il tempo della lotta dura e a oltranza. Il governo, se c’è, almeno si faccia sentire», chiude Palombella.
Nei giorni scorsi il presidente della Regione Friuli (dov’è lo stabilimento di Porcia), Deborah Serracchiani, aveva chiesto le dimissioni del ministro dello Sviluppo, Flavio Zanonato, per non aver convocato il tavolo tripartito (azienda, sindacati, istituzioni) chiesto da Serracchiani e dagli altri presidenti di Regione coinvolti a fine ottobre. «Letta e Zanonato ci convochino immediatamente per valutare assieme le proposte da rilanciare alla multinazionale: il governo non faccia il notaio della volontà svedese ha ribadito ieri Serracchiani ma si sappia che per il Friuli la chiusura di Porcia è una prospettiva che non prendiamo in considerazione».

Ritorno al passato. E la politica balbetta davanti al ricatto
Si è affermata la filosofia per cui solo il successo degli interessi del capitale è garanzia di sviluppo La modernità dei nuovi capitani d’impresa è il ricatto verso dipendenti e comunità localidi Rinaldo Gianola 
l’Unità 28.1.14
DICIAMOLO SUBITO: IL PIANO DELLA MULTINAZIONALE ELECTROLUX PER MANTENERE IN ATTIVITÀ I QUATTRO STABILIMENTI ITALIANI È UN RICATTO INACCETTABILE. Il progetto «lacrime e sangue» del gruppo svedese è un atto di arroganza nei confronti di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie, un attacco vergognoso alle comunità locali, al tessuto sociale, che ospitano le attività industriali e che hanno sempre mostrato spirito di responsabilità e di collaborazione anche nei momenti più difficili.
La multinazionale svedese degli elettrodomestici ha posto ieri sul tavolo le condizioni per continuare a produrre a Porcia, Susegana, Forlì e Solaro. Riduzione del costo del lavoro su base oraria e variabile da stabilimento a stabilimento, blocco degli scatti di anzianità e del pagamento dei festivi, taglio secco del premio di produzione. Su questo canovaccio verrebbe poi applicata una riduzione di orario a sei ore giornaliere. I lavoratori perderebbero, secondo le stime del sindacato, il 40-50% della retribuzione netta, quindi un operaio con un salario medio di 1300 euro al mese prenderebbe dopo la cura Electrolux 700-800 euro. Questa decurtazione, tuttavia, non sarebbe risolutiva per tutti gli impianti e la fabbrica di Porcia resterebbe in bilico tra la chiusura e la produzione. In questo caso sarebbe decisivo l’eventuale intervento di sostegno, cioè finanziamenti e altri aiuti, della Regione Friuli Venezia Giulia e delle istituzioni. Electrolux, attiva in Italia da decenni e che grazie all’acquisto del gruppo Zanussi ha potuto sviluppare la sua dimensione internazionale, propone una ricetta indigesta, una soluzione drammatica a problemi di competività industriale e di quote di mercato. Nessuno mette in dubbio che l’industria del «bianco» soffra gli effetti delle recessione europea indotta dalla crisi finanziaria globale, né che la comparsa di nuovi agguerriti produttori internazionali, dalla Turchia a gli asiatici, abbia fiaccato la resistenza dei più grandi produttori che hanno una struttura dei costi fissi decisamente più alta. Le difficoltà del settore, bisogna ammetterlo, sono forti anche in Italia dove questa industria è stata alla base dello sviluppo, uno dei motori del boom economico e del processo di modernizzazione del Paese. Questa è la patria del signor Borghi, del cavaliere Fumagalli, della dinastia dei Merloni e anche di Zanussi. Non abbiamo niente da imparare su frigoriferi, lavatrici e lavastoviglie. Qui sono arrivate le multinazionali per capire e copiare il nostro miracolo, frutto di quella via familiare al capitalismo che, pur nell’asprezza del confronto sociale, trovava sempre la strada della mediazione e del rispetto degli interessi. Ma questo mondo appare superato, siamo in un’altra epoca, la modernità dei nuovi capitani d’azienda ci sorprende anche se, a ben vedere, questa «innovazione» si basa su un ritorno al passato, alla guerra contro gli operai, alla cancellazione di diritti faticosamente conquistati. Già visto.
L’aggressione delle multinazionali sorprende una politica che balbetta, incapace di mettere le mani nei problemi reali e di affrontare a muso duro, come si conviene a una vera classe dirigente, gli interessi prevalenti dei golpisti delle stock options. Qual è la politica industriale del governo? Cosa dice il Jobs Act di Matteo Renzi sui ricatti delle imprese? Si può pensare, come hanno fatto altri governi, di vincolare le multinazionali al rispetto della legislazione e dei contratti, alle garanzie per tutti gli stakeholders e non solo dei loro ricchi azionisti? Ma non si possono nutrire illusioni. Abbiamo avuto Marchionne che, come Electrolux, prometteva investimenti (i famosi 20 miliardi di Fabbrica Italia, chi li ha mai visti?) e lavoro se tutti avessero accettato le sue condizioni.
Il piano Electrolux è un salto di qualità in questa rinnovata lotta di classe scatenata negli ultimi anni di crisi dal capitale contro il lavoro. Si vuole affermare la prevalenza degli interessi dell’impresa su tutto il resto, si tende ad accreditare la visione per cui solo il trionfo del profitto può garantire una qualche possibilità di sviluppo all’economia e al lavoro, si induce la convinzione che diritti, leggi, contratti possono essere piegati e cancellati se sono di ostacolo all’avanzata dell’industria. La proposta della multinazionale svedese non è solo una provocazione, è invece il segno del cambiamento profondo che è avvenuto e sta avvenendo nelle relazioni tra capitale e lavoro, tra impresa e autorità di governo. Electrolux vuole pagare stipendi da polacchi agli operai italiani e se non accettano trasferirà le produzioni direttamente in Polonia o in Ucraina o sempre più a Est o a Sud del mondo perché, se passa questa filosofia, ci sarà sempre un operaio che costerà meno di quelli di Porcia e di Susegana. Il ricatto Eletrolux è come quello di Alcoa e di altri. E tutti subiscono senza opporre un disegno industriale alternativo, un piano di ricerca e di aiuti pubblici se necessari, una strategia di investimenti. Oggi il caso Electrolux deflagra come una bomba nell’accademico confronto sul «modello tedesco», sui lavoratori nei consigli di amministrazione, sui contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti. Il dibattito imperversa sulla riforma elettorale: proporzionale o maggioritario? Provate a chiedere cosa ne pensano gli operai dell’Electrolux.

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