sabato 25 gennaio 2014
Bettiza sull'anniversario della Prima guerra mondiale
Grande Guerra
1914, l’anno che uccise l’ottimismo
A cent’anni dall’estate fatale che segnò l’inizio della Grande guerra e la fine dell’ottimismo ottocentesco E aprì la strada a un’era di creazione e distruzione La fine dell’Austria-Ungheria: una sciagura tremendamente fisica e immane per 40 milioni di abitanti di varie etnie e religioni
di Enzo Bettiza La Stampa 24.1.14
Ho avuto l’impressione, sfogliando giornali e guardando la televisione
nei primi giorni di questo mese, che diversi rievocatori dell’anno 1914
tendessero a conferire a quella data uno smalto storico eccessivo e, per
certi aspetti, anche un po’ ipocrita. Non sempre si riusciva a
percepire nelle parole dei commentatori, spesso enigmatiche o
superficiali, il distacco censorio che quella data sostanzialmente
funesta avrebbe meritato di subire per tantissime ragioni.
La lustratura storicistica dava la sensazione di prevalere su una più opportuna e ben mirata caratura critica.
In quel fatidico 28 giugno 1914, santabarbara della prima guerra
mondiale, l’attentatore serbo Gavrilo Princip non ancora ventenne,
sparando all’arciduca Francesco Ferdinando in visita a Sarajevo, aveva
non soltanto ucciso il nipote di Francesco Giuseppe ed erede al trono
d’Austria. Aveva anche completato la tragica spirale di lutti familiari
dell’imperatore triste. Lutti talmente e inesorabilmente puntuali da
sembrare senza scampo, quasi cadenzati dal fato a partire dalla seconda
metà dell’Ottocento in poi: il fratello Massimiliano fucilato in
Messico, il figlio Rodolfo misteriosamente suicida a Mayerling, infine
la moglie Elisabetta assassinata a Ginevra nel 1898. Quella processione
di auguste pompe funebri, destinata ad accrescere in uno strano
disordine (così lo ricordo) le bare nella viennese Cripta dei
Cappuccini, doveva segnare l’inarrestabile cammino della monarchia
absburgica verso il tunnel senza uscita del 1914-18. A prescindere dai
saggi storiografici, la letteratura pura, in specie una certa alta
letteratura crepuscolare mitteleuropea, da Hofmannsthal a Joseph Roth,
fino alla surreale sommità di Kafka, non si spiegherebbe del tutto
senza i forti e variegati umori etnici del rissoso bacino
austroungarico.
Tutto quel mondo scomparso, distillato nei vagiti di una modernità
incipiente, ma non sempre di facile accesso, rivive almeno in parte
nelle odierne ricorrenze centenarie del 1914. Diversi studiosi
sostengono che l’epoca sempre più incerta e violenta, in cui siamo già
entrati, assomigli per tanti aspetti a quella che nel 1914 segnò la fine
dell’Ottocento ottimista, preannunciando nel contempo un Novecento
foriero di tutto il peggio che abbiamo conosciuto fino alla caduta del
Muro di Berlino. Saremmo insomma alle soglie di un male di ritorno, un
male sommerso ma di lunga data e lunghissima memoria, che non ha mai
dimenticato la propria capacità e volontà di colpire e distruggere. In
altre parole: una ripresa del nichilismo, che già ebbe in Nietzsche il
suo geniale profeta, per il quale la volontà di potenza, cioè di
distruzione o autodistruzione, ha sempre accompagnato come un’ombra
corroborante quanto sinistra le conquiste «buone» della civiltà
occidentale.
Era qui, è qui l’aura contagiosa e losca che avvertiamo spirare tuttora
con sottile e malvagia longevità dai bassifondi, mai completamente
disinquinati, del fatidico 1914. Creazione e distruzione, vita e morte
sembrano quasi sorreggersi le une alle altre nella duplicità di una data
equivoca, in una tensione che fin da allora preannunciava soprattutto
guerre, rivoluzioni, carneficine e carestie. Dall’estate fatale del 1914
alla Grande guerra, come la si chiamò per tanto tempo, il passo fu
breve. Trenta giorni dopo i colpi di pistola a Sarajevo, l’Europa
precipiterà in un conflitto fratricida che non durerà quattro settimane,
come si proclamava e scriveva a destra e manca, bensì quattro anni
infernali: trincee spettrali, assalti alla baionetta contro
mitragliatrici implacabili, gas tossici e primi bombardamenti aerei. Il
tutto sfocerà in una carneficina mai vista prima di allora, con un conto
umano spaventoso di sedici milioni di morti. Se gli scontri si fossero
esauriti in un mese, come predicavano i politici sonnambuli dell’epoca, i
caduti avrebbero a malapena raggiunto la cifra di cinquantamila.
Ma al di là d’ogni dato statistico, che doveva comunque incombere sul
resoconto dei soldati morti in guerra e dei sopravvissuti in prigionia,
si stagliava il grande naufragio che, insieme con la rivoluzione russa,
doveva segnare la fine della fine dell’Ottocento europeo: il crollo e la
dissoluzione dell’Austria-Ungheria. Fu quella una sciagura
tremendamente fisica e immane. Sull’iceberg inatteso della Grande guerra
colò a picco il Titanic austroungarico, il quale si estendeva per
666.868 chilometri quadrati dalle Bocche di Cattaro fino alla Bucovina:
poco meno di 40 milioni d’abitanti di varia etnia, idiomi diversi e
religioni spesso contrastanti. Il più vasto Paese d’Europa dopo la
Russia oppure, come diceva Scipio Slataper, «il secondo impero slavo
dopo quello russo».
In nessuna parte del continente, quanto nelle terre che fino al 1918
appartennero alla duplice monarchia, il violento inizio del Novecento
doveva produrre tante inattese novità e altrettante paradossali
assurdità. Il Titanic bicipite, inabissandosi, costrinse milioni di
naufraghi a cercare scampo sulle zattere di nuovi Stati posticci, come
la Ceco-Slovacchia o la Jugo-Slavia, o su relitti riemersi
all’improvviso da un glorioso passato come la Polonia. Quel trasloco
repentino da un ampio e tollerante impero sovrannazionale alle ristrette
dimensioni di piccoli imperi multinazionali, con confini bizzarri e
arbitrari, doveva da un giorno all’altro modificare in profondità il
modo di vita, il sentimento della legge, perfino l’identità culturale e
geografica di tantissime famiglie «absburgiche».
Il mio sguardo iniziale sul secolo si aprì dunque, fra ombre bivalenti e
storie risentite e spesso nemiche, in una regione come la Dalmazia non
lontana dal luogo in cui l’estremo Ottocento s’incenerì per un
cortocircuito quasi casuale. La Bosnia, l’Erzegovina, Sarajevo erano lì,
sull’angolo di casa, a un tiro di rivoltella regicida. L’arciduca
ereditario, l’arciduchessa Sofia, l’attentatore Princip, i congiurati
delle sette serbobosniache ispirate alle gesta dei terroristi russi
erano per me, cullato dai racconti fiabeschi della servitù slava,
fantasmi familiari ancorché non sempre afferrabili e comprensibili. I
volti sempre cangianti di Francesco Giuseppe, di Francesco Ferdinando,
di Gavrilo Princip mutavano espressione, smorfia, cipiglio, sguardo, a
seconda dell’ottica e dei pregiudizi ideologici di chi li riproponeva
alla mia fantasia smarrita nei labirinti di un mondo perduto. Dove non
era dato mai di sapere in definitiva chi fosse l’eroe buono, chi
l’intrigante cattivo, chi il neutrale cauto e astuto. Tutto mi appariva
duplice, indefinibile, ma appunto perciò sommamente vivibile, come
doveva essere stato con maggiore nettezza nelle terre imperial-regie in
cui i genitori e gli avi erano cresciuti in un clima di sicurezza e
serenità. L’ambiguità lucida, se vogliamo una sorta di bivalenza
romanzesca perpetua, era la chiave segreta consegnata da una civiltà
senza nome, da una capitale mutevole, da una cultura intrisa di
psicanalisi e d’ironia ai cenacoli che non si facevano vedere perché
evitavano di riunirsi con clamore e manifesti pubblici. Il riserbo
doveva prevalere su ogni effimera tentazione esibizionistica.
Qui, è quasi impossibile dimenticare Musil, l’uomo senza qualità che in
fondo era lui stesso. Si sa che l’impero austriaco, o austroungarico, o
absburgico, era stato un impero piuttosto alla mano, tollerante,
paziente, senza qualità eccelse, clericale e liberale o liberalclericale
nello stesso tempo. Non a caso non ha saputo mai definirsi con un nome
unico, uno solo, imprimibile nella memoria come République française o
United Kingdom. Lo stesso Musil, il più austriaco degli scrittori
austriaci, ha dovuto, per definirlo, inventarsi un neologismo insieme
nostalgico, irrisorio e parodistico. Kakania: come dire tutto e niente.
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