martedì 21 gennaio 2014

Capitalismo reale e migliorismo come distrazione di massa

Come persino una corretta denuncia può avere una funzione ideologica. Questo articolo sottende questa impostazione: Che bello quando il capitalismo era più umano! Come sarebbe bello se i capitalisti facessero più beneficenza. E' questo l'orizzonte della sinistra, quando rinuncia a comprendere il funzionamento strutturale del modo di produzione e comincia a farneticare di finanza, o delle responsabilità personali e morali di questo o quel miliardario [SGA].

Nel mondo ci sono 85 uomini d’oro in tasca la ricchezza di metà popolazione
Hanno il reddito di 3,5 miliardi di abitanti
Repubblica 21.1.14


LONDRA — Immaginate una bilancia: su un piatto ci sono ottantacinque persone, sull’altro ce ne sono tre miliardi e mezzo, ma l’ago è in perfetto equilibrio. E’ la metafora con cui l’Oxfam, una della più importanti associazioni di beneficenza internazionali, misura il gap ricchi-poveri sul nostro pianeta: 85 miliardari possiedono 1.200 miliardi di euro, l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione terrestre. Se fosse un film, bisognerebbe intitolarlo “La Grande Diseguaglianza”. La stima fa parte di un rapporto pubblicato alla vigilia del World Economic Forum di Davos per dimostrare come l’estrema disparità tra ricchi e poveri rappresenti non solo un’ingiustizia dal punto di vista morale, ma una minaccia per la democrazia e la stabilità sociale. Non è la prima volta che circolano cifre simili: la ragione fondatrice del cosiddetto movimento 99 per cento, quello di “Occupy Wall Street”, era appunto l’idea che l’1 per cento della popolazione mondiale fosse più ricco di tutti gli altri. “Plutocrats”, un libro- inchiesta della giornalista Cinthya Freeland uscito lo scorso anno, andava oltre, sostenendo che il vero oltraggio non è la ricchezza dell’1 per cento contro il 99 per cento, bensì quella dello 0,1 per cento, la crema della crema, il club dei miliardari. Proprio su questi si concentra lo studio di Oxfam: gente come il messicano Carlos Slim, il fondatore della Microsoft Bill Gates, Larry Page di Google e Warren Buffett. O come Michele Ferrero, Leonardo Del Vecchio e Miuccia Prada, i tre italiani presenti tra gli 85. In Africa,nota il rapporto, le grandi multinazionali sfruttano la propria influenza per ridurre la pressione fiscale, riducendo le risorse che i governi locali potrebbero usare per combattere la povertà. Lo stesso viene fatto dai giganti della rivoluzione digitale, che sfruttano scappatoie e sotterfugi per pagare zero o quasi tasse sui loro immensi profitti. In 29 su 30 paesi sviluppati o in via di sviluppo esaminati dall’indagine la tassazione per i ricchi non fa che diminuire. E l’1 per cento dei piùricchi delle terra detiene complessivamente un patrimonio di 180 trilioni di dollari. «Le pari opportunità stanno diventando un miraggio a livello globale», afferma l’Oxfam, accusando le élite economiche mondiali di agire sulle classi dirigenti politiche per truccare le regole del gioco economico, erodendo il funzionamento delle istituzioni democratiche. «Viviamo in un mondo in cui chi detiene il potere economico ha ampie opportunità di influenzare i processi politici, rinforzando così un sistema nel quale la ricchezza e il potere sono sempre più concentrati nelle mani di pochi, mentre il resto dei cittadini del mondo si spartisce le briciole», sostiene Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International. «Un sistema che si perpetua, perché gli individui più ricchi hanno accesso a migliori opportunità educative, sanitarie e lavorative, regole fiscali più vantaggiose, e possono influenzare le decisioni politiche in modo che questi vantaggi siano trasmessi ai loro figli. Se non combattiamo la disuguaglianza, non solo non potremo sperare di vincere la lotta contro la povertà estrema, ma neanche di costruire società basate sul concetto di pari opportunità, in favore di un mondo dove vige la regola dell’asso pigliatutto».
Negli ultimi anni il tema della disuguaglianza è entrato con forza nell’agenda globale: Obama lo ha identificato come una priorità del 2014, e proprio l’ultimo World Economic Forum ha identificato le disparità di reddito eccessive come il secondo maggior pericolo per la stabilità sociale e la sicurezza globale. Ora la Oxfam chiede ai partecipanti alla nuova edizione del convegno di Davos di assumere un impegno solenne a fare di più per ridurre questa ingiustizia sommaria. Per limitare, se non far scomparire, la Grande Diseguaglianza.


Gli 85 super-ricchi valgono quanto 3,5 miliardi di poveri
Al Forum di Davos la Ong Oxfam censisce: possiedono metà del mondo
di Alessio Schiesari il Fatto 21.1.14

Politiche fiscali, paradisi off-shore, contributi anti-crisi: tutto sembra concorrere a rendere i ricchi sempre più ricchi. La denuncia arriva dal nuovo rapporto dell’ong britannica Oxfam, che sarà presentato al World economic forum al via domani a Davos. Il dato che lascia sgomenti riguarda la ricchezza detenuta dagli 85 paperoni del pianeta: “Starebbero dentro un autobus, ma possiedono quanto i 3,5 miliardi di persone più povere”, spiega Winnie Byanyima, direttrice dell’ong. La somma degli 85 super patrimoni ammonta a 1.685 miliardi di dollari, quasi quanto il Pil italiano. Sul podio Carlos Slim, magnate delle telecomunicazioni messicano, il fondatore di Microsoft Bill Gates e Amancio Ortega, proprietario di Zara. Nella lista anche gli italiani Michele Ferrero, Leonardo Del Vecchio e Miuccia Prada.
Il rapporto di Oxfam dal titolo “Lavorando per pochi” rischia di essere una delle poche voci fuori dal coro a Davos. Negli ultimi anni l'incontro cui partecipano gli uomini più influenti del pianeta era stato accompagnato da manifestazioni e proteste. Quest’anno invece la polizia si aspetta un'edizione tranquilla, merito anche della nuova strategia che permette di bloccare i potenziali manifestanti a 20 chilometri di distanza dalla cittadina svizzera.
SECONDO IL RAPPORTO Oxfam, il 70% dell’umanità vive in Paesi che hanno visto crescere la diseguaglianza sociale negli ultimi decenni. Trend che riguarda tutti i continenti, con l'eccezione dell'America Latina. Non si tratta però di un’inevitabile conseguenza del mercato, ma di precise scelte politiche. “Le élite economiche mondiali agiscono sulle classi dirigenti politiche per truccare le regole del gioco economico, erodendo il funzionamento delle istituzioni democratiche”, si legge nel rapporto. Emblematico il dato della pressione fiscale sui più ricchi, che è scesa in 29 dei 30 Paesi presi in esame (in attesa che entri in vigore la super tassa voluta da Hollande, l’unica eccezione è la Danimarca) rispetto al 1975. In Regno Unito la tassazione sui redditi più alti è scesa dall’83 al 40%, in Italia dal 72 al 44,9%, negli Usa dal 70 al 41,9%. Ci sono poi le quote di patrimonio nascoste nei paradisi fiscali: secondo le stime, 21mila miliardi di dollari, quanto il Pil di zona Euro e Cina sommati.
I manifestanti di Occupy Wall Street avevano centrato il problema con lo slogan: “Siamo il 99%”. Il problema è che, negli Usa, il restante 1% ha intercettato la quasi totalità di risorse a disposizione dopo la crisi dei subprime: il 95%. La situazione in Europa non sembra essere molto migliore: i 10 uomini più ricchi del continente hanno un patrimonio (217 miliardi di dollari) superiore al totale degli stimoli all’economia stanziati dall'inizio della crisi, che ammonta a 200 miliardi.

L’economista De Grauwe è scettico: c’è un timore reverenziale ad agire contro di loro
“Ci vuole una conferenza targata Ocse per studiare la tassazione dei miliardari” Repubblica 21.1.14

«NON mi sorprendono affatto i risultati dello studio dell’Oxfam». Paul De Grauwe, già senatore per i Flemish Liberale oggi capo del dipartimento Europa della London School of Economics, cita a memoria i titoli di almeno una dozzina di ricerche che nel corso degli anni hanno confermato la polarizzazione della ricchezza in un numero sempre inferiore di mani.
Ma cosa bisogna fare per arginare questo fenomeno che accresce le diseguaglianze?
«Occorre una presa d’atto collettiva dei governi, che viceversa sono sempre più indifferenti. Sui maggiori redditi, tranne in pochissimi casi come forse in Francia, c’è un timore reverenziale ad agire. Invece serve uno sforzo corale per introdurre tassazioni che progressivamente vadano a incidere sui profitti maggiori per ridurre almeno le più inaccettabili fra le diseguaglianze».
Ma perché non viene fatto?
«Me lo chiedo da una vita. Potere delle lobby? Paura di perdere base impositiva? Forse quest’ultimo è il problema, e per questo dico che i Paesi dovrebbero agire all’unisono. Magari con il coordinamento di qualche organismo internazionale».
Quale? L’Onu, la Commissione europea?
«No, l’Ocse è in posizione ottimale per farlo. Dovrebbe convocare una conferenza internazionale dedicata alla riduzione delle disuguaglianze, e dettare le linee delle riforme per tutti i Paesi. Sinceramente non ho molte speranze che ciò accada. Ho sondato personalmente i governi europei e ho avuto riscontri disastrosi. Non c’è il minimo consenso su un’operazione del genere. E se è contraria l’Europa, culla della più antica civiltà e della democrazia, figuriamoci quale aiuto potremo avere dagli americani o, peggio ancora, da qualche Paese di nuova industrializzazione».

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