Dal IV secolo alcune personalità barbariche, già profondamente
romanizzate, fecero carriera nell’impero; alcuni di loro furono promossi
generali, prefetti urbani, consoli. Come il generale vandalo Stilicone
(359-408), di cui l’imperatore Onorio sposò la figlia. Talvolta, quando
le incursioni dei barbari si erano fatte endemiche e l’esercito non era
più in grado di contenerle, i Romani mettevano in campo truppe
mercenarie di alleati barbarici. Dal 380 anche Unni, futuri sudditi di
Attila. Gli Unni, secondo un’ipotesi formulata nel Settecento da Joseph
de Guignes, discendevano da un popolo mongolo, gli Hiung-nu, che,
sconfitti nel primo secolo dai Cinesi, sarebbero migrati verso ovest e,
dopo un periodo di permanenza nelle steppe dell’Asia centrale, sarebbero
arrivati in Europa. La Bozoki, sulla base di risultati di scavi
archeologici, non crede a questa tesi. Ritiene che quella degli Unni
fosse una popolazione sostanzialmente autoctona e mista, la quale,
all’epoca di cui stiamo parlando, aveva un dominio esteso dall’Ucraina e
dalla Russia meridionale fino alla Pannonia, il territorio della
Romania, dell’Ungheria, della Slovacchia, il Sud della Polonia e
l’attuale Repubblica ceca. Di per sé non erano ostili a Roma. Nel 378, è
vero, erano stati alleati dei Goti, i quali con la battaglia di
Adrianopoli (sul confine tra le attuali Bulgaria, Grecia e Turchia),
avevano inferto una dolorosa sconfitta proprio ai Romani. Poi, però,
all’inizio del V secolo, Uldino, predecessore di Attila, aveva offerto i
suoi servigi a Stilicone, il quale si batteva proprio contro i Goti,
che nel 406 avevano invaso l’Italia. In quello stesso 406 era poi
iniziata la «grande invasione» della Gallia e della Spagna da parte di
Vandali, Alani e Suevi.
Nel 410, il visigoto Alarico era penetrato fino a Roma, mettendola a
sacco. Anche se la capitale effettiva dell’impero di Onorio era già
Ravenna, il «sacco di Roma» aveva a tal punto impressionato Agostino
d’Ippona da indurlo a profezie apocalittiche: «Forse la città non finirà
ora», scrisse, « ma un giorno finirà senz’altro». Sant’Agostino aveva
però messo in evidenza come i barbari avessero rispettato i santuari
cristiani, santuari che poi erano stati utilizzati come asilo dai Romani
stessi nei momenti più tragici della devastazione. Per Alarico Roma era
una tappa come un’altra, tant’è che non la considerò una meta
definitiva, anzi procedette subito in direzione della Sicilia, portando
con sé in ostaggio Galla Placidia, figlia di Teodosio e sorellastra
dell’imperatore Onorio. Dopodiché, morto Alarico in Calabria, il
successore, Ataulfo, aveva sposato Galla Placidia e aveva addirittura
offerto (vanamente) i suoi servigi a Onorio contro l’usurpatore gallo
Giovino. Nel 429 i Vandali di Genserico erano passati nell’Africa del
Nord e si erano insediati nella regione di Cartagine.
Questo per descrivere la complessità della situazione in cui Attila si
trovò nel 435, quando succedette al padre Ruga e divenne (assieme al
fratello) re degli Unni. Colui che sarà il suo avversario, Ezio, aveva
vissuto gli anni giovanili come ostaggio dei Visigoti prima e degli Unni
poi. Unni che aveva avuto come alleati tra il 425 e il 427 contro i
Visigoti e nel 428 contro i Franchi renani nel Nord della Gallia. Poi,
dopo l’ascesa al trono di Attila, Romani e Unni avevano combattuto
assieme contro i Burgundi e nuovamente contro i Visigoti intenzionati a
conquistare Narbona. Per quel che riguarda la vita ai tempi di Attila,
esiste un prezioso resoconto (diretto) di Prisco di Panio, relativo a
una sua missione presso la corte del re degli Unni nel 449 al seguito
dell’ambasciatore Massimino di Costantinopoli. Se ne è conservato un
frammento che nel X secolo l’imperatore Costantino Porfirogenito riportò
in un suo libro sulle ambascerie. Prisco, riferisce Edward James nel
saggio I barbari (Il Mulino) «evoca con grande efficacia la condizione
mentale degli ambasciatori, costretti a dipendere da un interprete di
cui diffidavano, disorientati dagli intrighi di corte, obbligati ad
attendere per giorni prima di poter avere un incontro e costretti a
ritornare continuamente sulle discussioni fatte per cercare di
comprenderne il reale significato».
I segretari di Attila erano romani e avevano un papiro su cui erano
riportati i nomi di tutti i fuorusciti unni di cui Attila pretendeva la
restituzione. Addirittura, Attila era a tal punto furibondo con il messo
diplomatico per il fatto che i fuggiaschi non fossero già stati
riconsegnati, da dichiarare che lo avrebbe impalato e lasciato in pasto
agli uccelli. Non lo fece, disse lui stesso, solo per non infrangere i
diritti degli ambasciatori. Dando prova con questo di un grado di
civiltà piuttosto elevato. Prisco racconta poi di aver conosciuto a
corte un mercante greco che era stato fatto schiavo dagli Unni e
successivamente aveva combattuto per loro, riconquistando in virtù di
ciò la sua libertà. Costui diceva di aver potuto constatare che tra gli
Unni si viveva meglio che sotto i Romani. Al che l’ambasciatore lo
avrebbe accusato di aver tenuto un atteggiamento «antipatriottico»,
provocando in lui una reazione di pianto. Ma successivamente Prisco
aveva trovato molte persone in grado di confermare quanto detto dal
mercante greco e cioè che si stesse meglio tra gli Unni che sotto
l’imperatore Teodosio. Anche a dispetto (o per merito) della severità
delle leggi, che prevedevano punizioni assai crudeli. Si ha
l’impressione che quello di Prisco fosse (pur camuffato da atto d’accusa
nei confronti del mercante greco) un elogio del modello unno. Edina
Bozoki, però, tiene a ricordare che la testimonianza di Prisco pecca per
due difetti: «Per una certa imprecisione relativa alla geografia dei
luoghi che descrive e, soprattutto, per il fatto di essere stata
tramandata in modo frammentario e indiretto». In ogni caso quella di
Prisco è la descrizione di un mondo civilizzato.
Secondo Lech Leciejewicz, che ne ha scritto in La nuova forma del mondo.
La nascita della civiltà europea medievale (Il Mulino), la residenza di
Attila, che si intuisce dalle descrizioni di Prisco, era molto
«moderna» per quei tempi. Costruita con tronchi d’albero alla foce del
Tibisco, in Ungheria, era circondata da una palizzata munita di
torrette; in un edificio di legno vicino a quello del re «viveva anche
il suo primo consigliere, il quale aveva ordinato ad un prigioniero
proveniente da Sirmio di costruirgli un locale da bagno in pietra». Il
tesoro di Attila conteneva numerosi gioielli d’oro, ornamenti per le
vesti, armi e finimenti per cavalli. Nell’armamento, nell’abbigliamento e
nei gusti artistici degli Unni si erano conservate alcune tradizioni
asiatiche, che sembrano confermare la fondatezza della loro parziale
identificazione con la tribù degli Hiung-nu.
Probabilmente è per il livello di civiltà diffuso tra le sue genti che
Attila, come scrive ancora Edward James, è forse l’unico barbaro della
sua epoca ancor oggi conosciuto in tutta Europa. Per taluni resta il
simbolo stesso della ferocia; in Ungheria invece, è considerato un eroe
nazionale e ai neonati viene tranquillamente dato il suo nome. Inoltre
non sarebbe stato lui a inventare la «politica del ricatto», consistente
nel chiedere ai Romani ingenti somme per evitare invasioni e
depredazioni. Lo aveva fatto già il suo predecessore Rua. Inizialmente
gli imperatori d’Oriente avevano accettato di versare agli Unni 350
libbre d’oro all’anno, libbre che — dal 438 — raddoppiarono, salendo a
settecento. Nel 440, Attila si fece più esigente, minacciò
Costantinopoli ottenendo 2.100 libbre d’oro e chiedendo arretrati per
altre seimila. È stato calcolato che, fino al «rifiuto di Marciano»,
agli Unni erano state versate più di nove tonnellate d’oro. E fu quello
il momento della svolta.
In che consiste il «rifiuto di Marciano»? Claudio Azzara in Le invasioni
barbariche (Il Mulino) fa risalire il cambiamento di strategia degli
Unni alla decisione, nel 450, dell’imperatore Marciano — succeduto a
Teodosio II — di non versare più somme a quei «nuovi venuti». Edina
Bozoki concorda con Azzara: una delle ragioni del cambiamento della
politica di Attila, probabilmente la più importante, è nel drastico
mutamento da parte di Marciano della strategia che era stata di
Teodosio. Quella svolta, riprende Azzara, spinse Attila «a porre termine
a ogni ambiguità e a marciare con risolutezza verso occidente, alla
ricerca di bottino». Varcato il Reno, Attila aggredì in rapida
successione Metz, Reims e Troyes, minacciò Parigi, quindi si diresse
verso Orléans, a difendere la quale si compose un esercito, sotto il
comando di Ezio, fatto da Romani e da guerrieri delle diverse stirpi
barbariche stanziate in Gallia. Inclusi i Visigoti di Aquitania che
rispondevano al re Teodorico I. Questi nel 451 sconfissero gli Unni
nella battaglia dei Campi Catalaunici. E fu dopo questo smacco che, nel
452, Attila si diresse verso l’Italia, travolgendo dapprima Aquileia,
poi Milano e Pavia. Può darsi che in quel momento Attila, accanto al
progetto predatorio, coltivasse ambizioni politiche. Prisco racconta che
quando Attila giunse a Milano, fu colpito da un dipinto che raffigurava
gli imperatori romani assisi in trono con ai loro piedi i corpi di
molti Goti uccisi; quindi avrebbe ordinato a un pittore di ritrarre lui
stesso seduto sul trono, con gli imperatori che rovesciavano sacchi
d’oro ai suoi piedi. Da ciò, Edward James prende in considerazione
l’ipotesi che le sue ambizioni andassero molto oltre la semplice
estorsione di denaro, «anche se è oltremodo arduo stabilire se dobbiamo
considerare la richiesta di aiuto rivoltagli da Onoria, sorella di
Valentiniano III, come un indizio del fatto che gli era stata promessa
in sposa, o se egli abbia veramente preteso l’impero d’Occidente come
dote di Onoria».
Come che sia, l’imperatore Valentiniano III ebbe paura di lui, abbandonò
Ravenna e si rifugiò a Roma, mettendosi sotto la protezione di Papa
Leone I. Quel Leone I che, in un «incontro provvidenziale» con Attila
nei pressi di Mantova (nel 452), avrebbe convinto il sovrano barbaro a
desistere dall’intenzione di invadere la città eterna. Il racconto di
questo «miracolo» è di Paolo Diacono ed è stato fatto nel IX secolo,
cioè quattrocento anni dopo il presunto accaduto. Un lasso di tempo che
induce a qualche dubbio circa la veridicità della ricostruzione storica.
Inoltre, fa osservare Edina Bozoki, «è abbastanza strano che Papa Leone
I, che pure ha lasciato una corrispondenza piuttosto rilevante, non
faccia mai allusione al ruolo da lui svolto presso Attila». Strana
storia, soprattutto se si pensa che due anni dopo la morte di Attila,
nel 455, Roma fu invasa dai Vandali di Genserico a dispetto
dell’intercessione di quello stesso papa, Leone Magno. Va inoltre tenuto
a mente che il racconto di Attila che si ritrae, dopo aver incontrato
Leone, è stato riproposto — identico nel suo impianto fondamentale — per
il modo in cui, centoquarant’anni dopo (nel 593), Gregorio Magno
avrebbe fermato Agilulfo. Tra l’altro, quando Papa Gregorio agì con
Agilulfo più o meno come Leone aveva fatto con Attila, gli fu
stranamente rimproverata quella che Azzara definisce «un’ingenua
arrendevolezza al cospetto del nemico barbaro». Secondo Azzara, è più
probabile che nel 452 Attila si sia ritirato per non affaticare
ulteriormente i suoi uomini in un’inutile discesa verso l’Italia
meridionale e una città, Roma, che non aveva per lui grande interesse.
Quella di Leone Magno va dunque considerata una leggenda o una storia
molto ingigantita rispetto a quel che accadde davvero.
In ogni caso nacque a quel tempo il mito del «flagello di Dio» piegato
da una Chiesa disarmata. Uno dei più grandi miti di tutti tempi. Un mito
coevo di Attila. Già nel 396 san Girolamo aveva identificato le
invasioni barbariche come un castigo divino: «Se i barbari sono forti»,
aveva scritto, «è per i nostri peccati, ed è a causa dei nostri vizi che
l’esercito romano subisce sconfitte … E disgraziati noi che ci rendiamo
così poco accetti a Dio, la sua ira si abbatte su di noi attraverso la
violenza dei barbari». Dopo la devastazione di Roma da parte di Alarico
(410), sant’Agostino aveva aggiunto: «La pazienza di Dio invita i
cattivi al ravvedimento, come il flagello di Dio (flagellum Dei )
istruisce i buoni alla pazienza». Ma era stato Isidoro di Siviglia
(560-636) a compiere l’identificazione tra il flagello (un’arma fatta da
un manico di legno munito di una catena metallica alla quale è
agganciato un blocco di ferro) e gli Unni: «Essi sono il flagello della
collera di Dio, e ogni volta che si produce la sua indignazione contro i
fedeli, questi sono da loro flagellati affinché, castigati per mezzo
delle loro afflizioni, siano puniti a causa della cupidigia del secolo e
del peccato, ed ereditino il regno dei cieli».
Ma nell’Europa centrale furono altri i motivi per i quali Attila passò
alla storia e al mito. Julia M.H. Smith, nel suo L’Europa dopo Roma (Il
Mulino), ha prestato grande attenzione al Waltharius . Nel Waltharius ,
opera epica in latino risalente probabilmente alla fine del IX o al X
secolo, si narrano le gesta di un eroe — leggendario, non storico — di
nome Walther «che diventa adulto mentre è ostaggio presso la corte di
Attila. Assieme a lui il re degli Unni aveva preso prigioniera anche
l’erede al trono burgundo e promessa sposa di Walther, Hildgund, oltre
al nobile franco Hagen, consegnatogli in cambio del principe franco
Gunther, all’epoca ancora in fasce». I tre «beneficiano dell’ospitalità
di Attila e con il tempo raggiungono posizioni eminenti nella sua corte,
Hildgund come dama di compagnia della regina unna, Walther e Hagen come
comandanti vittoriosi dell’esercito unno». Quando poi Gunther diventa
re dei Franchi, Hagen fugge per unirsi a lui. Qualche tempo dopo anche
Walther e Hildgung fuggono dalla corte di Attila, portando con sé il
tesoro degli Unni. Ma per raggiungere l’Aquitania devono attraversare il
regno di Gunther, il quale, venuto a conoscenza del transito dei due,
spedisce contro di loro dodici guerrieri che hanno l’ordine di
impadronirsi del prezioso carico. Walther decide di affrontare i dodici
guerrieri di Gunther, tra cui è anche il suo amico di gioventù Hagen. E
alla fine, morti tutti gli altri, Hagen e Walther saranno costretti a
combattere l’uno contro l’altro. Al termine di un combattimento assai
violento, Walther prevarrà, sposerà finalmente Hildgung e i due daranno
vita a una dinastia regale. Attila qui appare come un sovrano generoso.
Un grande, anche a dispetto della successiva rottura con Gunther,
Walther e Hildgung.
Ci sono poi altre opere in cui la corte di Attila rivaleggia in
celebrità con quella di Artù: il lungo poema Biterolf (composto tra il
1250 e il 1260) fa del re degli Unni un ritratto particolarmente
lusinghiero. In ogni caso, alla luce delle fonti dell’epoca, scrive la
Bozoki, «niente giustifica la reputazione di estrema ferocia che
progressivamente sarà associata all’immagine degli Unni e soprattutto
del loro re». Ciò che aveva già intuito nell’Ottocento Amédée Thierry,
quando scrisse che «si percepisce che l’Attila della storia non è
affatto quello della tradizione». Ma allora a cosa si deve il racconto
del «flagello»? A storie «ricostruite» attorno al X secolo, quattrocento
anni dopo la morte di Attila, avvenuta, come si è detto, nel 453.
Storie edificanti a gloria della Chiesa. Come quelle di santa Genoveffa
protettrice di Parigi e di sant’Aniano, vescovo di Orléans, ai tempi
della battaglia dei Campi Catalaunici. E ad edificazione del mito dei
«vescovi resistenti» (primo tra tutti, Servazio) che avrebbero salvato
l’Italia e l’Europa laddove l’amministrazione militare e civile
dell’Impero era venuta meno. Tema che si ripropone nel X secolo ai tempi
delle invasioni ungheresi (924), quando si sviluppano le leggende di
san Lupo, san Geminiano, sant’Albino, sant’Autore e san Liborio, oltre a
quelle di sant’Orsola e delle «undicimila vergini martiri di Colonia»
violate e in gran parte uccise da Attila e dai suoi (769 delle quali
saranno addirittura «identificate», nome per nome, tra il 1183 e il
1187, circa settecento anni dopo il supposto massacro).
Inizia così la storia dell’uso politico della leggenda di Attila.
Nell’XI secolo fu redatta una Storia dei vescovi di Liegi , nella quale
era esposta la tesi che gli Unni discendessero addirittura dagli Ebrei.
Tesi riproposta tre secoli dopo nello Specchio delle storie di Jean
d’Outremeuse. Raccontavano questi testi che gli Ebrei, ai tempi di
Claudio, Tito e Adriano, avessero riparato nel Catai (in Cina) da dove
poi, su disposizione del loro Dio, nel IV e V secolo sarebbero tornati
in Europa per distruggerla. Sotto la guida di Attila.
Ma nell’uso di Attila da parte della Chiesa di Roma ce n’è anche per i
musulmani. In La guerra d’Attila di Niccolò da Casola (1358) il re degli
Unni è chiaramente assimilato ai saraceni maomettani. E tra i paladini
che si battono contro il sovrano barbaro si distingue Foresto, principe
d’Este. E per tutto il XIV secolo, nota Bozoki, «la popolarità
letteraria di Attila, presentato come un nemico pagano assimilato ai
saraceni, si spiega con l’atmosfera generale che ridà vigore all’idea
delle crociate». Un discorso che continuerà a valere per molti decenni.
Torquato Tasso nella Gerusalemme liberata (1581), a gloria della
famiglia estense, descrive Foresto che si batte contro Attila nella
difesa di Aquileia come l’«Ettore italiano». Ma da tempo ormai, in virtù
della demonizzazione cristiana, Attila è ovunque: nella Divina Commedia
di Dante (nel XIII canto dell’Inferno, come distruttore di Firenze), in
alcuni dipinti di Giotto (oggi scomparsi) dove è raffigurato tra gli
eroi pagani. Il massacro delle undicimila vergini di Colonia ispira
Jacopo da Varazze, Tommaso da Modena e Carpaccio
Ma ci sono dei cattolici per i quali Attila torna ad essere un mito
positivo. È quel che accade in Ungheria, dove nell’XI secolo nasce uno
Stato cristiano che è assai potente per ben cinquecento anni, fino al
1526, quando è sconfitto dai turchi ottomani. In questo Stato compare
una Storia degli ungheresi (1210) a cura di un anonimo che probabilmente
è il notaio del re Béla III, nella quale Arpad, capostipite della
dinastia reale, è individuato come un discendente di Attila. Tema su cui
torna Simon Kézai, un chierico alla corte del re Ladislao IV, che alla
fine dello stesso secolo ribadisce quella linea di discendenza e la
collega alla storia della Bibbia. Kézai, scrive la Bozoki, «mette in
evidenza le virtù principesche del re unno; era audace ma con giudizio,
scaltro e vigile in battaglia, molto forte fisicamente, magnanimo e,
soprattutto, di una straordinaria generosità che lo faceva amare dagli
stranieri, mentre gli Unni lo temevano per la sua severità». E anche
dopo la fine di questo Stato, tra gli ungheresi Attila continua ad
essere ben considerato. Nella Cronaca degli ungheresi del notaio János
Thuroczy (1486) si traccia una ritratto di Attila, «eletto re con voto
unanime», come del più grande sovrano della sua epoca. A questo punto la
memoria del «flagello di Dio» è quantomeno riequilibrata.
Nel 1667 Pierre Corneille dedica ad Attila una delle sue ultime opere
teatrali, per spiegare quale fosse l’uso (in fondo pacifico) che il re
degli Unni faceva, a sua volta, della paura da lui provocata tra i
popoli europei: «Egli brama le conquiste, ma odia altrettanto le
battaglie. Vuole che il terrore del suo nome sia quello che gli abbatte
le muraglie». In buona sostanza, più che una belva è un abile stratega,
che inventa la deterrenza. Nel 1734 Montesquieu — nelle Considerazioni
sulle cause della grandezza dei romani e della loro decadenza — fa un
ritratto di Attila piuttosto elogiativo. Mette in risalto che «Attila ha
lasciato sopravvivere Roma non per moderazione, ma per seguire i
costumi della sua nazione che imponevano di sottomettere i popoli e non
di conquistarli». Lo considera come «uno dei maggiori monarchi di cui la
storia mai abbia parlato». I suoi sudditi — sostiene Montesquieu — «lo
temevano ma non lo odiavano»; era «superbo ma anche astuto»; «collerico e
però capace di perdonare o di rimandare la punizione»; «mai faceva la
guerra quando la pace poteva dargli bastanti vantaggi; fedelmente
servito pure dai re che erano alle sue dipendenze, aveva serbato per sé
solo l’antica semplicità dei costumi degli Unni».
Dal XVIII secolo gli Unni e Attila sono celebrati in un numero crescente
occasioni. In Ungheria, dal Settecento, il tema dell’origine unna,
afferma Edina Bozoki, «è considerato come un fatto acquisito, ma è
sfruttato a seconda dell’orientamento politico degli autori, divisi tra
l’amicizia e l’ostilità nei confronti degli Asburgo». Nel poema latino
di Sigismond Varjù intitolato Divina metamorfosi seu Hungaria e gentili
Christiana (1711) gli Unni e Attila si mostrano nei «loro tratti più
barbarici e, soprattutto, anticristiani». Altrove ci sono però giudizi
molto diversi. All’inizio dell’Ottocento, in De l’Allemagne , Madame de
Staël identifica il re degli Unni con Napoleone. Ma, in tempi
successivi, nella letteratura patriottica successiva al fallimento
dell’insurrezione ungherese del 1848-49, «si manifesta un particolare
interesse per le leggende unne, considerate come temi dell’identità
nazionale». Poco tempo prima (nel 1846) Giuseppe Verdi nel suo Attila
(in un libretto scritto da Temistocle Solera e completato da Francesco
Maria Piave) aveva inteso denunciare dietro il regime degli Unni
l’oppressione degli Asburgo. Assai velatamente, a dire il vero. Nel
1858, l’Alessandro Manzoni magiaro, Mor Jokai, scrive che Attila fu a
tal punto importante che, per volontà di uno sciamano, fu seppellito nel
letto del fiume Tibisco affinché «non si potesse mai ritrovare il luogo
della sua sepoltura». E il più grande poeta ungherese dell’Ottocento,
Janos Arani, nel 1863 compone un poema in dodici canti sull’uccisione di
Bleda (o Buda), fratello di Attila, che lo aveva scoperto a tramare
contro di lui, per giustificare e nobilitare quella uccisione.
Il culto di Attila si accentua dopo la fine della Prima guerra mondiale e
la dissoluzione dell’impero austro-ungarico. In Urss diventa a suo modo
un eroe protocomunista. In Unione Sovietica Evgenij Zamjatin, nel 1928,
dedica un’imponente opera teatrale proprio al re degli Unni. Il
Comitato di lettura del Grande teatro drammatico di Leningrado,
affiancato dai rappresentanti di molte fabbriche della città, dà parere
favorevole alla sua rappresentazione. Ma, racconta Edina Bozoki,
«durante le repliche, lo spettacolo viene improvvisamente vietato».
Scritta «in un linguaggio espressionista, laconico e popolare, l’opera
di Zamjatin è una metafora della rivoluzione sovietica». Attila è «la
fiamma della rivoluzione che sta per sconvolgere il vecchio mondo
civilizzato». E a chi gli propone la pace, gli chiede di lasciare il
mondo così com’è, evoca le bellezze e le ricchezze di Roma e gli
rimprovera i centomila morti di cui è responsabile, Attila risponde «che
vuole la vita di tutti, non solo dei centomila romani che hanno
sottomesso milioni di schiavi». E gli schiavi stanno ad ogni evidenza
per il proletariato mondiale. Ma il personaggio descritto da Zamjatin è
contraddittorio: «Benché sia presentato come il liberatore degli
oppressi, è crudele e sanguinario; ispira timore». Sotto certi aspetti
«fa pensare a Lenin e ancora di più a Stalin». Ad esempio «l’ordine di
giustiziare il suo stesso fratello può essere inteso come un’allusione
alla lotta senza quartiere condotta da Stalin all’interno del partito
bolscevico». E, in ogni caso, così lo percepisce il dittatore georgiano,
che fa vietare lo spettacolo.
Zamjatin nel 1931 espatria, va a Parigi, dove inizia a scrivere un
romanzo, Il flagello di Dio , che resterà incompiuto. L’autore russo
descrive il mondo romano come «decadente e perfino ridicolo». Un mondo
nel quale «regna un’atmosfera carica di inquietudine e di crisi; si
aspettano guerre, insurrezioni, catastrofi; le fabbriche chiudono; i
disoccupati reclamano il pane; gli uomini non si fidano più nemmeno
dell’oro, estremo rifugio». Attila, giovane ostaggio a Roma, è sorpreso
dall’indolenza dei ricchi portati in lettiga, dall’etichetta e
soprattutto dal servilismo che regnano alla corte imperiale… Purtroppo
però Zamjatin muore prima di giungere al dunque, cioè al punto in cui
descrive, approfondendo i temi della sua precedente opera teatrale, gli
effetti della «rivoluzione» di Attila. Per poco — si può asserire — non
ha visto la luce un Attila antistaliniano.
Nel frattempo, in Ungheria, tra le due guerre mondiali ci si dedicò a un
culto di Attila protonazista e si progettò di innalzare a Budapest una
statua equestre che rappresentava Attila rivolto verso l’Occidente in
atto di sfida. Un movimento detto dei «nuovi pagani» iniziò poi la
costruzione di una torre in memoria di Attila. Tra la fine degli Anni
Quaranta e i primi Anni Cinquanta nell’Ungheria socialista questa
costruzione fu utilizzata come torre di controllo dalla polizia segreta.
Poi fu lasciata andare in rovina. Ma dopo la fine del comunismo, ecco
rispuntare una «Santa chiesa degli unni» che sostiene essere stati «gli
etruschi una tribù unna, così come i cinesi e i giapponesi». Ed ecco
nascere il partito (di estrema destra) dell’«Alleanza unna». E alla fine
(nel 2010) viene eretta una statua ad Attila, alla cui inaugurazione
sono presenti il presidente del Parlamento, il ministro della Difesa,
militari, sindaci, rappresentanti degli ungheresi che vivono
oltreconfine. Un sacerdote della Transilvania benedice la statua «in
nome di tutti gli ungheresi». A questo punto si può essere certi che la
storia di Attila, o meglio del suo mito, non finisce qui. E che il
futuro prossimo sarà sempre più generoso nei suoi confronti.
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