lunedì 27 gennaio 2014

Heidegger & bruciore di stomaco


Il grido e il silenzio
Un esempio di ciò che rende insopportabile il gergo dell'heideggerismo, a par-tire dai corsivi e soprattutto dai trat-tini dell'in-contro... [SGA].

Laura Darsié: Il grido e il silenzio. Un in-contro fra Celan e Heidegger, Mimesis

Risvolto
Un tormentoso corpo a corpo con il linguaggio svela il destino dell’in-contro “epocale” fra Paul Celan e Martin Heidegger. Una conversazione estenuante ai confini dell’Essere, conduce alla terra del cuore dove, per il poeta bucovino non c’è parola che lenisca le ferite della storia. Fra l’evento del loro in-contro e la speranza di una parola impossibile, si fa strada il pensiero poetante, ultimo superstite di un colloquio denso di equivoci, di parole trattenute, di ammissioni ricusate: la parola poetica rincorre il pensiero in un atto di estremo attaccamento alla vita – la poesia è per Celan una stretta di mano che forse, il filosofo del Baden non è in grado di restituire. Un’intensa e appassionata disamina dove poesia e filosofia si intrecciano innervate dall’ascolto psicanalitico per incamminarsi nella dimora del perturbante amoroso. Nel segreto dell’in-contro, l’ospitalità dell’estraneo cede alla follia di includere, per amore, l’altro sotto il giogo antico della memoria e della nominazione, non lasciando neppure la libertà di volger via lo sguardo, e di arretrare di fronte a un possesso che tutto vuole per librarsi estenuato, nella scrittura di un colpo d’ascia fiorita
Paul Celan

La promessa di Heidegger
di Antonio Gnoli Repubblica 27.1.14


Furono due grandi maestri dell’oscurità. Si incontrarono nel luglio del 1967. Paul Celan viaggiò verso la Foresta Nera con desiderio e ammirazione per Martin Heidegger. La scrittura e le riflessioni del filosofo lo interpellavano nel profondo. Cos’era il “dire poetico”? Fu con questo interrogativo che si avviò a Todtnauberg (sulla vicenda si può ora vedere il libro di Laura Darsié, Il grido e il silenzio,ed. Mimesis). I pochi testimoni raccontano di un dialogo scarno. Reticente. In dote Celan portò la testimonianza che la parola poetica era risorta dalle ceneri di Auschwitz. Ma perché diventasse più di un’affermazione occorreva che Heidegger riprendesse il filo della storia dove lo aveva interrotto. Pronunciarsi non solo sul  detto di Anassimandro ma anche sull’interdetto del nazismo che lo aveva coinvolto. Non volle. Non ne fu capace. Non era il momento. Ma allora quando? Celan finì la visita con la speranza di una “parola ancora a venire”. Fu una luce, o una promessa, che mai si accese. Dilatò in lui la memoria dei campi fino a diventare la malattia più prossima alla morte. Non più fuga. Ma costante esercizio del dolore: la sua poesia della Shoah. Fin dentro il suicidio.

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