Un tormentoso corpo a corpo con il linguaggio svela il destino dell’in-contro “epocale” fra Paul Celan e Martin Heidegger. Una conversazione estenuante ai confini dell’Essere, conduce alla terra del cuore dove, per il poeta bucovino non c’è parola che lenisca le ferite della storia. Fra l’evento del loro in-contro e la speranza di una parola impossibile, si fa strada il pensiero poetante, ultimo superstite di un colloquio denso di equivoci, di parole trattenute, di ammissioni ricusate: la parola poetica rincorre il pensiero in un atto di estremo attaccamento alla vita – la poesia è per Celan una stretta di mano che forse, il filosofo del Baden non è in grado di restituire. Un’intensa e appassionata disamina dove poesia e filosofia si intrecciano innervate dall’ascolto psicanalitico per incamminarsi nella dimora del perturbante amoroso. Nel segreto dell’in-contro, l’ospitalità dell’estraneo cede alla follia di includere, per amore, l’altro sotto il giogo antico della memoria e della nominazione, non lasciando neppure la libertà di volger via lo sguardo, e di arretrare di fronte a un possesso che tutto vuole per librarsi estenuato, nella scrittura di un colpo d’ascia fiorita…
lunedì 27 gennaio 2014
Heidegger & bruciore di stomaco
Un esempio di ciò che rende insopportabile il gergo dell'heideggerismo, a par-tire dai corsivi e soprattutto dai trat-tini dell'in-contro... [SGA].
Risvolto
Un tormentoso corpo a corpo con il linguaggio svela il destino dell’in-contro “epocale” fra Paul Celan e Martin Heidegger. Una conversazione estenuante ai confini dell’Essere, conduce alla terra del cuore dove, per il poeta bucovino non c’è parola che lenisca le ferite della storia. Fra l’evento del loro in-contro e la speranza di una parola impossibile, si fa strada il pensiero poetante, ultimo superstite di un colloquio denso di equivoci, di parole trattenute, di ammissioni ricusate: la parola poetica rincorre il pensiero in un atto di estremo attaccamento alla vita – la poesia è per Celan una stretta di mano che forse, il filosofo del Baden non è in grado di restituire. Un’intensa e appassionata disamina dove poesia e filosofia si intrecciano innervate dall’ascolto psicanalitico per incamminarsi nella dimora del perturbante amoroso. Nel segreto dell’in-contro, l’ospitalità dell’estraneo cede alla follia di includere, per amore, l’altro sotto il giogo antico della memoria e della nominazione, non lasciando neppure la libertà di volger via lo sguardo, e di arretrare di fronte a un possesso che tutto vuole per librarsi estenuato, nella scrittura di un colpo d’ascia fiorita…
Un tormentoso corpo a corpo con il linguaggio svela il destino dell’in-contro “epocale” fra Paul Celan e Martin Heidegger. Una conversazione estenuante ai confini dell’Essere, conduce alla terra del cuore dove, per il poeta bucovino non c’è parola che lenisca le ferite della storia. Fra l’evento del loro in-contro e la speranza di una parola impossibile, si fa strada il pensiero poetante, ultimo superstite di un colloquio denso di equivoci, di parole trattenute, di ammissioni ricusate: la parola poetica rincorre il pensiero in un atto di estremo attaccamento alla vita – la poesia è per Celan una stretta di mano che forse, il filosofo del Baden non è in grado di restituire. Un’intensa e appassionata disamina dove poesia e filosofia si intrecciano innervate dall’ascolto psicanalitico per incamminarsi nella dimora del perturbante amoroso. Nel segreto dell’in-contro, l’ospitalità dell’estraneo cede alla follia di includere, per amore, l’altro sotto il giogo antico della memoria e della nominazione, non lasciando neppure la libertà di volger via lo sguardo, e di arretrare di fronte a un possesso che tutto vuole per librarsi estenuato, nella scrittura di un colpo d’ascia fiorita…
Paul Celan
La promessa di Heidegger
Furono due
grandi maestri dell’oscurità. Si incontrarono nel luglio del 1967. Paul
Celan viaggiò verso la Foresta Nera con desiderio e ammirazione per
Martin Heidegger. La scrittura e le riflessioni del filosofo lo
interpellavano nel profondo. Cos’era il “dire poetico”? Fu con questo
interrogativo che si avviò a Todtnauberg (sulla vicenda si può ora
vedere il libro di Laura Darsié, Il grido e il silenzio,ed. Mimesis). I
pochi testimoni raccontano di un dialogo scarno. Reticente. In dote
Celan portò la testimonianza che la parola poetica era risorta dalle
ceneri di Auschwitz. Ma perché diventasse più di un’affermazione
occorreva che Heidegger riprendesse il filo della storia dove lo aveva
interrotto. Pronunciarsi non solo sul detto di Anassimandro ma anche
sull’interdetto del nazismo che lo aveva coinvolto. Non volle. Non ne fu
capace. Non era il momento. Ma allora quando? Celan finì la visita con
la speranza di una “parola ancora a venire”. Fu una luce, o una
promessa, che mai si accese. Dilatò in lui la memoria dei campi fino a
diventare la malattia più prossima alla morte. Non più fuga. Ma costante
esercizio del dolore: la sua poesia della Shoah. Fin dentro il
suicidio.
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