Giuseppe De Rita e Antonio Galdo: Il popolo e gli dei. Così la Grande Crisi ha separato gli italiani, Laterza pagg. 103 euro 14
Risvolto
Il popolo e gli dei si sono allontanati
irrimediabilmente. La Grande Crisi ha separato con un abisso i diversi
gironi della società e si è spezzata la catena di connessioni tra il
popolo e l'élite. Abbiamo ceduto sovranità a sfere sovranazionali e a
oscuri poteri finanziari, coperti dall'impunità e inquinati dai
conflitti di interesse. Siamo diventati sudditi di regni lontani. La
politica e gli italiani non hanno più molto da dirsi. Il rapporto si è
deteriorato e si è spento nella reciproca separatezza. Siamo un popolo
vitale, dobbiamo però riprendere la strada dello sviluppo e recuperare
sovranità. E soprattutto dobbiamo ridurre le distanze tra sempre più
ricchi e sempre più poveri. Non si riaccende la fiamma dei desideri
senza interpretarli, senza individuare un orizzonte condiviso, senza
riscoprire il fascino di un sogno collettivo.
Perché le élite non sanno più costruire il futuro
Esce il saggio “Il popolo e gli dei” di De Rita e Galdo
Repubblica 23.1.14
È
una costante della storia che i generali tendano a combattere la guerra
di ieri, non quella che dovrebbero vincere oggi, e il terremoto sociale
che l’Italia vive da anni non fa eccezione. Economisti e politici,
leader sindacali o degli imprenditori, intellettuali di ogni segno sono
spesso scivolati nella trappola tipica delle fasi in cui il tempo impone
un’accelerazione. Il rischio è che ognuno si scelga una guerra
preferita dagli album del passato e preferisca fingere di combattere
quella piuttosto che affrontare la realtà.
Non che sia un fenomeno
puramente italiano. Economisti liberal, esecutori testamentari
autodesignati di John Maynard Keynes, eredi della scuola austriaca o
allievi di quella di Chicago da anni discutono dell’euro come fosse il
protagonista della Grande Depressione degli anni ’30 o degli choc
petroliferi degli anni ’70. Non la moneta di una società europea
frammentata e divisa, ma che ha bisogno di trovare un nuovo compromesso:
un punto di equilibrio fra tenuta sociale, consenso politico e
innovazione nelle strutture portanti dell’economia.
Combattere le
guerre di ieri significa condannarsi a perdere oggi e a Giuseppe De Rita
e Antonio Galdo preme metterlo a fuoco nel loro ultimo saggio, Il
popolo e gli dei. Così la Grande Crisi ha separato gli
italiani(Laterza). Il sociologo e il giornalista usano i loro strumenti
diversi soprattutto per raccontare il fallimento collettivo delle élite
nella trasformazione in cui il Paese è precipitato senza averla vista
arrivare. Se c’è un gruppo che non ha capito né saputo interpretare ciò
che stava accadendo, sostengono De Rita e Gualdo, è proprio quello che
doveva esercitare la leadership. “Gli dei”, nella loro metafora, che per
l’occasione si sono rivelati divinità tanto vanesie quanto cieche: un
tratto comune ai dirigenti di qualunque segno e parte politica e del
mondo produttivo, accusano De Rita e Galdo.
Qui gli autori registrano
una differenza importante – in peggio – rispetto ad altri momenti
spartiacque nei quali leader diversi riuscirono a trasformare una crisi
in un punto di svolta. I loro modelli sono De Gasperi e Adenauer in
politica, ma colpisce di più il confronto che De Rita e Gualdo
tratteggiano fra le élite tecnocratiche in tre fasi decisive nell’Italia
del dopoguerra. Il primo esperimento di guida tecnica coincise con la
nascita della Repubblica, protagonista una generazione di banchieri ed
economisti cresciuti discretamente nel fascismo sotto Beneduce e poi
impostisi con altrettanta discrezione con la democrazia: Enrico Cuccia,
Raffaele Mattioli, Donato Menichella, Sergio Paronetto o Pasquale
Saraceno. «La loro azione fu molto efficace perché, pur esercitando un
potere enorme – osservano gli autori – ebbero l’intelligenza di non
sovrapporsi ai partiti ma di accompagnarli sotto traccia». Promossa da
De Rita e Gualdo anche la seconda grande generazione di tecnici, quella
guidata da Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Amato e Lamberto Dini con la
crisi del debito dei primi anni ’90. «La chimica funzionò anche grazie a
un messaggio di futuro e non solo di gestione in emergenza del
presente», è il giudizio.
Diversa è la valutazione sulla terza
stagione “tecnica”, quella impersonata da Mario Monti chiamato nel 2011 a
gestire un paese sull’orlo di un catastrofico default. Monti doveva, si
legge, «evitare il baratro e gettare le basi per il futuro. Ma se la
prima parte della missione può essere considerata compiuta, la seconda
si è infranta di fronte a una serie di resistenze e di errori». La
critica a quella che gli autori chiamano “la terza élite” è diretta
anche all’establishment della politica e dei ceti produttivi e ciò che
viene detto del gruppo di governo di Monti vale, per gli autori, anche
per tanti capi partito e leader della rappresentanza sindacale,
industriale o corporativa. «La terza élite si è mostrata scollegata dal
popolo che governava – scrivono – e incapace di dare un orizzonte in
termini di emozioni collettive e di futuro». Ciò vale anche per ciò che
ha fatto seguito all’esperimento “tecnico” perché, si legge, «abbiamo
bisogno di classi dirigenti che nascano dal basso, cespugli della
realtà, e non attraverso i filtri della cooptazione imposta dall’alto».
Il
divorzio fra i popolo e i suoi “dei” è così radicale, così distruttivo
di quel capitale sociale chiamato fiducia, che De Rita e Gualdo
raccomandano ai due fronti qualcosa di simile a una tregua per poi
provare a riannodare i fili spezzati. Parte della colpa è nelle
diseguaglianze, che concentrano una quota crescente del reddito e dei
patrimoni in un numero ristretto di cittadini: non è un fenomeno solo
italiano, prodotto dalla tragica inadeguatezza del sistema
dell’istruzione e della cultura a seguire la trasformazione delle
tecnologie e delle strutture produttive globali. Per questo De Rita e
Gualdo puntano l’indice contro lo «spostamento della sovranità verso i
gironi opachi e infernali della grande finanza internazionale, quella
che orienta, giorno per giorno, secondo dopo secondo, il nuovo dominus:
il mercato». Non è un’accusa infrequente da quando il mercato ha
iniziato a “vendere” l’Italia. Meno frequente è stata l’accusa quando
invece il mercato “comprava” a poco prezzo, permettendo che gli
squilibri italiani crescessero. Per recuperare sovranità, occorre
ridurre il debito che la consegna a coloro di cui poi abbiamo bisogno
per finanziarlo: ma questa, ricordano gli autori, dev’essere una
decisione di “popolo e dei” insieme. Il resto è ricerca di capri
espiatori.

Ecco l'Italia dei contrasti che naufraga in allegria
Marcello Veneziani
- il Giornale
Lun, 17/02/2014
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