giovedì 23 gennaio 2014

Università: la farsa dell'ASN è probabilmente all'epilogo

Prof, test col trucco: nomi già scritti prima della selezione

Più candidati hanno inviato al “Fatto” e al Ministero dell’istruzione una raccomandata contenente l’elenco dei 15 docenti che poi sono stati scelti

di Carlo Di Foggia e Francesco Ridolfi il Fatto 23.1.14


“Volevo complimentarmi con voi...”. Sono i primi di maggio quando iniziano a circolare email in cui compaiono i nomi degli abilitati alla prima fascia (professore ordinario) nella materia di Storia antica. È uno dei 180 settori che compongono l’abilitazione scientifica nazionale (Asn): si tratta del nuovo sistema di reclutamento voluto dall'ex ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini per evitare lo scandalo dei concorsi truccati, dove spesso passava chi aveva il cognome giusto. Lo scandalo, invece, si ripete e il copione è sempre lo stesso: i vincitori si conoscono in anticipo, in palese violazione delle regole. Con studiosi di profilo internazionale con decine di pubblicazioni bocciati e modesti concorrenti promossi. I risultati della commissione esaminatrice sono stati infatti pubblicati solo molti mesi dopo, per la precisione, lo scorso martedì. Eppure gli scambi di complimenti sono continuati ben prima della chiusura della selezione, tanto che tutti i nomi degli abilitati sono usciti fuori. A quel punto la rabbia dei candidati è esplosa, anche alla luce di giudizi contraddittori e rapporti tra commissari ed esaminati.
IN OTTOBRE, una lista con 15 nominativi viene spedita con raccomandata al ministero dell'Istruzione, all'attenzione del ministro Maria Chiara Carrozza e al direttore generale per l'Università, Daniele Livon. La stessa lista viene spedita anche al Fatto Quotidiano, anticipata da una email, datata 18 dicembre, cioè quasi un mese prima che i risultati fossero resi pubblici. L'incertezza è durata fino a martedì, poi la clamorosa scoperta: i nomi combaciavano tutti. “Si è verificata una situazione deplorevole - si leggeva nella lettera - e, per più ragioni, di grave irregolarità: ancora prima che fosse avviata la procedura di valutazione dei candidati, già circolavano i nomi dei ‘fortunati’ che avrebbero ottenuto l’abilitazione. I sospetti sono divenuti certezza da almeno sei mesi, anche se a tutt’oggi gli esiti del Concorso di abilitazione non sono pubblici, circola la lista degli abilitati”. I firmatari sono pronti a recarsi dai magistrati perché indaghino sulla selezione. Mentre dal ministero prima negano di aver ricevuto la lettera, poi chiedono lumi sulla ricevuta di ritorno. Appurato che sulla lettera c'è il timbro ministeriale, non commentano.
Tra i mittenti della missiva, ci sono diversi nomi di candidati che pur avendo i titoli per ottenere l'abilitazione, sono stati bocciati. Tra questi, un ricercatore con oltre 80 pubblicazioni e esperienze di insegnamento all'estero, tra cui la Sorbona di Parigi . Oltre al profilo penale ipotizzato, infatti, c'è n’è anche uno amministrativo. “In questo stesso periodo, è ampiamente noto che intensi sono stati i contatti tra i candidati e i loro commissari ‘sostenitori’ - continua il testo -. È facile capire che l’attribuzione dell’abilitazione non è sempre avvenuta su base meritocratica. Alcuni studiosi, con un curriculum ricco e articolato e di profilo internazionale sono stati esclusi, pur rispondendo ai criteri adottati dal Miur e dalla stessa Commissione; mentre altri, di produttività scientifica più modesta, hanno conseguito l’abilitazione”. Le anomalie sono le stesse segnalate in molti altri insegnamenti, come i rapporti pregressi tra commissari (5 nomi sorteggiati in una lista di idonei), e tra questi e gli stessi candidati. Qui il commissario esterno, di norma uno straniero, è italiano, ed è stato allievo del presidente della commissione. Un altro commissario risulta relatore della tesi di laurea di uno degli abilitati, nell’elenco di titoli compare anche un “diploma in Chitarra Classica” e nessuna esperienza d'insegnamento.
Ma le segnalazioni di irregolarità, brogli, parentele e favoritismi pesano sull’intero sistema, e si ripetono ormai da settimane , con diverse interrogazioni parlamentari. A Lecce, durante un convegno, sarebbero stati anticipati i risultati del settore “Organizzazione aziendale”, violando il segreto. In “Storia medievale” 38 studiosi hanno accusato i commissari di aver truccato i propri curricula. A “Scienze del libro e Scienze storico-religiose”, nessuno dei commissari aveva competenze in quest’ultima, e in alcuni curricula compaiono pubblicazioni che nulla hanno a che fare con il settore, come libri di poesia e romanzi. A “S ociologia” diversi candidati stanno studiando i risultati con un supporto legale. Qui i commissari avrebbero dedicato solo 50 secondi per valutare ogni singolo candidato. Tutta materia per i giudici. Dubbi sull’i n- tero sistema erano già stati avanzati dal Consiglio di Stato, ma ignorati dalla Gelmini. La scientificità dei parametri (le mediane) era stata contestata dal mondo accademico.
NEL GENNAIO del 2013 una circolare dell’allora ministro Profumo ha lasciato ampio margine ai commissari, creando caos. Il 16 gennaio due commissioni hanno congelato i risultati e riaperto i lavori con la procedura di “autotutela”. In meno di una settimana se ne sono aggiunte altre otto.
Ma non quella di “Storia” di cui ci stiamo occupando.


Lo statistico Tommaso Gastaldi

“Io rovinato dalla guerra contro i concorsi truffa”

di C.D.F. il Fatto 23.1.14


“Ho pagato con la vita”. Il 12 aprile 2006 Tommaso Gastaldi, docente di Statistica all’Università La Sapienza di Roma, spedisce due lettere, una per sé, l’altra per il suo avvocato, il fratello Davide. Su quelle missive “prevede” l’esito di un concorso per la cattedra di professore ordinario di Statistica alla Facoltà di Sociologia del suo Ateneo, di cui era stato appena pubblicato il bando. Fa il nome di chi poi effettivamente risulterà vincitrice del concorso. È il primo di una lunga serie di scandali per l’Università italiana. Da lì parte la sua lunga battaglia legale, con inchieste dei magistrati e querele. Finisce isolato. Poi denuncia in anticipo i vincitori di un altro concorso, e invita centinaia di candidati a partecipare, ma l’esito non cambia e il concorso non viene annullato. Ora è sconsolato, la notizia che alcuni studiosi hanno usato il suo metodo per denunciare un’anomalia, non lo scompone. “Questo è il dato di fatto - spiega - della maggior parte dell'università italiana. Un’istituzione che nell'immaginario collettivo appare di taglio scientifico, ma dove relativamente pochi individui, in posti chiave, trovano modi e creano meccanismi per ottenere benefici privati. Ho pagato con la vita. Quella professionale naturalmente. Ma anche un bel pezzo di esistenza”.
Professore, che cosa ha ottenuto?
La mia stanza chiusa per anni e anni. Ormai non ci vado più. Volevano anche togliermi il corso, dopo vent’anni che lavoro lì. Emarginazione, disprezzo, discredito, diffamazione. Con pesanti cause civili di tutti i tipi, e colleghi pronti a mentire sotto giuramento, per omertà o complicità. Ripercussioni sulla vita familiare, tempo e soldi.
Sta dicendo che ne ha abbastanza?
Se si mettono insieme tutti gli atti, denunce e sistematiche opposizioni ad altrettante sistematiche richieste di archiviazione, si ottiene una pila di carta che arriva al soffitto. Ora preferisco dedicarmi ad attività meno mortificanti, anche considerati i risultati. Tanto il sistema è blindato.
Non è riuscito a cambiare proprio nulla?
Ti scontri contro la disonesta intellettuale e un'immoralità diffusa, con totale disprezzo di qualunque valore scientifico o forma di onestà professionale. Omertà diffusa, paura di subire ripercussioni nella carriera, interessi privati. È la rapina quotidiana nell'istituzione. Ho visto un professore ordinario di 70 anni girare porta a porta e telefonare per chiedere il voto dei commissari e far passare chi ha già deciso lui. Altri mentire spudoratamente sotto giuramento davanti a un giudice; un membro del Csm e senatore intimare al giudice la corretta interpretazione della normativa concorsuale. Ovviamente quella che scagiona i propri assistiti; una sentenza contenente dettagli di cui il giudice non poteva essere a conoscenza, per giustificare che se anche sei assolutamente preminente scientificamente, i commissari del concorso non possono di fatto mai commettere abuso d’ufficio, nemmeno se vi è una dettagliata perizia del Gip. Ho visto il mio ricorso bloccato da ormai un decennio al ministero dell'Istruzione, e ministri che mai ti rispondono. Ho visto, in verità, abbastanza da far sparire qualsiasi speranza di cambiamento.
Ha ancora senso denunciare le anomalie, i brogli, i favoritismi?
Ha senso se si hanno gli strumenti per poterlo fare. Ci vorrebbe una volontà politica, ma portata avanti da persone dotate di onestà intellettuale. Altrimenti è solo folklore, per citare un famoso Rettore. Per un singolo la battaglia può avere valore simbolico. Ma subisce enormi conseguenze, se non è sostenuto.
Chi avrebbe dovuto sostenerla?
Il ministero, ad esempio. Nel processo era stato citato come parte lesa e non si è costituito in giudizio. La verità è che non gliene importa niente a nessuno. In dieci anni mai una risposta.
Ieri si sono rifiutati di commentare
Se si fanno vivi chiedetegli che fine ha fatto il mio ricorso. Ditemi voi se è un paese civile questo.






Quei ricercatori che non meritiamo
di Pietro Greco l’Unità 23.1.14


I ricercatori italiani fanno sempre di più, con sempre meno. O, se volete, continuano a celebrare con fichi sempre più secchi nozze di sempre maggiore successo. Tre recentissimi rapporti internazionali ci danno la misura di questa condizione paradossale in cui ormai verso la scienza italiana.
Il primo è il rapporto sulla «Consolidator Grant 2013 Call» con cui l’European Research Council (Erc) ha finanziato 312 progetti di ricerca scientifica, europei e non, sulla base unicamente del merito.
La dotazione della Call era notevole: 575 milioni di euro. Il finanziamento per singolo progetto presentato da un ricercatore era piuttosto alto: in media 1,84 milioni di euro con un picco massimo di 2,75 milioni di euro. La competizione è stata al massimo livello.
Questi i risultati. La Germania ha visto premiati 48 suoi ricercatori. Subito dopo, l’Italia: con 46 ricercatori. Seguono, nettamente distaccate, la Francia (33), la Gran Bretagna (31) e l’Olanda (27). Poi ancora il Belgio e Israele (17) e la Spagna (16). Per avere un’indicazione di quanto sia straordinaria la performance dei ricercatori italiani basta ricordare che l’Italia ha ottenuto praticamente lo stesso numero di successi della Germania, sebbene spenda in ricerca meno di un quarto della Germania (17 miliardi di euro contro i 71 della Germania). E ha ottenuto il 39% di successi in più della Francia, sebbene la Francia investa in ricerca una cifra (40 miliardi nel 2013) che è quasi due volte e mezza quella italiana. Lo stesso vale per la Gran Bretagna: con un investimento in R&S doppio rispetto a quello italiano, ha visto finanziati un terzo in meno di progetti di suoi ricercatori rispetto a quelli degli italiani.
Pochi giorni prima il rapporto International Comparative Performance of the UK Research Base – 2013, elaborato dagli esperti della Elsevier per conto del Department of Business, Innovation and Skills (Bis) del governo della Gran Bretagna registrava l’avvenuto sorpasso dei ricercatori italiani su quelli americani in termini non solo di produttività, ma in termini di qualità. La performance può essere racchiusa in poche cifre: nell’anno 2012 con l’1,1% dei ricercatori del mondo, con l’1,5% della spesa totale mondiale (che, secondo la rivista R&D Magazine ha superato i 1.150 miliardi di euro; l’Italia ha prodotto il 3,8% degli articoli scientifici del pianeta che hanno ottenuto il 6% delle citazioni.
Le citazioni sono considerate, appunto, un indice di qualità. E, dunque, la qualità media degli articoli scientifici di autori italiani è cresciuta costantemente negli ultimi anni e ora è 6 volte superiore alla media mondiale. I nostri ricercatori hanno fatto meglio degli americani. E sono stati superato solo dagli inglesi e dagli svizzeri.
Possiamo riassumere queste due notizie con un piccolo slogan: i ricercatori italiani sono pochi, ma buoni. Lavorano molto e hanno stoffa.
Ma qui iniziano le dolenti note. Lo stesso rapporto dell’Erc sui suoi Consolidator Grant riporta che dei 46 assegni staccati per i ricercatori italiani, solo 20 saranno spesi in Italia: 26 ricercatori (il 57% dei vincitori) lo andranno a spendere all’estero. Perché all’estero trovano un ambiente migliore.
In nessun altro Paese la diaspora è stata così alta. I tedeschi che spenderanno all’estero il loro grant sono 15 (il 31%); i francesi 2 (il 6%); gli inglesi 4 (il 13%). Inoltre la capacità di attrarre ricercatori dall’estero è sfacciatamente contraria al nostro Paese: 10 stranieri andranno a spendere il loro grant in Germania e altrettanti in Francia; addirittura 34 stranieri andranno in Gran Bretagna. Cosicché la classifica dei Paesi dove verranno spesi i soldi dell’Erc è completamente ribaltata: 62 progetti saranno realizzati nel Regno Unito; 43 in Germania; 42 in Francia e solo 20 in Italia.
Il succo è chiaro: i ricercatori italiani sono bravi – più bravi di quasi tutti gli altri – ma l’Italia non è un Paese adatto per fare scienza.
D’altra parte per avere buone idee non occorrono soldi. Ma per creare un ambiente adatto alla scienza, occorrono investimenti. E gli investimenti italiani in ricerca scientifica stanno crollando. Secondo la rivista americana R&D Magazine, che ogni anno redige un rapporto sugli investimenti mondiali in ricerca, l’Italia è decima al mondo per produzione di ricchezza (Pil), ma solo quattordicesima per investimenti assoluti in ricerca scientifica. Eravamo dodicesimi nel 2012. Lo scorso anno ci hanno superato anche Australia e Taiwan. I due Paesi hanno un Pil pari alla metà di quello italiano, ma investono di più in ricerca. Non solo in termini relativi, ma assoluti.
Questo, dunque, è il paradosso della scienza italiana. Da un lato aumenta la produttività e la qualità della ricerca, dall’altro diminuiscono i finanziamenti. In pratica l’Italia sta disperdendo la risorsa che conta di più nell’era della conoscenza. L’unica, forse, che sarebbe in grado di tirarla fuori dal percorso di declino in cui si è incamminata da due o tre decenni. Se solo ce ne accorgessimo anche noi, oltre che gli esperti stranieri.

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