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martedì 14 gennaio 2014

Ma dov'è che Repubblica trova i suoi corrispondenti?

L’uomo che scriveva bufale sulla Cina
Giampaolo Visetti, giornalista corrispondente dal paese per La Repubblica continua a consegnare ai lettori una serie di falsi clamorosi nell'indifferenza generale. Ecco gli ultimi di una lunga serie  
da Giornalettismo di Mazzetta - 06/07/2013 - 

Giampaolo Visetti e una sgradevole storia di plagio seriale
Pubblicato il 28 agosto 2012

BUON VISETTI A CATTIVO GIOCO - IL CORRISPONDENTE DI ‘’REPUBBLICA’’ A PECHINO, GIAMPAOLO VISETTI, GIÀ FAMOSO PER LE BUFALE SUL GIAPPONE, VIENE PIZZICATO A LEGGERE PER FILO E PER SEGNO NEI SUOI EDITORIALI AUDIO GLI ARTICOLI DI UN COLLEGA DELL’AGI - E QUELLE POCHE VOLTE CHE SCRIVE COSE DI SUO PUGNO, SE LE INVENTA - IL GIORNALISTA FAREED ZAKARIA, DEL “TIME”, SOLO PER AVER RICOPIATO DIECI RIGHE, SI È BECCATO UN MESE DI SOSPENSIONE…
 Dagospia

Cina, Giappone e le due Coree scelgono leader nazionalisti. E riparte il riarmo che fa tremare l’Occidente
Si rischia una nuova “guerra dell’Asia”

Est contro Est

di Giampaolo Visetti Repubblica 14.1.14


PECHINO A quasi settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, sale l’allarme per un conflitto che può riaccendersi là dove si è tragicamente spento. L’Asia è sempre meno pacifica e cresce la preoccupazione per un accumulo senza precedenti di eserciti e di armi di ultima generazione nella regione del pianeta che registra la più sostenuta crescita economica. Mai come oggi si concentrano in Estremo Oriente scontri politici e commerciali, provocazioni tra Stati e contrapposte rivendicazioni territoriali. A moltiplicare il rischio di una nuova “guerra dell’Asia”, la concomitante ascesa al potere di quattro leader nelle potenze cruciali dell’area. In poco più di un anno, tra le fine del 2011 e il marzo 2013, Cina, Giappone, Corea del Sud e Corea del Nord hanno cambiato la propria guida, affidandosi a esponenti conservatori, espressi da forze di destra sempre più nazionaliste, militariste e costrette a fare leva su richiami patriottici e xenofobi. La tendenza, mentre in marzo sono attese cruciali elezioni in India, spaventa sia l’Occidente che gli altri Paesi del Pacifico: a Pechino, Tokyo, Seul e Pyongyang il potere si centralizza sempre di più, diventa ancora più personale, ponendo direttamente nelle mani di pochi leader il destino di poco meno della metà della popolazione e della ricchezza mondiali.
Gli istituti di ricerca hanno già delineato lo spettro del secolo: un pianeta in balìa dei «cattivi maestri dell’Asia», convertiti al neo-autoritarismo nazionalista ispirato al presidente russo Vladimir Putin. La tesi è semplice: mentre le democrazie di Usa ed Europa assistono al declino economico delle potenze che hanno dominato gli ultimi due secoli, gli autoritarismi asiatici favorirebbero la crescita delle nazioni che si apprestano a rivoluzionare gli equilibri globali.
Profeta dei nuovi regimi post-comunisti e delle democrazie sempre più leaderistiche, l’ex spia dei servizi segreti sovietici che ha conquistato il Cremlino, ricostruendo la Russia dopo il crollo dell’Urss. Cancellerie e diplomatici parlano apertamente di “neo-putinismo”, per indicare «il virus che sta contagiando l’intera Asia». I suoi esponenti più influenti sarebbero oggi proprio i quattro leader che negli ultimi mesi hanno seminato scontri e tensioni nel Pacifico: il presidente cinese Xi Jinping, il premier giapponese Shinzo Abe, la presidente sudcoreana Park Geun-hye e il dittatore nordcoreano Kim Jong-un. Solo un anno fa, nonostante le crescenti tensioni, un vertice tra le figure che dominano l’Asia, oltre che necessario, sembrava imminente. Oggi è semplicemente impossibile: Xi Jinping e Shinzo Abe hanno scavato un solco di incomunicabilità, Abe e Park Geun-hye rifiutano di parlarsi, Kim Jong-un si è autorecluso oltre il 38° parallelo a colpi di epurazioni, minacce e atrocità. A far temere che un’Asia meno pacifica possa precipitare in una serie di scontri regionali cronici, se non in una guerra convenzionale, la personalità dei nuovi leader, gli equilibri politici interni e l’esplosione di conflitti antichi e contemporanei.
Il cinese Xi Jinping, vicino all’armata di liberazione del popolo per tradizione famigliare, si trova a governare la riconversione economica e la riforma politica più ambiziose della storia nazionale, nel momento in cui Pechino si appresta a riconquistare la testa del pianeta. L’ascesa della Cina spaventa gli Stati Uniti, potenza egemone dal Novecento, spiazza l’Europa, padrona dei secoli precedenti, attrae Africa e America Latina, ma sta facendo scattare un vero e proprio allarme tra i vicini dell’Asia. L’erede “americanizzato” di MaoZedong, in pochi mesi, ha sorpreso anche i più pessimisti. Dietro lo slogan delle “riforme”, Pechino ha lanciato la corsa al riarmo dell’esercito più numeroso del pianeta, forte di 2,4 milioni di effettivi, ha varato la prima portaerei atomica e ha aperto conflitti territoriali con tutti i Paesi confinanti, istituendo una nuova “zona di identificazione per la difesa aerea”. Il più pericoloso è quello con il Giappone per il controllo dell’arcipelago delle Senkaku-Diaoyu, dove più volte si è sfiorato l’incidente navale e aereo, fino a costringere gli Usa a riorientare nel Pacifico le forze dispiegate in Europa, Medio Oriente e Asia centrale. Il nuovo espansionismo economico, finanziario e commerciale della Cina, il suo bisogno di materie prime e il preteso monopolio delle terre rare, hanno riaperto però i fronti congelati dal declino dell’impero cinese, alla fine dell’Ottocento. Pechino, nel nome del nazionalismo e del contrasto agli alleati degli Usa, si oppone oggi anche a Corea del Sud, Taiwan, Vietnam, Filippine, Indonesia e India, tracciando un lungo fronte di guerra che va dall’Himalaya al Mar cinese meridionale.
La svolta patriottica di Xi Jinping, costretto a ridimensionare i nostalgici della sinistra neo-maoista e gli interessi dei nuovi poteri privati, si scontra all’esterno con la destra nazionalista di Shinzo Abe, obbligato a ricostruire il Giappone sfibrato da deflazione, crollo demografico e addio al nucleare. Il premier di Tokyo, sostenuto da partiti di una destra sempre più xenofoba, per riaccendere la crescita pretende la revisione dei valori consolidati dalla fine della seconda guerra mondiale. Rallentamento dell’impoverimento nazionale in cambio di diritti: in pochi mesi ha fatto scoppiare lo scontro sulle isole con la Cina, ma pure con la Corea del Sud, ha fatto esplodere le spese militari, lanciato la revisione della Costituzione pacifista del 1945, sfrattato la base Usa di Okinawa e istituito un nuovo consiglio di sicurezza, sull’esempio di quello formato a novembre da Pechino, plasmato su quello ideato degli Stati Uniti nel 1947.
I neo-contrapposti Consigli di sicurezza di Giappone e Cina rispondono a un pericolo sempre meno escludibile: la possibilità dello scoppio improvviso, anche involontario, di incidenti armati tra la seconda e la terza economia del mondo, ormai obbligate a dare risposte in tempo reale ad ogni minima provocazione. Mentre in Cina spopolano i giochi elettronici rossi, in cui gli eroi buoni sono cinesi e i nemici cattivi sono giapponesi, Shinzo Abe il 26 dicembre ha ripetuto il pellegrinaggio nel santuario di Yasukuni, dove sono sepolti 14 criminali di guerra. I nazionalisti che appoggiano il premier, profeta dell’indebitamento pubblico senza fine per rilanciare l’economia privata, li considerano eroi della resistenza. Per Pechino e Seul sono invece carnefici del colonialismo giapponese del Novecento, copia asiatica dell’espansionismo della Germania nazista. La calcolata provocazione di Abe, campione della sindrome di un nuovo accerchiamento del SolLevante, ha fatto dimenticare ai giapponesi i primi fallimenti dell’Abenomics, aumentando il consenso verso l’addio al pacifismo di Stato. Il prezzo è però la rottura definitiva con la Cina, l’irrigidimento del gelo con la Corea del Sud e un’irritazione senza precedenti della Casa Bianca, spaventata dalla prospettiva di costi inutili nel Pacifico per arginare l’ascesa di Pechino.
La nuova leader di Seul, figlia dell’ex dittatore Park Chung-hee, assassinato nel 1979 su ordine di Pyongyang, si è vista così offrire l’opportunità di una nuova stretta autoritaria e militarista: in poche settimane, grazie alla minaccia ci-nese, alle provocazioni giapponesi per il possesso delle isole Dokdo-Takeshima e alla deriva del regime nordcoreano, ha ottenuto dal parlamento conservatore maggiori poteri, nuovi fondi per l’esercito, il via libera a una “zona di identificazione aerea” e altri 800 marines dagli Usa. Mai, da oltre un secolo, l’Asia è stata tanto forte economicamente, così forte militarmente, tanto scossa da scontri incrociati alimentati dal neo-nazionalismo e così spaventata dall’ascesa di una super-potenza come quella cinese.
E al centro dei conflitti, in un continente sprovvisto di istituzioni sovranazionali comuni, autorizzate a ricomporre le vertenze, resta la Corea del Nord del giovane Kim Jong-un. In un anno ha eliminato i consiglieri riformisti, assassinato avversari e parenti, umiliato Pechino e minacciato di bombardamenti atomici Tokyo, Seul e Washington. Pyongyang è dunque la cellula impazzita di un organismo in crisi, consapevole di dover un giorno affrontare diviso l’implosione del regime del Nord, eredità irrisolta della Guerra Fredda e nuova frontiera del confronto Cina-Usa. Mentre Barack Obama in aprile volerà a Tokyo, Pechino e Seul, il mondo teme così che l’Asia 2014 riproduca l’Europa 1914: analogie tra leader, economie, radicalismi, crisi, rivincite, tramonti, nazionalismi, corse alle armi, rancori alimentati dalle propagande. La speranza è di non trovarsi alla vigilia della nuova «grande guerra del secolo»: certo è che in Oriente la pace non guadagna terreno e che anche l’Occidente ormai pare rassegnato al massimo ad una «gestione sostenibile e presentabile di conflitti cronici e strategici».
Pubblicato da materialismostorico alle 21:04

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Nietzsche profeta e artista decadente? Oppure filosofo-guerriero del darwinismo pangermanista? O forse teorico di un socialismo "spirituale" che fonde in un solo fronte destra e sinistra e prepara la rivincita della Germania?
Nella lettura di Arthur Moeller van den Bruck la genesi della Rivoluzione conservatrice e uno sguardo sul destino dell'Europa.

È la stessa cosa leggere Nietzsche quando è ancora vivo il ricordo della Comune di Parigi e i socialisti avanzano dappertutto minacciosi e leggerlo qualche anno dopo, quando la lotta di classe interna cede il passo al conflitto tra la Germania e le grandi potenze continentali? Ed è la stessa cosa leggerlo dopo la Prima guerra mondiale, quando una sconfitta disastrosa e la fine della monarchia hanno mostrato quanto fosse fragile l’unità del popolo tedesco?
Arthur Moeller van den Bruck è il padre della Rivoluzione conservatrice e ha anticipato autori come Spengler, Heidegger e Jünger. Nel suo sguardo, il Nietzsche artista e profeta che tramonta assieme all’Ottocento rinasce alla svolta del secolo nei panni del filosofo-guerriero di una nuova Germania darwinista; per poi, agli esordi della Repubblica di Weimar, diventare l’improbabile teorico di un socialismo spirituale che deve integrare la classe operaia e preparare la rivincita, futuro cavallo di battaglia del nazismo.
Tre diverse letture di Nietzsche emergono da tre diversi momenti della storia europea. E sollecitano un salto evolutivo del liberalismo conservatore: dalla reazione aristocratica tardo-ottocentesca contro la democrazia sino alla Rivoluzione conservatrice, con la sua pretesa di fondere destra e sinistra e di padroneggiare in chiave reazionaria la modernità e le masse, il progresso e la tecnica.

In appendice la prima traduzione italiana dei quattro saggi di Arthur Moeller van den Bruck su Nietzsche.

Il simulacro della democrazia italiana
La recensione di Damiano Palano a "Democrazia Cercasi"

Heidegger il cambiavalute dell'essere




Intervento al convegno di Urbino "I poveri, la povertà", 4 dicembre 2014

S.G. Azzarà, Democrazia cercasi, Imprimatur Editore, pp. 363, euro 16: in libreria e in e-book

S.G. Azzarà, Democrazia cercasi, Imprimatur Editore, pp. 363, euro 16: in libreria e in e-book
www.democraziacercasi.blogspot.it Possiamo ancora parlare di democrazia in Italia? Mutamenti imponenti hanno svuotato gli strumenti della partecipazione popolare, favorendo una forma neobonapartistica e ipermediatica di potere carismatico e spingendo molti cittadini nel limbo dell’astensionismo o nell’imbuto di una protesta rabbiosa e inefficace. Al tempo stesso, in nome dell’emergenza economica permanente e della governabilità, gli spazi di riflessione pubblica e confronto sono stati sacrificati al primato di un decisionismo improvvisato. Dietro questi cambiamenti c’è però un più corposo processo materiale che dalla fine degli anni Settanta ha minato le fondamenta stesse della democrazia: il riequilibrio dei rapporti di forza tra le classi sociali, che nel dopoguerra aveva consentito la costruzione del Welfare, ha lasciato il campo ad una riscossa dei ceti proprietari che nel nostro paese come in tutto l’Occidente ha portato ad una redistribuzione verso l’alto della ricchezza nazionale, alla frantumazione e precarizzione del lavoro, allo smantellamento dei diritti economici e sociali dei più deboli. Intanto, nell’alveo del neoliberalismo trionfante, si diffondeva un clima culturale dai tratti marcatamente individualistici e competitivi. Mentre dalle arti figurative alla filosofia, dalla storia alle scienze umane, il postmodernismo dilagava, delegittimando i fondamenti e i valori della modernità – la ragione, l’eguaglianza, la trasformazione del reale… - e rendendo impraticabile ogni progetto di emancipazione consapevole, collettiva e organizzata. É stata la sinistra, e non Berlusconi, il principale agente responsabile di questa devastazione. Schiantata dalla caduta del Muro di Berlino assieme alle classi popolari, non è riuscita a rinnovarsi salvaguardando i propri ideali e si è fatta sempre più simile alla destra, assorbendone programmi e stile di governo fino a sostituirsi oggi integralmente ad essa. Per ricostruire una sinistra autentica, per riconquistare la democrazia e ripristinare le condizioni di una vasta mediazione sociale, dovremo smettere di limitare il nostro orizzonte concettuale alla mera riduzione del danno e riscoprire il conflitto. Nata per formalizzare la lotta di classe, infatti, senza questa lotta la democrazia muore.

Emiliano Alessandroni: Ideologia e strutture letterarie, Aracne Editrice

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Stefano G. Azzarà: L'humanité commune, éditions Delga, Paris

Stefano G. Azzarà: L'humanité commune, éditions Delga, Paris
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Seconda edizione 2013

Seconda edizione 2013
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In libreria

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Stefano G. Azzarà: L'imperialismo dei diritti universali. Arthur Moeller van den Bruck, la Rivoluzione conservatrice e il destino dell'Europa, con la prima traduzione italiana de "Il diritto dei popoli giovani", di A. Moeller van den Bruck, La Città del Sole, Napoli 2011

Dialettica, storia e conflitto. Il proprio tempo appreso nel pensiero

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Presentazione della Festschrift in onore di Domenico Losurdo - VII Congresso della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx, Urbino, 18-20 novembre 2011

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