
Enrico Testa:
L’italiano nascosto. Una storia
linguistica e culturale, Einaudi, pp. 292, 20
Risvolto
L'interpretazione della storia dell'italiano si è a lungo fondata sulla cesura
tra lingua letteraria e dialetti: da un lato raffinati cesellatori della
pagina, dall'altro una schiera di rozzi interpreti degli idiomi locali.
Utilizzando studi recenti e commentando numerosi documenti, anche
inediti o rari, questo libro di Enrico Testa propone una visione radicalmente
diversa e prospetta l'esistenza, nel corso dei secoli, di una terza
componente: un italiano di comunicazione dalla vita nascosta, privo
di ambizioni estetiche ma utile a farsi capire. Uno strumento linguistico
spesso trasandato che, basato su una forte stabilità di strutture
e su un'identità di lunga durata, ha permesso, sotto la spinta di bisogni
primari, il concreto definirsi di rapporti tra scriventi (e parlanti) di
luoghi e statuti sociali diversi.
Italiano usato
Scrausi contro letterati
Un ampio studio di Enrico Testa dimostra che dal Cinquecento è esistito un italiano semplice che consentiva la comunicazione tra classi sociali e zone diverse del Paese
di Giuseppe Antonelli Il Sole Domenica 2.2.14
Bellezze Ursini viveva a Collevecchio, un piccolo centro della Sabina tra Roma e Rieti, e al suo lavoro di domestica alternava ogni tanto quello di guaritrice: un'attività mal vista, per cui nel 1527 (o forse 1528) si ritrovò a essere processata con l'accusa di stregoneria. Stremata dalle torture, finì per scrivere una confessione autografa in cui – sperando nel perdono – riconosceva tutte le colpe che le erano state attribuite. Non servì a niente: prima di finire sul rogo, Bellezze preferì suicidarsi in carcere.
Quelle otto paginette scritte da una mano molto incerta ci dicono oggi che nella campagna romana poteva esserci, agli inizi del Cinquecento, una donna – una popolana – in grado di scrivere. E qualcosa in più ci dice la trascrizione ufficiale che delle sue parole fece il notaio Luca Antonio, rimaneggiando i fatti che non collimavano perfettamente con le accuse e intervenendo sistematicamente sulla veste linguistica, come per rendere conforme ogni aspetto della confessione a una norma superiore (o almeno provarci). Lei scrive «io aio qumenzato a scioiere lu sacco» (a vuotare il sacco, a confessare tutto) «de che semo vetate dale nostre patrone, e nollo possemo dire se non a chi imparamo» (non possiamo rivelarlo se non a quelle a cui insegniamo l'arte della stregoneria). Lui corregge: «io ho comenziato ad sciogliere el sacco, benché siamo vetate dalle nostre patrone, che non lo habiamo mai a dire, se non ad chi el volesse inparare».
Si trova qui perfettamente simboleggiato – anzi, è proprio il caso di dire: incarnato – quel confronto/scontro tra due mondi sociali e culturali di cui la lingua è al tempo stesso spia e strumento. Nell'ampio e acuto studio di Enrico Testa dedicato all'Italiano nascosto, l'attenzione si appunta sul livello basso: quello che viene definito (riprendendo le parole di un personaggio di Landolfi) "italiano pidocchiale". "Italiano scrauso", potremmo anche chiamarlo, facendo leva su un aggettivo che – usato da Bellezze nella sua confessione («non poi intrare in questa arte si sì scrausa, senza stuteza e bona parlatura») – riemergerà alla fine del Novecento nel gergo dei tossicodipendenti romani (di "robba scrausa" si parla in Amore tossico, film di Claudio Caligari), come a segnalare una sotterranea continuità nella lingua degli emarginati.
Ma nel suo libro Testa si serve anche di altre definizioni. Quella che i linguisti usano più spesso è "italiano popolare", definizione che – applicata ai secoli precedenti al Cinquecento – risulterebbe quasi ridondante. All'epoca, infatti, la lingua parlata al posto del latino non si definiva ancora italiano, ma volgare: cioè appunto «lingua del volgo, del popolo». Certo: accanto al volgare per dir così popolare, si sviluppa per tempo un volgare nobilitato da un raffinatissimo uso letterario. Ciò non toglie che una vasta mole di scritture tre-quattrocentesche sia opera di illetterati alfabetizzati, ovvero – dato che litterae indicava per antonomasia il latino – persone che non conoscevano il latino, ma nondimeno – dotate di una cultura prevalentemente pratica – intrattenevano con la scrittura un rapporto quotidiano e disinibito (il caso limite potrebbe essere l'omo sanza lettere Leonardo da Vinci). Basta pensare ai mercanti, con la loro fittissima produzione di epistole, libri di conto, ricordi: il solo archivio del mercante pratese Francesco Datini contiene circa 125mila missive, e lui stesso (soprannominato dai contemporanei "il ricco") era un epistolografo instancabile: «ò anchora a schrivere a Simone e a Tomaxo di ser Giovanni: e pure si vorebe un pocho dormire».
Poi vennero la diffusione della stampa e soprattutto la codificazione grammaticale della lingua letteraria, con la contrapposizione sempre più netta tra letterati e ignoranti, tra scrivere bene e scrivere male: «differentemente dai secoli precedenti, in cui la situazione si presentava ancora fluida e variamente polimorfica, ora l'affermarsi di una regola meglio consente la riconoscibilità di quanto eccede da essa». Quell'ora comincia nel 1525, con la pubblicazione delle Prose della volgar lingua dell'umanista veneziano Pietro Bembo. Il quale, rigidissimo nel prescrivere forme riconducibili al modello di Petrarca e di Boccaccio (e tendenzialmente coerente con queste indicazioni nel suo uso letterario), scrivendo ad amici e familiari si lasciava andare – anche lui – a vocaboli e costrutti meno togati, persino a usi impregnati di dialettalità: zoè per "cioè", disono per "dicono" o bisognerìa mi mandasti per "bisognerebbe che mi mandassi".
Pur non mancando di notare le grandi differenze, Testa sottolinea gli elementi in comune fra gli usi informali dei letterati e le scritture dei semicolti; riconduce queste ultime a quelle "officine d'italiano" che erano spesso conventi e monasteri e indaga quei libri – romanzi, testi religiosi, grammatiche popolari – di cui la scrittura degli illetterati si nutriva. Uniti alle testimonianze di un "italiano d'oltremare" che nei secoli XVI e XVII fu usato a lungo nel bacino del Mediterraneo come lingua di comunicazione tra non italiani, questi capitoli contribuiscono a mostrare in maniera convincente come «sia esistito, almeno a partire dal Cinquecento, un tipo di italiano che consentiva la comunicazione, scritta e parlata, tra individui appartenenti a diverse classi sociali e provenienti da diverse zone del paese». Un "italiano semplice", per usare un'altra delle definizioni con cui Testa identifica quest'area condivisa, punto d'incontro – non va mai dimenticato – tra il chinarsi verso il basso di alcuni e il sollevarsi sulle punte di altri per i quali l'italiano è sempre stato difficile. A confermarlo, in epoca postunitaria, lo sforzo di chi – per accedere al diritto di voto – doveva dimostrare un certo livello di competenza linguistica. Il tema per l'ammissione alle liste elettorali assegnato nel 1899 a Borgocollefegato (oggi Borgorose) nell'alto Lazio era: «Un vostro amico vi ha invitato a pranzo: gli rispondete che non potete andarci perché vostro padre è malato e non potete lasciarlo solo». Fracassi Emilio provò a cominciare così: «Stimatissimo à mico mi ài vitato a pranzo gli rispondete che non potete andarci, per che mio patre sta è malato e non potete la sciarlo solo». Il voto fu 5/10 e anche lui, come tanti altri, si ritrovò escluso dai diritti politici. L'italiano non è mai stato uguale per tutti.
Italiano, la lingua di mezzo
Fin dal ‘500 esisteva una comunicazione d’uso pratico capace di unire le classi sociali e superare i dialetti locali
di Paolo Di Stefano Corriere 26.1.14
Tra
storia romanzo e poesia Enrico Testa insegna Storia della lingua
italiana all’università di Genova. Il suo ultimo volume è «L’italiano
nascosto. Una storia linguistica e culturale» (Einaudi, pp. 292, 20). Da
Einaudi ha pubblicato anche: «Eroi
e figuranti. Il personaggio nel romanzo», l’antologia «Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000», e proprie raccolte di poesia.
La
storia della lingua italiana, di solito, viene raccontata come la
persistenza di una polarità tra lingua scritta, colta, letteraria da una
parte e ricca varietà orale di dialetti dall’altra. Per un grande
studioso come Carlo Dionisotti la letteratura è stata «il più forte
elemento unitario»: l’italiano sarebbe stato per secoli una lingua,
unicamente scritta e posseduta da pochi, pressoché impermeabile alla
«selva» degli idiomi locali. Secondo l’idea più diffusa, l’avvenuta
unificazione politica non era ancora unificazione linguistica, cui
avrebbero contribuito numerosi fenomeni, tra cui la scolarizzazione, la
crescita dell’industria e la conseguente migrazione interna, la
diffusione della stampa e infine la forza attrattiva della televisione. È
la tesi di tanti, tra cui Tullio De Mauro. Ma da qualche tempo si fa
strada un’idea diversa, più sfumata e meno bipolare.
L’italiano
nascosto , il nuovo libro di Enrico Testa (Einaudi) interpreta questa
visione nuova e la illustra con l’avallo di numerosi documenti, alcuni
dei quali rari o inediti. «Il libro — dice Testa, docente di Storia
della lingua all’Università di Genova, oltre che poeta di valore —
propone un’interpretazione delle vicende dell’italiano completamente
diversa da quella canonica che vedeva in epoca preunitaria una
bipartizione tra letterati e rozzi parlanti dialettali. È impossibile
non pensare che esistesse, nel corso dei secoli, una lingua intermedia
d’uso pratico che permettesse una comunicazione tra scriventi e parlanti
di luoghi e strati sociali differenti». È ciò che sosteneva Ugo Foscolo
quando ipotizzava l’esistenza di una lingua comune, «corrente e
vivissima in tutte le provincie intesa da Torino sino a Napoli,
scorretta, deforme, ed era anche un po’ letteraria»: una «lingua
d’espediente», suggerita dai bisogni primari quotidiani, «diversa in
tutto da’ dialetti provinciali e municipali, e che serba alcune qualità
bastarde di tutti». Insomma, un terzo polo: un italiano capace di
stabilire contatti e scambi orizzontali tra le regioni e verticali tra i
livelli sociali. Di questa varietà di mezzo, che Tommaso Landolfi
chiamò «italiano pidocchiale», Testa va alla ricerca risalendo al
Cinquecento.
«È un italiano che per secoli ha una forte resistenza:
ci sono alcune strutture-base di lunga durata che corrono come un filo
nascosto e risalgono alla prosa del Duecento». Urgenza comunicativa e
«passione di dirsi», secondo la definizione di Claude Hagège, spingono
anche la grande massa dei semicolti, né analfabeti totali né arcadi, a
prendere in mano la penna. Ai semicolti si deve quell’opera di messa di
commistione tra oralità e scrittura che produce una lingua a metà strada
tra l’italiano normativo e il dialetto. «È interessante chiedersi come
si rivolgevano i semicolti alle autorità per superare la distanza
intellettuale e fisica. Impossibile pensare a una netta paratia che
divida la letteratura alta e le classi popolari. Abbiamo testimonianze
di ciabattini che recitano Dante e di gondolieri che cantano le arie di
Metastasio…». Si aprono altri interrogativi, socioculturali: «Che
letture facevano i semicolti per impadronirsi di quel minimo di italiano
utile alla comunicazione pratica e su che libri soddisfacevano le loro
esigenze intellettuali e artistiche?». Con l’espressione «libri per
leggere» si definiscono quelle opere, per lo più di paraletteratura,
molto diffuse a livello popolare (equivalenti ai tanti titoli che oggi
affollano le classifiche): libri devozionali, romanzi d’avventura,
d’armi e d’amore, cronache, leggende, libri di viaggio eccetera. Testa
ricorda la lista di undici titoli in volgare fornita dal mugnaio
friulano Menocchio durante il processo che nel 1601 gli costò la
condanna a morte per eresia: dal Decameron non purgato al Fioretto della
Bibbia . Lo studio di Testa chiama a raccolta streghe e servitori,
mezzadri, pescivendoli, mercanti, parroci, catechisti, maestri di
strada, briganti e soldati, monaci: personaggi che portano alla penna (e
probabilmente sulle labbra) un italiano capace di farsi capire ovunque
ben prima che comparisse sulla scena Mike Bongiorno, assunto troppo
spesso come fascinoso tramite dell’italianizzazione, con il maestro
Manzi e le canzoni di Sanremo.
«D’altra parte — continua Testa — che
strumenti linguistici usavano, per esempio, le autorità religiose per
trasmettere princìpi e ammaestramenti ai semplici?». È emblematica la
figura di Alfonso Maria de Liguori, fondatore, nel Settecento,
dell’ordine dei Redentoristi nel Regno di Napoli, i cui «brevi
avvertimenti» e schemi predicatòriȋ erano destinati all’apprendimento
dell’italiano dei suoi allievi, con l’invito a mitigare gli eccessi
retorici della lingua della predica, adottando moduli più semplici e
sintatticamente franti in direzione comunicativa. E i grandi letterati, i
prìncipi della cultura classicistica, i notai, gli avvocati, i
religiosi come si rivolgevano ai loro servitori? Un esempio è quello di
Baldassar Castiglione, esponente autorevole della diplomazia tra Chiesa,
Mantova e Urbino in epoca rinascimentale. Guardando al retroscena del
laboratorio di scrittura privato, per esempio nelle lettere di carattere
più domestico e familiare, si nota lo sforzo di adattamento al livello
linguistico del destinatario. Quando scrive al suo fattore, il rustico
Cristoforo Tirabosco, il Castiglione mostra di presupporre un terreno
comune di comprensione e una competenza almeno passiva
dell’interlocutore. Una dinamica analoga a quella che legava Vittorio
Alfieri con il suo fedele servitore Francesco Elia, autore di un
gruppetto di lettere che dimostrano una discreta familiarità con la
scrittura, oltre a una «intelligente perspicacia e sottilissima
avvedutezza», come segnalò Lanfranco Caretti.
«È difficile pensare —
dice Testa — che questo tipo di lingua non venisse utilizzato anche
oralmente, quando si incontravano tra loro personaggi di diversa
estrazione culturale o di diversa provenienza geografica. Il caso più
clamoroso è quello dei frati itineranti o dei maestri irregolari che,
pur conoscendo un solo dialetto, riuscivano a stabilire contatti con
uditori linguisticamente distanti o si muovevano per insegnare l’abaco e
i rudimenti della lingua». La dimensione orale rimane comunque
necessariamente più oscura. «Per l'oralità, non avendo documentazione, è
chiaro che dobbiamo affidarci a una sorta di procedimento indiziario,
ma si può facilmente immaginare un panorama analogo a quello della
lingua scritta. L’italiano ”pidocchiale” o d’espediente ha sempre una
forte componente locale, soprattutto sul piano fonetico e lessicale,
però al di sotto si scopre una condivisione sintattica e morfologica e
una resistente continuità diacronica». Ci sono luoghi deputati in cui
questo italiano «pidocchiale» viene coltivato più che altrove: officine,
laboratori, botteghe, confraternite che utilizzavano l’italiano per
statuti e verbali, monasteri femminili in cui le pratiche religiose si
sposavano con l’apprendimento della lingua. «Paradossalmente, — ricorda
Testa — persino il brigantaggio nell’Ottocento ha finito per diffondere
l’italiano, perché anche per scrivere le lettere di riscatto a un ricco
possidente bisognava farsi capire».
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