domenica 2 marzo 2014

A Salvadori piace Bobbio, ma anche Renzi, ma anche chiunque comandi il PD. Non gli piace invece Putin

Il livello di falsa coscienza complessiva del prof. Salvadori si può vedere nell'intervento sull'Ucraina: non una parola sul golpe Nato [SGA].

Norberto Bobbio (1909-2004)

Una bussola per la sinistra
di Massimo Salvadori Il Sole Domenica 2.3.14

Il testo che segue è uno stralcio dell'introduzione di Massimo Salvadori al volume di Norberto Bobbio «Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica. Edizione del Ventennale», Donzelli, Roma, pagg. 208, € 19,50

Nel 1996, dopo la vittoria dell'Ulivo guidato da Romano Prodi di cui il Partito democratico della sinistra costituiva il nerbo, Norberto Bobbio fece una dichiarazione che, a chi non conoscesse la biografia intellettuale e politica del filosofo torinese – ormai da tempo assurto in Italia alla posizione di un ascoltatissimo maître à penser, che ricordava quella di Benedetto Croce nella prima metà del secolo – poteva a prima vista apparire sconcertante e contraddittoria da parte di chi, come lui, era stato e continuava a essere un maestro di liberalismo e uno studioso e grande ammiratore del giovane Piero Gobetti, il quale nel 1924 aveva alzato la bandiera della «rivoluzione liberale». In questa dichiarazione – con riferimento al fatto che l'ex comunista Massimo D'Alema, allora segretario del Pds, aveva auspicato che in Italia avesse luogo, finalmente, una rivoluzione liberale – Bobbio, nell'esprimere soddisfazione per la vittoria dello schieramento antiberlusconiano ma avendo in mente come proprio Berlusconi nel 1994 avesse espresso l'intenzione di voler cambiare alla radice il paese attuando una rivoluzione liberale, affermava: «Avrei però preferito che un grande partito di sinistra, invece di lasciarsi sedurre dalla riproposizione della "rivoluzione liberale", quando tutti erano diventati liberali e naturalmente in primo luogo gli avversari, risollevasse la bandiera della "giustizia sociale", che era sempre stata quella sotto la quale avevano percorso una lunga strada milioni e milioni di uomini e donne che avevano fatto la storia del socialismo. Se dovessi proporre un tema di discussione per la sinistra, oggi, proporrei il tema attualissimo, arduo ma affascinante, della "giusta società". Continuo a preferire la severa giustizia alla generosa solidarietà».
Quella di Bobbio suonava come una esortazione alla sinistra italiana a non interrompere il legame con la storia del socialismo, a riprendere quindi un cammino, nella consapevolezza che il compito fosse, appunto, reso «arduo» da un vento che spirava fortemente ostile a chi volesse continuare a mettere al centro il tema della «giusta società»: una esortazione che, insieme a un incoraggiamento, conteneva un rimprovero alle forze che, mentre continuavano a proclamarsi di sinistra, lasciavano cadere la sostanza, l'unica sostanza, che giustificava e rendeva tale quest'ultima. Bobbio scrisse le parole sopra ricordate nel 1996. Era evidente la continuità con l'ordine di pensieri espressi due anni prima in uno dei saggi più fortunati della sua produzione, che ottenne un enorme successo e tra il 1994 e il 2004 ebbe quattro edizioni: Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica.
Quando pubblicò la prima edizione del saggio, il filosofo torinese si poneva decisamente controcorrente in un duplice senso: nei confronti non solo delle tendenze neoliberiste – le quali, sentendosi trionfanti, proclamavano, ripetendo a loro vantaggio, sulla favorevole onda gonfiante creata sia dal crollo dell'impero sovietico sia dall'arretramento della socialdemocrazia, il Leitmotiv in passato tanto abusato dai comunisti che la storia aveva dato loro ragione – ma anche di tanti ex e post comunisti italiani e non solo italiani che, alla ricerca di una via di uscita dallo sbandamento in cui erano caduti, sostenevano che occorresse ormai andare al di là dei concetti di destra e sinistra, al di là delle esperienze storiche del comunismo e della socialdemocrazia, realizzando una nuova sintesi, oppure, nel caso tenessero nonostante tutto fede alla loro collocazione di provenienza, barcollavano incapaci di darsi un baricentro credibile ed efficace. Destra e sinistra fu il tentativo di chiamare a raccolta, con le armi proprie di un intellettuale, una sinistra che stava perdendo la bussola, quando non l'aveva decisamente perduta.



Lo storico Massimo Salvadori: «Memoria, appartenenza etnica, interessi geopolitici un mix pericoloso con implicazioni che vanno ben oltre la Crimea»
«Dietro la crisi, il sogno di un grande Stato nazionale»
intervista di Umberto De Giovannangeli l’Unità 2.3.14

«Da quando è salito al potere, Vladimir Putin ha costantemente perseguito, fin qui con successo, l’obiettivo di dar vita ad uno Stato nazionale russo, che è tutt’altra cosa da ciò che è stata l’Unione sovietica. Gli eventi che investono drammaticamente la Crimea non sono estranei a questo disegno. Con un’avvertenza, però: quanti, anche in Europa, parlano dei diritti dei cittadini ucraini, non possono dimenticare o mettere tra parentesi il fatto che non solo in Crimea ma anche in Ucraina esiste una cospicua parte della popolazione russa, la quale non ha nessuna intenzione di accettare una Ucraina unitaria in senso occidentale, e al limite parte dell’Unione europea». A sostenerlo è uno dei più autorevoli storici italiani: il professor Massimo Salvadori.
La «guerra di Crimea», la «battaglia di Sebastopoli». Sembravano pagine, tragiche, consegnate ai libri di storia. Invece, la storia sembra ripetersi. È così?
«La storia non si ripete mai propriamente ma lascia eredità che condizionano in maniera molto significativa il presente di vari Paesi. Una considerazione che sembra trovare conferma in quello che sta avvenendo oggi in Crimea, nel quadro della gravissima crisi in cui è precipitata l’Ucraina. E qui la storia può darci una mano». In che senso, professor Salvadori? «Per cercare di capire il presente vi sono, a mio avviso, due fatti da cui non si può prescindere; il primo, è che la Crimea è stata unita all’Ucraina nel 1954 da Kruscev, e che il Paese è diviso da una profondissima diversità etnica, perché quasi il 60% della popolazione ucraina è composta da russi e solo il 25% da ucraina, e il restante 15% da altre minoranze. Di fronte alla minaccia di scissione dell’Ucraina, la Crimea, che oltre tutto è una repubblica autonoma, risente profondamente del rapporto con la Russia, e la popolazione russa in Crimea chiede protezione a Putin. Ma non si tratta soltanto della presenza di una maggioranza di popolazione russa. Nel leggere le mosse del leader del Cremlino va tenuto conto anche del fatto che Mosca ha interessi talmente importanti nella regione, si pensi soltanto alla presenza della sua flotta del Mar Nero, tali da fare della Crimea un fronte strategica, un bastione irrinunciabile. Per non parlare poi della partita del gas che si gioca in quell’area».
E l’Europa? Quale ruolo dovrebbe giocare in questa drammatica vicenda?
«L’Europa dovrebbe giocare un ruolo importante, perché l’Ucraina è una zona di rilievo strategico non solo per la Federazione Russa e gli Stati Uniti ma per l’Unione stessa. Il punto è che quando scoppiano crisi di questa rilevanza, l’Ue torna a manifestare una cronica debolezza per il fatto di non avere una politica estera comune degna di questo nome. Di conseguenza, non si può dubitare che i due soggetti che pesano e peseranno maggiormente nella crisi ucraina, sono e saranno Mosca e Washington».
All’inizio della nostra conversazione, lei ha fatto riferimento al disegno di Putin di fondare la potenza dello Stato nazionale russo...
«Non v’è dubbio che la popolazione russa dell’Ucraina sia attratta dal richiamo del progetto putiniano. D’altro canto, va ricordato che di fronte alla parte di popolazione di origine russa che vive in Ucraina, sta un’altra componente della popolazione che è tradizionalmente ostile alla dominazione e all’influenza della Russia. Basti menzionare il fatto che durante la Seconda guerra mondiale, moltissimi ucraini accolsero i nazisti, in un primo momento, come liberatori dalla tirannide sovietica, salvo poi mutare atteggiamento di fronte alla schiavizzazione loro imposta dai conquistatori che consideravano quella ucraina una popolazione inferiore destinata al servaggio agrario. Da questo punto di vista, memoria storica, appartenenza etnica, interessi geopolitici compongono un mix altamente pericoloso con implicazioni che vanno ben oltre la Crimea».
Siamo dunque di fronte a un vicolo cieco.
«Indubbiamente siamo di fronte a una situazione carica di contrasti esplosivi, che pone tanto la Russia quanto gli Stati Uniti e l’Unione europea di fronte a compiti di estrema difficoltà che rendono fortemente ipotizzabile che l’Ucraina possa andare incontro a una divisione territoriale e politica che pure nessuno dice, pubblicamente, di volere».

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