Cesare Segre, il critico a caccia di verità nel bosco della letteratura
Il grande filologo è morto ieri a Milano. Curò l'edizione critica dell'"Orlando furioso" e della "Chanson de Roland". Era stato appena pubblicato il Meridiano con i suoi scritti
di PAOLO MAURI Repubblica on line
UNA EFFERVESCENZA STRUTTURALE
Remo Ceserani 187 18-03-2014 il manifesto 10
Segre, genio timido della filologia
Il precoce apprendistato, lo sguardo da pioniere
di Paolo Di Stefano Corriere on line
Sperimentò le persecuzioni e non scelse la torre d’avorio
di Corrado Stajano Corriere 17.3.14
Cesare Segre, il custode del testo che amava curiosare nel passato
La filologia contro il decostruzionismo, che è dissoluzione del saperedi Pier Vincenzo Melgaldo Corriere 11.4.14
La scomparsa di Cesare Segre è stata un colpo durissimo per la civiltà italiana (o quel che ne rimane), e lo è stato per i suoi amici, che sapevano apprezzare la sua finezza d’animo e la sua generosità sotto la scorza della timidezza e del riserbo, e diciamo pure di una scarsa fiducia nel genere umano che non poteva non venirgli dalla sua giovinezza di ebreo perseguitato dai nazifascisti e rifugiato, sempre nel timore che coloro arrivassero per assassinarlo (di questo egli ha toccato nella sua autobiografia, Per curiosità ). Con lui se n’è andato l’ultimo grande maestro delle discipline umanistiche, tanto più tale in quanto aveva sempre saputo accostare e anzi fondere perizia filologica (probabilmente unica), capacità critico-saggistiche e di teorico: il tutto rifinito da una scrittura elegantemente sobria ed essenziale, senza bolle (e infatti ammirata da un uomo come Giulio Einaudi); in mia presenza un giorno Cesare disse che rivedeva ogni suo scritto sei volte: ecco da cosa ne derivava la proverbiale asciuttezza.
La pubblicazione del «Meridiano» a lui dedicato (Cesare Segre, Opera critica, a cura di Alberto Conte e Andrea Mirabile, con un saggio introduttivo di Gianluigi Beccaria, Mondadori), che fece meno tristi i suoi ultimi giorni, mi rallegra anzitutto per una ragione generale: perché è dedicato a uno studioso, iniziativa che se non sbaglio ha preso l’avvio una quarantina d’anni fa col volume di saggi di Roberto Longhi (e curato da Contini) ed è proseguita con altri studiosi, ma non senza lacune (difficile a giustificarsi, mi si lasci dire, quella dello stesso Contini). Ricordo questo per ribadire la mia convinzione che scrittura, invenzione, pensiero di un grande critico non siano di rango e natura inferiori a quelli di un narratore di vaglia. E che meritino, come certo è il caso di Segre, di essere studiati e ristudiati con attenzione.
Se mi chiedessero qual era la caratteristica principale della mens segrina, non so se risponderei come tanti altri e abbastanza ovviamente: la logica imperterrita. Tanto più che per esempio a me pare di cogliere nei suoi procedimenti logici certamente un uso costante delle nette opposizioni binarie ma nello stesso tempo la volontà e capacità di sfumarle, vale a dire arricchirle. Se mi chiedessero dunque quanto appena detto, io non avrei difficoltà a rispondere: la qualità principale di Cesare era la curiosità, madre di tutte le doti intellettuali. Come è ben noto, è questa curiosità quasi senza limiti che lo ha fatto uscire presto dai confini medioevistici della sua disciplina, la filologia romanza, verso, che so, Shakespeare, Kafka, Beckett, Gombrowicz ecc., e dalla narrativa e dalla lirica al teatro, dai mondi presenti ai mondi alternativi e possibili; e stando solo all’italianistica, ecco che Cesare fin dagli anni giovanili ha esplorato non solo la letteratura nella lingua nazionale, ma anche quella nei vari dialetti, da Giotti a Belli a Meneghello al recente Cecchinel. Fuori del Medioevo sono poi alcuni dei saggi che non solo a me paiono tra i suoi più brillanti e originali; quelli sul Don Chisciotte, su Machado, su García Márquez.
Ma la curiosità, a mio avviso, non è solo attrazione per il nuovo, il diverso, l’immaginario nelle più varie direzioni, è anche consapevolezza che non ci si può arrestare ai dati più appariscenti di un problema, ma occorre scavarne concomitanze e anche contraddizioni, e comunque, come dicevo, sfumarlo, arricchirlo. C’è una frase di Cesare che mi piace particolarmente (nel saggio Fra strutturalismo e semiologia, uno dei suoi basilari), ed è questa: «In realtà le cose sono molto più complesse»; e un’altra che mi piace ancora di più (da La natura del testo e la prassi ecdotica ): «Alla domanda “Che cosa costituisce un testo?”... non si dovrebbe rispondere con una definizione (“Il testo è costituito da...”), ma con una serie progressiva di restrizioni alla definizione più generale di enunciato». Cesare si caratterizza in questo libro anzitutto come un critico del testo, ma anche se procede spesso per coppie concettuali ospita una nozione estremamente ricca e complessa di testo, punto di fusione fra diverse spinte, compresa, perché no?, quella dell’autore biografico stesso; e così si batte contro l’idea di una scarsa comunicabilità dei testi medievali, anche perché spesso trasmessi oralmente: questi pure, non c’è dubbio per lui, sono effabili, la distanza da loro può e deve essere colmata (e del resto, la conoscenza non è sempre e solo conoscenza del diverso?). E qui mi azzardo a dire che forse la coscienza vigile della complessità del testo non è poi del tutto lontana dal senso della reversibilità del testo stesso. Ed ecco che anni fa Cesare ci ha regalato un delizioso volumetto di narrativa controfilologica (non saprei come chiamarla) dal titolo di Dieci prove di fantasia, che a me hanno fatto venire in mente un autore che gli dev’essere stato caro, Jean Améry o Hans Mayer, che ha riscritto M adame Bovary dal punto di vista del marito Charles.
Ma è anche vero che questo critico e teorico delle complessità e della sfumatura diventa aspramente polemico verso le concezioni critiche (e a monte concettuali) che gli appaiono irricevibili. Farò due casi: il primo, nel campo filologico-testuale, è la netta opposizione, sulla base di Lachmann, ma anche di Bédier, alla nozione (Guiette, Zumthor) di mouvance, cioè di tradizione testuale diffusa capricciosamente e irriducibile a schemi razionali. Il secondo caso, molto più pesante e che mi sorride ancor più, è lo smontaggio del decostruzionismo specie statunitense (ma prima già della narratologia e nouvelle critique francesi, che ai miei occhi sono il segno non della vitalità di quella grande cultura, ma della sua decadenza); verso il decostruzionismo Cesare ha parole insolitamente ma sacrosantamente dure. Anch’io credo che il decostruzionismo, nella sua fuga dal testo inteso come pretesto, e nella sua mancanza di umiltà, significhi né più né meno che la morte del testo e del suo necessario legame, che ci fa studiosi responsabili, con interpretazioni non arbitrarie. Non stento neppure a credere che in ultima analisi il decostruzionismo sia un risultato della globalizzazione, perché questa apparentemente ci rende tutti uguali o simili, in realtà è un spinta sottile ma potente alla dispersione e falsa libertà degli individui, incapaci ormai di dialogare fra loro e col mondo.
Ora vorrei seguire, grosso modo, le partizioni o riquadri entro cui Cesare ha distribuito la sua scelta di saggi, riassumendone sagacemente il senso in pagine introduttive intitolate «Ragioni di una scelta». Egli ha saggiamente evitato una distribuzione cronologica, ma ha distribuito i suoi contributi per temi: ha anche dichiarato di limitare gli interventi di critica testuale, la «nobile scienza» come la chiama, e tuttavia meno assimilabile dal lettore colto — e qui colpisce l’affinità con le prime righe dell’Introduzione alla filologia romanza di Auerbach dove si afferma che la forma di filologia considerata da molti «la più nobile e autentica» è «l’edizione critica dei testi». Ma bisogna dire che i capitoli di filologia testuale sono più frequenti nel libro di quanto l’introduzione farebbe credere. Il lupo non perde il vizio. Dall’antologia, Cesare ha escluso anche gli interventi di critica «militante», distinguendola da quella «vera e propria»; io però non sono così sicuro che la prima si distingua dall’altra per l’occasionalità, da parte del soggetto, e per l’up-to-date dell’oggetto; sarà piuttosto una questione d’accento, di rapporto col totale della propria personalità, com’era palpabilmente nel caso di Croce? Ma non voglio insistere, se non per notare che qualche intervento militante forse avrebbe arricchito l’ultimo riquadro rappresentato da un solo testo, Etica e letteratura, il cui nesso come sappiamo era da tempo particolarmente caro a Cesare. Tra l’altro per la questione ebraica, e allora si potrebbe rimpiangere l’assenza di pagine dell’autobiografia Per curiosità, se questa non fosse largamente rappresentata dalle ampie citazioni distribuite dai curatori nella «Cronologia»...
Con le parole dell’autore, la scelta di questo «Meridiano» è «una passeggiata nei territori della critica», con preferenza dunque, egli aggiunge, per la «parola del testo» rispetto a «quella della teoria», e ancora egli scrive: «Preferisco considerare quella riflessione [teorica] come una fase importante ma posta ormai, se non tra parentesi, almeno in secondo piano, a vantaggio dell’impegno critico». Verissimo, anche per chi seguiva quasi quotidianamente l’attività di Cesare; solo mi chiedo se non ci sia un rapporto con l’evidente crisi o svuotamento delle novità teoriche che si sono avuti più o meno negli ultimi tre decenni; e tuttavia per quanto lo riguarda personalmente era quasi impossibile un tempo distinguere affondi teorici e affondi critici, o per meglio dire quasi unica di lui era la capacità di risolvere i primi nei secondi. Magari ci si può chiedere come avrebbe difeso Bachtin, da lui sempre più seguito negli ultimi anni, dal robusto attacco mossogli da un altro maestro, Francesco Orlando, in un numero recente di «Allegoria». Ma è giusto che uno studioso di questo calibro ci lasci delle domande, come ci ha lasciato chissà quante certezze e stimoli per tutti noi, che ora lo rimpiangiamo e lo ringraziamo per il tanto che ha fatto a nostro beneficio.
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