lunedì 17 marzo 2014
Big Bang
E' la prima evidenza diretta dell'inflazione cosmica, una delle fasi cruciali dopo la nascita del cosmo. La scoperta - grazie a un telescopio posizionato al polo Sud - si basa sulla rivelazione indiretta di onde gravitazionali primordiali, condotta osservando la radiazione cosmica di fondo. Sono gli effetti della grande esplosione di 14 miliardi di anni fa
di MASSIMILIANO RAZZANO Repubblica on line
Le onde di Linde, una roba da Nobel
Storia di una scoperta che collega due diverse teorie sull’universo
Lo scienziato ha conciliato il Big Bang con il modello dell’inflazione cosmica riuscendo a rilevare le onde gravitazionali Dopo settant’anni di ricerca teorica abbiamo ora la prima conferma empirica
di Pietro Greco l’Unità 19.3.14
IERI L’ALTRO, LUNEDÌ, VERSO MEZZOGIORNO IL POSTINO HA BUSSATO UNA SOLA
VOLTA ALLA PORTA DI ANDREI LINDE, UN COSMOLOGO RUSSO DA ANNI IN FORZA
ALL’AMERICANA STANFORD UNIVERSITY. Lo scienziato ha aperto la porta e si
è visto recapitare una bottiglia di champagne. «Lo hai ordinato tu?»,
ha chiesto Linde a sua moglie. «No», la risposta. Il vino frizzante gli
era stato regalato dai suoi colleghi, per brindare alla prima conferma
empirica del modello dell’inflazione cosmica, venuta dal rilevamento
indiretto di onde gravitazionali realizzato dalla collaborazione di
Bicep2 (Background Imaging of Cosmic Extragalactic Polarization) e
annunciata lunedì scorso.
Pare che Andrei Linde abbia brindato di gusto. Perché quella teoria che
consente di conciliare la teoria del Big Bang con i fatti osservati è,
almeno in parte, sua. E se davvero l’osservazione è degna del Nobel, beh
a meritare il premio saranno anche i teorici che l’hanno prevista.
Ma andiamo con ordine. Per farlo, ci conviene tornare indietro nel
tempo. Fino all’inizio degli anni ’20 del secolo scorso, quando un altro
russo, il giovane matematico Alexander Friedmann, trova soluzioni
stabili alle equazioni cosmologiche che Einstein ha elaborato applicando
all’intero universo la sua giovane teoria della relatività generale.
Alcuni anni dopo, l’astrofisico americano Edwin Hubble «vede» che tutte
le galassie si stanno allontanando da noi a velocità proporzionale alla
distanza. Più sono lontane e più sono veloci. È allora, alla fine degli
anni ’20, che abbiamo scoperto di vivere in un universo in rapida
espansione. È allora che abbiamo scoperto di vivere in un universo
evolutivo.
Non è facile, tuttavia, spiegare il perché di questa folle corsa. Due
teorie si confrontano nell’immediato dopoguerra. Quella elaborata da un
altro russo emigrato in America, George Gamow: l’universo è nato, circa
14 miliardi di anni fa, dall’immane esplosione di una singolarità
iniziale, un punticino piccolissimo, densissimo e caldissimo in cui era
concentrato tutto il nostro universo. Che da allora si espande come un
palloncino, a velocità decrescente, raffreddandosi progressivamente.
L’inglese Fred Hoyle definisce questa ipotesi con sprezzante ironia: ma è
un Big Bang. Da quel momento la teoria di Gamow prende, per paradosso,
il nome che gli ha dato il suo avversario. Quando a Hoyle, insieme a
Thomas Gold e a Hermann Bondi, di teoria ne elabora un’altra. I tre non
amano l’idea di un inizio dello spazio e del tempo. Per di più a partire
da una singolarità ove ogni legge della fisica, compresa la relatività
di Einstein, viene meno. No, sostengono Hoyle, Gold e Bondi, non c’è
stato un inizio dei tempi. L’universo è sì dinamico, ma è sempre uguale a
se stesso, si trova in un eterno «stato stazionario»: si espande,
certo, ma perché al suo centro c’è una continua generazione di materia. I
fatti, anche in cosmologia, sono le osservazioni. E l’osservazione
decisiva è quella realizzata da Arno Penzias e Robert Wilson, nel 1963,
quando trovano una radiazione del corpo nero, fredda e omogenea, che
ricopre l’intera volta celeste. La radiazione è il fossile della grande
esplosione iniziale. È prevista dalla teoria di Gamow e non da quella di
Hoyle. E segna dunque il trionfo del modello del Big Bang. Che, resta
l’unico in grado di spiegare l’evoluzione dell'universo e diventa il
Modello Standard della cosmologia.
Ma, benché sia rimasto sulla scena,
anche il modello del Big Bang ha i suoi problemi. Dovrebbe essere un
universo curvo, molto curvo quello emerso dalla grande esplosione.
Proprio come un palloncino. Invece è incredibilmente piatto. Dovrebbe
essere pieno zeppo di monopoli, particelle prodotte nei primi istanti
dell’universo neonato. E, invece, non se ne trova uno. La singolarità
iniziale, poi, deve aver avuto dimensioni tale da non poter ospitare più
poche particelle elementari: da dove è sbucata fuori tutta la materia
di cui siamo fatti noi, le stelle, le galassie, gli ammassi di galassie?
E via enumerando tutta una serie di problemi mica da poco.
Ecco perché genera attenzione quella strana teoria dell’inflazione che
un altro russo Aleksej Starobinskij, dell’Istituto di fisica teoria
Landau di Mosca, tira fuori dal cappello nel 1979. Cerca di dimostrare,
quella teoria, che un istante dopo il Big Bang (10-36, ovvero un
miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo di miliardesimo, di
secondo) il piccolissimo neonato subisce una crescita rapidissima,
inflazionaria appunto, di volume, di materia ed energia. Due anni dopo
l’americano Alan Guth, riprendendo alcune idee sulle transizioni di fase
di Andrei Linde e di David Kirznits (ancora un russo), propone che la
crescita inflazionaria di volume e di materia sia avvenuta a densità di
energia costante. In un infinitesimo di secondo l’universo neonato, che
si è venuto a trovare in una fase instabile (sottoraffreddato, dicono i
fisici), ha subito uno sviluppo incredibile: passando da dimensioni
micro a dimensioni macro. Da una singolarità alle dimensioni di un
pallone di calcio. Dopo questo brevissimo ma decisivo istante,
l’espansione dell’universo è continuata a velocità decrescente, così
come prevede il Modello Standard di Gamow. Chi ha (chi avrebbe) pagato
il conto di questa straordinaria crescita? Beh, a pagare le spese della
fase inflattiva e creatrice, sarebbe stata l’energia potenziale cosmica.
Come una pallina che rotola dalla cima del monte giù, fino alla valle,
diventando una valanga, l’universo sarebbe passato da un massimo a un
minimo di energia potenziale, creando valanghe di materia. La teoria
dell’inflazione è elegante. Si aggiunge e non sostituisce quella,
classica, del Big Bang. Tuttavia ha un piccolo difetto. Non può essere
dimostrata. È a questo punto che, tra gli altri, interviene anche Andrei
Linde per sostenere che sì, un modo per dimostrare la realtà
dell’inflazione c’è. Basterebbe osservare le onde gravitazionali che,
secondo la relatività di Einstein, la crescita inflattiva avrebbe
creato. E che, come la radiazione di f ondo, dovrebbero riempire il
cosmo.
UNA CONQUISTA COLLETTIVA
Nel corso degli ultimi trent’anni la teoria ha subìto numerosi ritocchi.
È stata corroborata da numerose osservazioni. Specie quelle sulla
incredibile (ma non assoluta) omogeneità dell’universo bambino
realizzata del 1992 da George Smoot e dal satellite Cobe e riconfermata
dieci anni dopo a un livello più profondo dall’italiano Paolo de
Bernardis e dal pallone Boomerang.
Ma queste osservazioni erano compatibili con il modello dell’inflazione.
Consentivano di eliminare ipotesi alternative. Ma non erano la pistola
fumante. La prova provata che il modello di Starobinskij, Guthe Linde
fosse quello vero. Che l’universo avesse vissuto una fase di inflazione.
Orala cosmologia è una scienza non sperimentale. O, almeno, con
completamente. La storia dell’universo non può essere riprodotta in
laboratorio. Anche se, dopo essere emigrato negli Stati Uniti in quel
processo di «fuga dei cervelli» che investì la Russia e gli altri paese
eredi dell’Unione Sovietica, Linde ha provato a creare, proprio con Alan
Guth, un universo da laboratorio. Molte ed eleganti le ipotesi di
lavoro. Ma l’impresa non è riuscita.
Non restava dunque, per validare l’ipotesi dell’inflazione e dello
stesso modello del Big Bang, che attendere la scoperta delle onde
gravitazionali fossili. Rilevare il relitto di quell’esperimento unico
che è stata la nascita dell’universo. C’è voluta molta pazienza. Perché
la gravità è una forza debole, anche se agisce a grande distanza. E
difficilmente riuscirete a catturarle, le onde che produce, aveva
previsto Albert Einstein. Ora il momento sembra arrivato. E Alan Guth ha
potuto sollevare il suo calice con lo champagne.
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