mercoledì 19 marzo 2014
Guerra, democrazia, operazioni di polizia internazionale sulla "Rivista di Politica"
La strana filosofia della guerra pacifica
di Giovanni Belardelli Corriere 19.3.14
Una delle più straordinarie trasformazioni antropologiche avvenute nelle
società democratiche è senza dubbio quella che riguarda il loro modo di
considerare la guerra. Giudicata a lungo un elemento originario, e
perciò ineliminabile, della natura umana, la guerra è oggi vista come
una pratica obsoleta, almeno limitatamente al mondo occidentale. Questo
per alcune ragioni che sono esaminate in un’interessantissima sezione su
«Guerra e democrazia» della «Rivista di politica», diretta da
Alessandro Campi (editore Rubbettino).
Anzitutto vi si chiarisce che, da un punto di vista fattuale, la tesi
della fine o del declino della guerra può essere accolta soltanto in
parte.
È vero che dopo il 1945 la capacità distruttiva delle armi nucleari ha
mutato il calcolo costi-benefici di un conflitto armato, contribuendo
così a garantire all’Europa una lunga pace.
È vero anche che la rivoluzione legata alla caduta del Muro e la
transizione al sistema post-bipolare sono avvenute in modo pacifico.
Tuttavia, osserva nel suo saggio Valter Coralluzzo, ad essere diventata
obsoleta non è tanto la guerra in sé, quanto le cosiddette major wars , i
conflitti tra grandi potenze. A questo proposito è stato calcolato che
dal 1989 al 2011 si sono verificati ben 137 conflitti armati, dei quali
soltanto nove classificabili come conflitti tra Stati. Dalla caduta del
Muro in qua, insomma, è venuta meno non tanto la guerra, quanto la sua
connessione con lo Stato: ormai prevalgono nettamente i conflitti
infra-statali, che vedono singoli gruppi — definiti sulla base
dell’identità etnica, religiosa o di clan — combattere contro lo Stato
di cui fanno parte. Una variante di questo nuovo tipo di conflitto è la
guerra «asimmetrica» in atto tra le potenze occidentali e quella
particolare organizzazione non statale che è il terrorismo globale.
Se dunque la guerra nel mondo contemporaneo non è affatto scomparsa, ma
ha solo mutato forma, è del tutto vero invece che essa è scomparsa dal
novero di ciò che è culturalmente accettato, almeno negli Stati
democratici.
Perché fosse possibile impegnarsi in un conflitto armato è sempre stato
indispensabile che una società si riconoscesse in alcuni ideali e valori
tali da giustificare la morte dei propri soldati. Ma questo è appunto
ciò che appare sempre più problematico, almeno in Occidente: da una
parte lo choc di due guerre mondiali, dall’altra lo sviluppo di una
cultura individualistica fondata sul benessere hanno fatto sì che non
esistano più delle «buone» ragioni per rischiare la vita in guerra.
O meglio, perché ci si possa impegnare in un conflitto occorre che
questo venga giustificato alla luce di princìpi di tipo altruistico:
come scrive nel suo contributo sulla «Rivista di politica» Cinzia Rita
Gaza, oggi «non si va in guerra per vincere, sconfiggere, conquistare,
ma per salvaguardare, pacificare, ricostruire».
L’altra condizione sempre più indispensabile perché uno Stato
democratico si impegni militarmente riguarda la possibilità di una
guerra casualty free , nella quale cioè si dovrebbe poter limitare il
numero dei nemici uccisi e addirittura evitare che muoia qualche nostro
soldato nonché i civili dell’altra parte. È per tentare di realizzare la
guerra «a zero morti» tra i propri soldati che si mettono in atto
operazioni militari interamente condotte dal cielo, come in Serbia o in
Libia; oppure che si introducono regole di ingaggio che antepongono la
sicurezza del soldato all’efficienza militare; o, ancora, che si cerca
il più possibile di trasferire sugli alleati locali i rischi del
combattimento sul terreno.
Nella realtà, le bare dei soldati caduti riportate in patria, da un
lato, le immagini televisive che mostrano i civili uccisi per errore,
dall’altro, si incaricano di mostrare come la guerra senza vittime sia
solo un’illusione. Ma poche cose come questa illusione testimoniano
quanto sia profonda la trasformazione che caratterizza l’atteggiamento
delle società democratiche rispetto alla guerra e la dissonanza
cognitiva che questa trasformazione implica: è vero infatti che la
guerra è diventata per noi un tabù, ma è vero anche che essa continua a
far parte degli scenari possibili del mondo contemporaneo.
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