mercoledì 19 marzo 2014

Il bue che dice cornuto allo scecco e tanta voglia di Guerra calda


Che cosa possono fare l’Occidente e l’Europa di fronte al revanscismo del Cremlino
È incominciata con la Crimea ma l’obbiettivo finale è Kievdi Timothy Garton Ash (Traduzione di Emilia Benghi) Repubblica 20.3.14


Badate, qui è in ballo l’Ucraina intera, non solo la Crimea. Vladimir Putin lo sa bene. Gli ucraini lo sanno bene. E noi non dobbiamo dimenticarlo. Non c’è nulla che noi o il governo locale possiamo fare per ristabilire il controllo ucraino sulla Crimea. La battaglia decisiva ora è per l’Ucraina orientale. Se l’Ucraina intera parteciperà il 25 maggio ad elezioni pacifiche, libere e regolari, potrà sopravvivere come un unico paese indipendente (meno la Crimea). Tornerà anche su un chiaro sentiero democratico e costituzionale. Dovrebbe essere questa la priorità che l’Ue e l’Occidente dovrebbero porsi nei prossimi due mesi, in ogni loro azione.
Solo un ingenuo ai limiti del criminale o un simpatizzante comunista incallito potrebbe sostenere che i gruppi filorussi oggi all’opera per creare caos, disorientamento e violenza in città come Donetsk e Kharkiv non siano attivamente sostenuti da Mosca. Martedì ilNew York Timesha pubblicato una testimonianza diretta di una di queste manifestazioni pilotate a Kharkiv. Sul piedistallo di una gigantesca statua di Lenin un enorme striscione recitava «La nostra patria: Urss!». Come sottolineavano i giornalisti era tutto organizzato a beneficio della televisione russa. Qualunque cosa decida poi di fare Putin, la narrazione per i media è già bella e pronta, sia nel caso di un intervento e inasprimento delle ostilità sia nel caso in cui il presidente russo, come senza dubbio preferirebbe, ricatti l’intero paese costringendolo a ritornare nella sfera d’influenza russa.
Sarebbe altrettanto ingenuo però fingere che molti in Ucraina orientale non nutrano reali timori. Cominciamo con l’abbandonare le etichette “di etnia ucraina” e “di etnia russa”. Non significano quasi nulla. La realtà è un miscuglio fluido e complicato di identità nazionali, linguistiche, civiche e politiche. Ci sono individui che si identificano come russi.
Altri vivono prevalentemente in russo ma si sentono ucraini. Ci sono innumerevoli famiglie di origine mista, con genitori e nonni che hanno vagato per l’Unione Sovietica. La maggior parte di loro preferirebbe non dover scegliere. In un sondaggio condotto nella prima metà di febbraio solo il 15 per cento degli intervistati nella regione di Kharkiv e il 33 di quelli dei dintorni di Donetsk auspicavano che l’Ucraina si unisse alla Russia.
Nello stesso sondaggio il dato riferito alla Crimea era il 41. Mettiamoci poi un mese di radicalizzazione in ambito politico e la presa di controllo da parte russa con l’eliminazione dei programmi in lingua ucraina dai canali tv. Aggiungiamo i continui servizi sui media di lingua russa sul «colpo di stato fascista» a Kiev, esacerbati da certe frasi e gesti folli dei rivoluzionari vittoriosi nella capitale. Togliamo i tatari di Crimea e gli ucraini residenti in Crimea, che in massima parte boicottano il referendum. Condiamo con una manciata abbondante di brogli elettorali. In men che non si dica il 41 per cento diventa 97.
Non è solo la “tecnologia politica” russa che cambia le cifre e le alleanze. In momenti così traumatici sono le identità che cambiano e si cristallizzano immediatamente come un composto chimico instabile a cui si aggiunge una goccia di catalizzatore. Ieri eri uno jugoslavo, oggi un serbo o un croato imbestialito.
Quindi qualunque azione in Ucraina e per l’Ucraina venga compiuta nelle prossime settimane e mesi deve necessariamente essere calcolata per evitare che il composto di identità cambi stato. Poco prima della straordinaria invettiva imperiale del presidente Putin al Cremlino un canale televisivo ucraino ha trasmesso un altro discorso. Parlando in russo, il primo ministro del governo ucraino ad interim, Arseniy Yatseniuk, ha detto che «al fine di preservare l’unità e la sovranità dell’Ucraina» il governo di Kiev è pronto a concedere «la più vasta gamma di poteri» alle regioni prevalentemente russofone dell’est. Le municipalità avrebbero il diritto di gestire proprie forze di polizia e facoltà decisionale nell’ambito della scuola e della cultura.
Era proprio la cosa da fare. Ora il premier e i suoi colleghi dovrebbero recarsi in quei luoghi e ripeterlo senza posa – in russo. Dovrebbero sostenere l’uso del russo come seconda lingua ufficiale in queste zone. Dovrebbero attivamente auspicare la presenza di un candidato filo-russo alle elezioni presidenziali. E dovrebbero fare il possibile per garantire elezioni libere e regolari, cui dare copertura mediatica diversificata in lingua russa e in lingua ucraina, come non è stato per il voto in Crimea.
L’Occidente in generale e l’Europa in particolare possono sostenere questa evoluzione in molti modi. L’Ocse, la Ue ed altre organizzazioni internazionali dovrebbero subissare l’Ucraina di osservatori elettorali. I governi occidentali devono far sì che le autorità ucraine abbiano immediatamente il denaro per pagare iconti. I partiti politici e le Ong possono inviare consulenti. L’Occidente può anche alzare la posta in gioco, rendendo più accattivante sotto il profilo economico a medio e lungo termine l’offerta di rapporti con la Ue. Può minacciare Mosca di sanzioni ben più aspre di quelle attualmente imposte, non solo se Putin fa entrare in Ucraina orientale le sue forze con o senza etichetta, ma se continua a tentare di destabilizzare la zona per procura.
È arrivato il momento di parlare fuori dai denti agli oligarchi russi come Rinat Akhmetov, che in Ucraina orientale conta quanto un’istituzione statale. Senza clamore ma con decisione bisogna mostrar loro carota e bastone: un futuro roseo per i vostri affari nell’economia mondiale se contribuite alla sopravvivenza dell’Ucraina come stato indipendente con un governo autonomo; in caso contrario sarete strangolati finanziariamente e andrete incontro ad una serie infinita di processi. (Uno degli oligarchi dell’est, Dmitro Firtash, è già stato arrestato in Austria sulla base di una richiesta di estradizione da parte dell’Fbi. Roba che riguarda un progetto di investimento datato 2006, dicono; niente a che fare con la politica di oggi, si capisce). Se lo sport olimpico di Putin è la lotta estrema noi non possiamo di certo limitarci allo sport del badminton.
Non voglio dire che quanto avvenuto in Crimea non conti. Nel suo discorso al Cremlino, Putin ha messo a segno qualche punto accusando l’America di unilateralismo e l’Occidente di far figli e figliastri, ma ciò che ha fatto mette a rischio le fondamenta dell’ordine internazionale. Ha ringraziato la Cina di averlo appoggiato ma Pechino vuole la secessione dei tibetani attraverso un referendum? Ha ricordato come l’Unione Sovietica avesse accettato l’unificazione tedesca e ha chiesto ai tedeschi di sostenere l’unificazione del “mondo russo” che, a quanto pare, comprende tutti i russofoni. Con una retorica che riecheggia più il 1914 che il 2014 la Russia di Putin ormai è una potenza revanscista a tutti gli effetti.
In assenza del consenso di tutte le parti dello stato esistente (non vale il paragone con la Scozia), senza il dovuto processo costituzionale e senza un voto libero, l’integrità dell’Ucraina, garantita vent’anni fa dalla Russia dagli Usa e dalla Gran Bretagna è stata distrutta. In pratica, sul territorio, non vi si può porre rimedio. Resta da salvare, però, ed è possibile farlo, l’integrità politica del resto dell’Ucraina.

Imperialismo e competizione Il doppio registro dello Zar 
Enzo Bettiza La Stampa 19/03/2014

La nuova guerra fredda di Vladimir
di Ugo Tramballi Il Sole 19.3.14


Nel suo «Lungo Telegramma» di 5.500 parole, già nel 1946 George Kennan preannunciava i pericoli delle ambizioni sovietiche, esortando tuttavia l'amministrazione americana ad evitare il confronto militare. 

Il contenimento dell'Urss, consigliava, sarebbe stato più proficuo: essendo la strategia staliniana una continuazione di quella russa, prima o poi anche il sistema sovietico sarebbe appassito come quello zarista. Forse globalizzazione e web oggi rendono superfluo un diplomatico dalle capacità straordinarie come Kennan. In ogni caso il dubbio fondamentale sulle ambizioni di Putin non è meno profondo del mistero di Stalin, allora: dove vuole arrivare? La partita di Vladimir Putin si chiude in Crimea o è stato solo il primo passo del ritorno di un'antica politica di espansione europea? Basta Sebastopoli o il piano prevede l'uso della forza militare nel resto dell'Ucraina Orientale e ovunque vivano cospicue minoranze russe? In Estonia e Lettonia, due repubbliche baltiche ora associate alla Nato, i russi sono il 27 e 25% della popolazione. Lo sguardo di Putin si può estendere anche a Est di Mosca. In Kazakhstan, pieno di gas e petrolio, i russi sono quasi il 24%. In Ucraina compresa la Crimea, erano meno del 18. Nella lunga conferenza stampa di ieri il leader russo non ha chiarito i confini delle sue ambizioni. Dal comportamento di queste ultime settimane, durante le quali la diplomazia non ha aperto brecce, e dalle parole forse orgogliose, forse arroganti di ieri, Putin ricorda Alessandro III. Era lo zar ultra-conservatore morto nel 1894, convinto che la Russia avesse due soli amici al mondo: la sua marina e il suo esercito. Studiare la Storia non risolve il problema della disoccupazione giovanile ma aiuta a capire il presente. Forse anche il futuro. Se dobbiamo restare alle parole di ieri e non ancora agli atti che verranno, Putin ha dichiarato di nuovo una Guerra fredda all'Occidente. Ha il diritto di provarci, tuttavia anche lui sa che sarà un conflitto molto diverso da quello di prima: non tanto perché nel frattempo il mondo è piuttosto cambiato. Soprattutto la Russia di oggi non è l'Urss di ieri. I Paesi satelliti europei d'un tempo oggi sono tutte democrazie compiute, membri dell'Unione Europea e dell'Alleanza atlantica: nelle due istituzioni sono tra l'altro i più anti-russi. L'influenza di Mosca sulle repubbliche asiatiche ex sovietiche è più concreta ma tolte le risorse energetiche del Kazakhstan, quei Paesi non hanno peso. Mao Zedong diceva che Stalin era come un ravanello: rosso solo di fuori e bianco dentro. È difficile che i cinesi di oggi, impegnati nella loro crescita e nelle loro riforme, possano avere con la Russia di oggi rapporti migliori che nel passato; che possano gradire il disordine internazionale provocato da Putin. I "Cinque principi della coesistenza pacifica", l'elogio maoista dello status quo internazionale, valgono oggi quanto cinquant'anni fa. Il blocco russo avrebbe due soli partner certi: la Siria di Bashar Assad e il Venezuela del dittatore senza personalità Nicolàs Maduro. Non l'Iran, se Hassan Rohani è sincero sul nucleare; sfumata sarebbe perfino l'adesione di Cuba per il cui regime il modello di sopravvivenza è ormai più cinese che sovietico. Ma se Putin avesse tendenze maniacali, c'è qualcuno nel sistema russo che potrebbe farlo desistere o a Mosca sta andando in scena una specie di one man show? Nell'uso di slogan nazionalisti e contemporaneamente comunisti, a Simferopoli, Kharkiv e alla Duma di Mosca, viene fuori una miscela che confonde pericolosamente il XIX e il XX secolo. Sfortunatamente per Putin, questo invece è il 

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