lunedì 3 marzo 2014

Hannah Arendt & acido lisergico

Incredibile... [SGA].

L’Europa rinasce dal perdono

La lezione della Arendt: oltre i risentimenti c’è un futuro

di Maurizio Ferrera Corriere 3.3.14


Il carattere democratico di una comunità federativa dipende dal coinvolgimento dei cittadini, tanto nel processo costituente quanto nei processi decisionali disciplinati dalle norme costituite. Pur con tutti i suoi limiti, riconoscendo una sovranità condivisa fra cittadini e Stati, il Trattato di Lisbona ha già indicato la strada per risolvere il deficit democratico dell’Unione europea. L’organizzazione dei poteri nel Trattato non è tuttavia pienamente coerente: l’equilibrio fra Parlamento e Consiglio non è completo, il diritto d’iniziativa resta esclusivamente nelle mani della Commissione, il Consiglio europeo ha un peso eccessivo. Inoltre l’Unione post-Lisbona presenta una vistosa asimmetria di fatto fra le opportunità di partecipazione, da un lato, dei cittadini nel loro ruolo «nazionale» a quel che i loro governi fanno dietro i sipari della scena di Bruxelles e l’esercizio concreto di partecipazione da parte dei cittadini nel loro ruolo «europeo» a Strasburgo. La crisi ha esacerbato la situazione rafforzando il modello del «federalismo fra esecutivi». 
Se questa diagnosi è corretta, allora mettere in coerenza il sistema euro con la sfera della rappresentanza significa riavviare il processo costituente basato sulla sovranità condivisa, correggere gli squilibri mantenuti dal Trattato del 2009, riportare nell’alveo di questo processo la moltitudine di procedure e istituti intergovernativi creati durante la crisi. (…) 
La grande recessione ha creato sentimenti di profonda sfiducia e persino di risentimento reciproco che sarà difficile superare. Ciò che occorre è una «massima di transizione», una bussola normativa che possa spegnere l’incendio. Dove trovarla? In un discorso tenuto nel 2010 Jacques Delors pronunciò le seguenti parole: «Dalla guerra gli europei uscirono trafitti da memorie tragiche, risentimento e sfiducia. Il progetto d’integrazione offrì loro una possibilità di riconciliazione, riconoscimento reciproco e tolleranza. Vennero in mente le parole della grande sociologa ebrea Hannah Arendt: perdonare e promettere. La promessa era che le generazioni venute dopo la grande tragedia sarebbero state tutte egualmente benvenute nella nuova comunità che si stava creando». 
La grande recessione non è (stata) una guerra, ma il parallelo non è così azzardato. Può la massima della Arendt (perdonare e promettere) esserci di nuovo d’aiuto? Credo di sì. L’Unione monetaria (Uem) ha prodotto effetti inattesi e proprietà emergenti, di fatto irreversibili. Ciascun Paese è entrato nell’euro con il suo carico di problemi, in parte non dichiarati (pensiamo alle reali condizioni della finanza pubblica greca). 
Negli anni le regole non sono state pienamente rispettate (Francia e Germania sforarono il tetto del deficit e non furono sanzionate). L’imputazione di responsabilità (per non parlare di «colpe») è complicata, scivolosa, politicamente inopportuna dopo l’incendio della crisi. 
Nell’anno in corso l’Ue dovrà affrontare passaggi delicatissimi: le elezioni per il Parlamento, la formazione di una nuova Commissione, la definizione del nuovo sistema di accordi contrattuali (le «promesse»…) che dovrebbero incentivare, ma anche facilitare (il «perdono»…) l’agenda delle riforme nei vari Paesi, soprattutto i periferici. Se presa sul serio, la riflessione che ho cercato di abbozzare può produrre risorse preziose per ribattere ai molti argomenti empiricamente falsi avanzati dagli euroscettici. Potrà servire per dare una prospettiva agli elettori pro-europei (e a molti incerti) che ascoltano le invettive euroscettiche e non sanno bene come reagire. Il grosso rischio è infatti che gli elettori pro-europei non siano consapevoli della posta in gioco, non vadano a votare e lascino il campo a chi vuole disfare l’Uem.  

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