lunedì 31 marzo 2014
I media nella Prima guerra mondiale
La Grande Guerra fatta dai media
Oltre alle armi, le nazioni in lotta usarono anche foto, film, manifesti...
di Wladimiro Settimelli l’Unità 30.3.14
LA GRANDE GUERRA ’14-’18 FU, FORSE PER LA PRIMA VOLTA, anche una guerra
mediatica. Con i mezzi e gli strumenti di allora, ovviamente. Bisogna
subito aggiungere che tutte le nazioni in lotta utilizzarono, oltre alle
armi nuove per uccidere e sterminare, anche mezzi che non erano mai
stati messi in campo prima: i grandi manifesti, gli appelli, i discorsi,
le cartoline in tricromia, le fotografie, il cinema, le pubblicazioni a
puntate e illustrate, il cinema, i documentari, le attualità
cinematografiche, i film, i «servizi» scritti dagli inviati, i
giornaletti per la truppa, i disegni, le incisioni, gli spettacoli
teatrali, i canti e le canzonette, la poesia, i racconti di autori
notissimi, le «imprese militari», portate a termine per semplici fini di
propaganda e quelle per «impressionare» il nemico. Ogni esercito in
lotta, ogni stato maggiore, ogni governo, provvide ad istituire apposite
sezioni di propaganda e gruppi di operatori fotocinematografici che
vennero disseminati sui vari fronti per le «riprese dal vero in mezzo
alle trincee».
Ora, per il centenario del «grande massacro», quel che è rimasto di quei
materiali sarà utilizzato per mostre, incontri, dibattiti, iniziative
culturali e politiche. Sarebbe doveroso tentare di recuperare anche le
lettere censurate dei poveri fanti, mai arrivate a casa o le foto allora
ritenute «non pubblicabili» e disperse chissà dove. Se non altro per
rispetto verso migliaia e migliaia di poveri morti che lasciarono le
loro vite sul Carso, sul Pasubio e su tutti gli altri «monti maledetti»,
mille volte persi e mille volte riconquistati nelle assurde battaglie
di posizione e di attacco frontale, ordinate dal «generalissimo» Luigi
Cadorna, con la sua strategia delle «spallate».
A questo punto sarà bene puntare l’attenzione sulla storia della
fotografia e su quella del cinema per capire la «guerra mediatica» e gli
strumenti utilizzati per la propaganda durante il primo conflitto
mondiale. Insomma, partire da lontano, dai vecchi tempi, quando non era
ancora possibile pubblicare direttamente le foto sui giornali. Gli
incisori, dalle immagini, ricavavano, come si sa, un disegno per poi
certificare la veridicità del proprio lavoro con la piccola scritta: «Da
vera fotografia ». Il lettore, così, si sentiva garantito: quel che
stava guardando era, in assoluto, la cosa più vera del mondo.
Naturalmente non era così. Per la grande guerra, però, le cosiddette
«immagini ottiche» potevano ormai essere stampate alla perfezione sui
giornali e in diretta: battaglia per battaglia. Gli alti comandi
italiani avevano, inoltre, a disposizione decine di giornalisti che
raccontavano ai lettori tutte le vicende militari secondo il punto di
vista di Cadorna che riceveva continuamente il direttore del «Corriere
della Sera» Luigi Alberini, il «poetone» (come qualcuno lo chiamava)
Gabriele D’Annunzio, Ugo Ojetti, Luigi Barzini e tantissimi altri
cantori dell’interventismo, solerti sostenitori della guerra «come unica
igiene del mondo». Ovviamente c’erano anche gli interventisti
democratici, socialisti e autenticamente patrioti, ma tra mille
polemiche. Proprio gli interventisti più sciovinisti erano comunque
riusciti a far credere a tutto il Paese, con l’aiuto della stampa
benpensante e del governo, che la guerra era il completamento del
Risorgimento e che ci si doveva battere per la definitiva unità della
Patria. Lo stesso D’Annunzio aveva tenuto un importante discorso, per
convincere tutti ad andare al fronte, presso lo scoglio di Quarto da
dove erano partiti i Mille. Più tardi sorvolerà Vienna con una
squadriglia di aerei per gettare manifestini inneggianti all’Italia. Una
grande trovata mediatica, come fu già chiaro allora. Qualche generale
spiegò, inascoltato, che gli «alti comandi erano bravissimi nel farsi la
reclame, ma per il resto…». E furono proprio gli alti comandi, per
tutta la guerra, a far pubblicare soltanto immagini «positive», nelle
quali si dovevano vedere i nemici morti e i nostri continuamente
all’attacco. Niente bersaglieri o alpini massacrati e, dunque, niente
trincee piene di fango, sangue e merda (sì, proprio merda perché non
c’erano alternative), niente cannoni fracassati, niente medici senza
medicine o battaglioni italiani sotto bombardamento delle stesse
artiglierie del nostro esercito, niente decimazioni o ritirate.
La fotografia, all’inizio del secolo, aveva avuto un grandissimo
sviluppo ed era la passione del momento, soprattutto tra le classi
borghesi e il ceto medio. Non c’era impiegato, professionista, nobile o
alto ufficiale che non si facesse vedere in giro con la propria «Vest
Pochet Kodak» e la Kodak stessa faceva pubblicità tra gli ufficiali e
soldati perché portassero in battaglia la propria macchina fotografica.
Quelle, naturalmente, furono le uniche immagini non censurate. Lo stesso
re Vittorio Emanuele III era un fotografo appassionato, ma nelle
retrovie del fronte, si occupava soltanto di ritrarre paesaggi, mezzi in
movimento e tramonti.
Il rapporto tra fotografia e guerra era comunque già antico nel 1915:
erano stati già ripresi i combattimenti tra i garibaldini e i francesi, a
Roma nel 1849, le battaglie dei Mille a Palermo, la Guerra di
secessione americana, il bombardamento di Parigi nel 1870, durante la
Comune, la Guerra di Crimea del 1856. E gli italiani avevano fatto uso
delle macchine fotografiche in Africa e poi in Libia nel 1911. Nella
Grande Guerra l’Italia - sono dati non ufficiali - schierò circa 600
soldati- fotografi, con tanto di carri al seguito per lo sviluppo e la
stampa dei materiali. Furono scattate, pare, circa 150mila fotografie.
Parte furono distrutte sul posto dalla censura, altre si persero, sempre
censurate, in cassetti e armadi di mille diversi archivi. Quelle «meno
brutali» furono utilizzate, in parte, per una famosa pubblicazione della
Casa Editrice Treves intitolata: La Guerra, uscita in sedici lussuosi
fascicoli che ebbero grande successo. Il resto venne distribuito ad
altri giornali. Gli austriaci, invece, diffusero in mezza Europa la
sequenza impressionante e terribile dell’impiccagione di Cesare
Battisti. Doveva essere un esempio da far vedere a tutti.
Per quanto riguarda il cinema, l’Italia aveva uno splendido regista e
documentarista che si chiamava Luca Comerio che mollò tutto e si
precipitò al fronte già nel 1915, raccomandato da Vittorio Emanuele.
Realizzò alcuni documentari, ma poi venne messo alla porta: le sue
immagini cinematografiche erano troppo realiste e disturbavano. Di film
veri e propri, negli anni della guerra e sulla guerra, pare - insisto
sul pare - ne sia stato realizzato uno solo. Il titolo era: Maciste
alpino.
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