Ovviamente, non pare essere questa la prospettiva adottata né dall'autore, né dal recensore, nella consueta pagina del Manifesto dedicata al negrismo [SGA].
Danilo Mariscalco:
Dai laboratori alle masse. Pratiche artistiche e comunicative nel movimento del ‘77, Ombre Corte, pp.159
Risvolto
Il libro analizza le pratiche comunicative e
artistiche del movimento italiano del '77. I corrispondenti fatti
letterari (riviste, volantini, libri), figurativi (fumetti, fotografie,
locandine, dipinti murali) radiofonici e performativi (le azioni dei
cosiddetti "indiani metropolitani") vengono interpretati alla luce di un
approccio metodologico in linea con le esperienze dei Cultural Studies
internazionali ma con un'impronta italiana che attinge alla tradizione
gramsciana e si nutre di alcune recenti elaborazioni del pensiero
post-operaista, in particolare di ciò che fonda la nozione di
capitalismo cognitivo. È sullo sfondo di queste acquisizioni teoretiche e
metodologiche che qui si cercano di rileggere le pratiche culturali del
movimento e le loro relazioni con alcuni paradigmi artistici e
filosofici del Novecento, ma anche con la diffusione sociale dei mezzi
di comunicazione e di produzione intellettuale. La pratica teorica del
movimento italiano, già analizzata negli anni della sua affermazione da
alcuni studiosi (Eco, Calvesi), è dunque interpretata come un
rovesciamento del tradizionale rapporto egemonico che definisce il
primato dell'arte e in generale dei "laboratori" intellettuali sulla
cultura quotidiana, come una tendenza antagonistica emersa, in piena
crisi della società fordista, nella generalizzazione-politicizzazione
dell'arte e in forme di "autorappresentazione" successivamente regolate
dai dispositivi post-industriali di sussunzione biopolitica del lavoro e
del sapere sociale. L'analisi delle pratiche antagoniste del tempo
"presente", verso cui è orientata questa ricerca, intende mostrare gli
sviluppi e gli "esiti" delle esperienze intellettuali, politiche e
culturali degli anni Settanta e definire - questa la sfida - il loro
possibile incontro, o una benjaminiana "intesa segreta", con l'oggi.
La luce del futuro che viene dal passato
Saggi. «Dai laboratori alle masse» di Danilo Mariscalco per ombre corte. Il Settantasette continua ad essere un «oggetto» difficile da analizzare. In questo libro l’autore legge quell’esperienza come l’entrata in scena di un «proletariato intellettuale» e indaga i riflessi che ha avuto nella produzione e consumo culturale
Giorgio Martinico, il Manifesto 6.3.2014
Protagonista è il Settantasette. Ad indagare quel movimento, non i suoi protagonisti, non il racconto «ufficiale» o il «discorso sugli anni di piombo» è il volume Dai laboratori alle masse. Pratiche artistiche e comunicative nel movimento del ‘77 (Ombre Corte, pp.159), scritto da Danilo Mariscalco, dottore di ricerca presso l’Università di Palermo. Un libro che, come suggerisce il titolo, ha l’ambizione di arricchire il dibattito politico e storiografico su alcuni aspetti (le pratiche artistico-comunicative) relative a quella straordinaria stagione di conflitto e, anche, di frenetica produzione «culturale»; allo stesso tempo il volume è il tentativo di «arricchire la cassetta degli attrezzi utilizzata dai soggetti impegnati nella trasformazione, dal carattere teorico-pratico inscindibile, del reale».
L’intesa da ricercare
Obiettivo dichiarato da Mariscalco è dunque, per dirla con Louis Althusser, verificare «l’efficacia specifica» di quelle pratiche prodotte, operate, narrate durante quella determinata sequenza politica del conflitto dispiegato tra «capitale, lavoro, sapere sociale». Questa incidenza reale di un intervento «soprastrutturale» viene contestualmente posta alla verifica dell’oggi. Le tesi di Walter Benjamin — accompagnate dalle riflessioni di Gramsci sul lavoro dello «storico integrale» — sul materialismo storico diventano «punto prospettico» dal quale, il ricercatore, prova costantemente a stabilire quell’«intesa segreta tra passato e presente» tanto cara al pensatore tedesco. Così, provare a identificare caratteri specifici di quello «strato sociale che si mette in movimento» vuol dire scavare come talpe alla ricerca di linee di tendenza. Queste, verificata la potenziale «attualità storica», permettono di leggere «il presente alla luce del futuro».
Nella sua ricerca Mariscalco sceglie precise griglie analitiche a cui si atterrà fedelmente nel testo. La chiave di lettura proposta è quella di una «scienza della cultura» che sappia relazionarsi con la marxiana «differenza reale»; che possa cioè evidenziare emergenti o cangianti «linee di classe»; che possa, infine, fare in modo che ogni «astrazione determinata» sia immediatamente collocata all’interno del conflitto sociale in atto. In questo senso, l’ipotesi preliminare formulata dall’autore vede la possibilità di leggere quell’enorme coacervo di pratiche artistico-comunicative come espressione del bisogno di autonarrazione delle classi sociali subalterne, i cosidetti «non-garantiti». Tale categoria gramsciana va però qualificata. Non basta, infatti, ricondurre all’unità descrittiva la stratificazione sociale e la composizione di classe che si andava strutturando attorno la figura dell’operaio sociale e all’emersione del cosiddetto «proletariato giovanile». È nel termine «antagonista» che Mariscalco individua l’elemento capace di «ricondurre il subalterno gramsciano alla concezione materialistica della storia».
Il soggetto della ricerca è, quindi, l’identificazione, attualizzandola, dell’efficacia sociale delle pratiche di quel tempo, sovrastrutturali e antagoniste; ma, anche, il possibile inveramento, anche solo parziale, delle ipotesi che, da li in avanti, hanno annunciato e/o problematizzato la questione dell’intellettualità diffusa, del general intellect marxiano e della diffusione delle nuove tecnologie comunicative.
Nel libro tutte le suddette questioni sono esposte già nella premessa del volume. L’autore sa bene di addentrarsi lungo sentieri scivolosi. Per queste ragioni rifiuta – con «determinazione» — le facilonerie idealistiche, molto frequenti quando si sceglie il tema della produzione artistica e culturale. Innanzitutto: il soggetto della ricerca non può essere collocato all’esterno dello scontro di classe, delle sue nuove forme politiche, delle nuove soggettività protagoniste di questo. Solo a quel punto Mariscalco può procedere alla ricostruzione dei limiti storiografici e delle genealogie che hanno portato all’affacciarsi sul palcoscenico della storia quelle due parole divenute tanto famose: autonomia operaia. Successivamente, a essere analizzato è il paradigma artistico dell’«inaudita avanguardia di massa». Sulla scia tracciata, a suo tempo, da Umberto Eco — la «stupefacente diffusione (quella) proposta culturale» – si analizza il nesso tra avanguardie, massificazione di linguaggi, consumo culturale, fino a giungere al tema della violenza e al ruolo degli intellettuali organici alla luce delle «teorie del complotto».
La politica del desiderio
Il terzo capitolo opera una ricognizione su tutte le «pratiche di comunicazione sovversiva» come forme di autorappresentazione: le coordinate sono qui costituite dalle nuove tecniche di produzione e dalla loro «proletarizzazione». È sempre qui che vengono problematizzati il superamento e/o la politicizzazione dell’arte e la centralità politico-artistica del «desiderio» che, scontratosi «con la repressione ideologica e militare, con i riconfigurati dispositivi di produzione e di consumo, con la sussunzione capitalistica» finisce per essere «catturato».
L’ultimo capitolo sviluppa, infine, il «concreto divenire del general intellect» alla luce delle trasformazioni contemporanee. Per l’autore, «scienza della cultura» e critica all’economia politica si mischiano e si sovrappongono in questo concreto divenire.
Quella sul Settantasette resta un’analisi non facile; forme e limiti, cause e conseguenze, sono campi aperti di discussione e confronto. Il concetto di autonomia che emerge da questo volume è soltanto una delle possibili varianti di essa. L’autore, che ben conosce il tema, sceglie di concedere lo spazio narrativo a coloro i quali parlavano di «autonomia intesa non come organizzazione, ma come tendenza storica latente». Così, nella parzialità, normale per una ricerca di questo tipo, risultano forse sacrificate le ipotesi di chi, in quegli anni, operava e ipotizzava una diversa autonomia: diciamo, organizzata. Resta il dato di un movimento sconfitto (forse) perché non in grado, nella sua forza soggettiva, di sviluppare a pieno il potenziale di autonomia, autovalorizzazione, e contrapposizione delle nuove figure del conflitto sociale e di classe: un proletariato in via di intellettualizzazione.
La partita è tuttavia ancora aperta: seppur siano nel frattempo cambiate strategie, tecnologie, e composizioni, la necessità subalterna di soddisfacimento dei propri bisogni sociali radicali non ha mai abbandonato il campo. Magari molto presto rivedremo il cielo cadere sulla terra!
Le officine multimediali del Settantasette
In Italia, gli anni Settanta sono il periodo attorno al quale
esiste una ricca produzione di memorialistica. Ne
è testimonianza la mole di libri scritti da protagonisti
o anonimi partecipanti ai movimenti di quegli anni. Materiali
spesso di qualità, che non hanno mai la pretesa di fare la storia di
quegli anni, ma di offrire punti di vista parziali e partigiani,
cioè di parte sugli avvenimenti che hanno visto partecipe chi ne
scrive. Emerge il fatto che la memoria non può mai essere condivisa.
È sempre parziale e spesso si caratterizza come critica militante
a quanto postula la storia dei vincitori. Così parlare degli anni
che vanno dal 76 al 79 a Bologna vuol dire parlare del movimento del
Settantantasette e del conflitto di quel movimento con il Pci. Ma
anche di riflettere su percorsi di politicizzazione e del fiorire
di strumenti comunicativi alternativi a quelli dominanti (le
radio libere: per Bologna, radio alice). Nel caso dei due lavori messi
in campo da Officina multimediale ci troviamo di fronte a un terzo
incomodo. A raccontare quegli anni non sono le parole scritte, ma le
immagini, le foto di quegli anni. Si tratta di due video dedicati
alla morte di Francesco Lorusso e agli “autonomi” bolognesi.
Lorusso fu ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dai
carabinieri mentre stava contestando un convegno di Comunione
e Liberazione nel marzo del 1977. Gli «autonomi» di allora erano gli
«untorelli», i «diciannovisti» che secondo il Pci volevano
distruggere il sistema democratico. Il più forte, allora, partito
comunista dell’Europa occidentale si scagliò contro quel
movimento con ogni mezzo necessario. Alcuni, tanti dei militanti del
Settantasette conobbero le patrie galere, il Pci si consegnò alla
sconfitta politica e al suo lento, ma inarrestabile declino. Del
Pci ormai girano leggende metropolitane sulle sue capacità di
comprendere la società di allora, al punto che un recente film di
Walter Veltroni su Enrico Berlinguer rimuove la ferita del
Settantasette, privilegiando le Brigate Rosse come
interlocutore per ricostruire la figura del leader comunista.
Molti militanti autonomi di allora provano invece a sbrogliare il
bandolo di una matassa che ha rischiato di ridurli al silenzio. Due
video che fanno certo appello alla memoria, ma che provano tuttavia
a cercare gli elementi di attualità di un percorso politico certo
sconfitto, ma che ha cose da dire sul presente.
Un’immersione nel passato, quindi, ma che cerca tuttavia di parlare del presente.
Nessun commento:
Posta un commento