giovedì 13 marzo 2014
Mentre tramava contro la democrazia, Togliatti scriveva la Pacem in Terris per Papa Giovanni
Risvolto
Il 20 marzo 1963 Palmiro Togliatti tiene a Bergamo un discorso che ha come titolo Il destino dell’uomo.
È in corso la campagna elettorale, ma il segretario del Pci si tiene
lontano dalle schermaglie tattiche del momento, e si impegna in una
operazione politica di altissimo livello, cercando di costruire il
terreno per una collaborazione tra il movimento operaio e il mondo
cattolico sui grandi temi del nostro tempo, a partire dalla necessità di
salvare l’umanità dalla minaccia della guerra nucleare.
Bergamo è una città di fortissima tradizione cattolica, ed è anche la
terra d’origine di papa Giovanni XXIII. È dunque chiaro l’intento di
costruire un ponte con tutto il movimento riformatore che sta cambiando
in profondità gli orizzonti culturali della Chiesa cattolica, con
l’impulso decisivo del pontefice, che segna davvero una «svolta» nella
storia della Chiesa.
Dopo pochi giorni, l’11 aprile, viene promulgata l’enciclica Pacem in terris,
nella quale giungono a piena maturazione i nuovi orientamenti
dottrinali della Chiesa cattolica, con un impatto fortissimo sulla
società italiana e sull’intera comunità internazionale.
A cinquant’anni da questi due eventi il volume propone una riflessione
storica sull’attualità di Togliatti e di Giovanni XXIII e sulla loro
convergenza di metodo e di approccio. Il libro pone l’accento non tanto
sulle ideologie, quanto sulle forze reali e sulle possibilità di un
incontro che avvenne sul terreno della comune condizione umana, di
fronte alle emergenze del loro e del nostro tempo.
Completano il volume due appendici in cui si riproducono una
testimonianza e una lettera di monsignor Capovilla, il di scorso di
Togliatti e l’enciclica di papa Giovanni.
Togliatti e il suo Papa
Un libro Ediesse
narra il filo segreto con Giovanni XXIII lato il discorso ai cattolici
del 1963 e venti giorni dopo la Pacem in TerrisIl segretario del Pci la lesse in anticipo?
di Bruno Gravognuolo L’Unità 13.3.14
SI
APPROSSIMANO VARI ANNIVERSARI. QUELLO DELLA SVOLTA DI SALERNO E QUELLO
DELLA MORTE DI TOGLIATTI. Ma anche quello della scomparsa di Giovanni
XXIII. Tutti a far data dal 1964. E c’è da giurare che almeno su
Togliatti demonismo e sciatteria revisionista si eserciteranno a dovere,
nel negare originalità al segretario del Partito Nuovo, per sancirne la
dipendenza da Mosca e il ruolo nefasto, nell’aver radicato il Pci nella
storia d’Italia, come un male.
Adesso però esce un libro prezioso
che contiene due gioielli da conservare e che ribaltano certe campagne
strumentali. Il primo è il discorso pronunciato da Togliatti il 20 marzo
1963, sul Destino dell’uomo, alla vigilia di importanti elezioni ma
inattesamente antropologico. Il secondo è senza dubbio straordinario e
ben più famoso. È l’Enciclica giovannea Pacem in terris, uscita l’11
aprile di quello stesso anno, un documento destinato a capovolgere il
senso della fede nel mondo e il ruolo stesso della cattolicità: il
diamante del Concilio Vaticano II, avversato da conservatori e atei
devoti e che oggi conosce rinnovato splendore nella riattualizzazione
del magistero di Francesco. La cornice è appunto il volume di cui
vogliamo parlarvi, Palmiro Togliatti e Papa Giovanni, a cura di
Francesco Mores e Riccardo Terzi (Ediesse, pp. 149, euro 12). Che
raccoglie gli atti di un seminario organizzato a Bergamo il 5 aprile
2013 da Riccardo Terzi ed Eugenia Valtulina, grazie alla Cgil di
Bergamo, dello Spi nazionale, della Fondazione Giovanni XXIII e della
Fondazione Di Vittorio. Tra i relatori c’erano Savino Pezzotta, Giuseppe
Vacca, Alfredo Reichlin, e non manca un bel testo intervista di Mons.
Loris Francesco Capovilla. Altro contributo decisivo è quello di
Francesco Mores della Fondazione Giovanni XXIII e della Normale di Pisa.
Che ricostruisce contesto, rimandi e storia parallela del testo
togliattiano e dell’Enciclica, davvero straordinariamente consonanti. Al
punto da fare pensare che Togliatti fosse addirittura informato in
anticipo dei contenuti dell’Enciclica, magari attraverso i «ganci» di
Franco Rodano e di Don Giuseppe De Luca, figura chiave e mediana tra
vaticano e Pci, a partire dalla questione dell’art. 7 in Costituzione.
Scritti rivoluzionari e consonanti. Ma in che senso? Cominciamo da
Giovanni XXIII e isoliamo tre punti: genere umano, distinzione errante/
errore e valore dei movimenti di emancipazione. La rivoluzione
«kantiana» di Papa Giovanni sta in questo: la predominanza del destino
del genere umano sul contrasto di fede e ideologico. Sta in questo il
divino e la sua trascendenza per il Papa: nella sua immanenza
fraternitaria nella storia. E ben per questo la Chiesa deve accogliere i
valori emancipativi di masse e popoli in cammino, di là dell’errore e
degli errori teologici. Perché c’è un «senso» trasformativo nella storia
e va colto nell’incontro, nel dialogo e nell’amore, che poi sono il
banco di prova della verità teologica cristiana.
Un capovolgimento
immenso, che fece a pezzi dogmatismo e scomuniche - archiviando il
pontificato di Pio XII - e che rese la Chiesa attore planetario, al
tempo della crisi dei missili a Cuba, della decolonizzazione, dei non
allineati, della sfida kennediana, e della coestistenza pacifica
kruscioviana.
Ma nel suo «piccolo» l’inatteso discorso di Togliatti -
rivolto guarda caso ai cattolici e alla Bergamo giovannea alla vigilia
dell’Enciclica - non è meno dirompente. Vi si afferma innanzitutto il
primato della pace sulla lotta di classe e su quella di campo, nell’era
della corsa nucleare. L’unità del genere umano, come bene supremo da
preservare e orizzonte di ogni emancipazione (dunque terreno e fine). E
poi il primato della persona e della sua dignità, come punto di partenza
e meta ideale della liberazione propugnata dal movimento operaio. Non
sono povere cose, se si considera quel tempo, perché Togliatti mette in
campo la libertà di tutti e di ciascuno e al contempo rivaluta e
preserva la crucialità del fatto religioso: come costante che è
illusorio pensare di poter svellere con il progresso e la riforma delle
basi sociali. Addirittura, oltrepassando Gramsci, la religione diviene
un dato antropologico inscindibile dalla condizione umana e persino
vettore di rivoluzione. Certo Togliatti difendeva l’Urss e si illudeva
sulla sua riformabilità, restava un figlio autonomo e originale di
quella geopolitica novecentesca. Ma sul religioso era oltre Gramsci e
Marx, e tracciava uno spartiacque: dalla persona e dalla libertà non si
torna indietro. E fu così che in qualche modo un grande Papa e un grande
comunista posarono una pietra miliare: fecero dialogare grandi masse
tra loro e riscrissero con audacia la loro stessa fede.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento