Il
31 marzo 1814 lo zar Alessandro I, accompagnato dal re di Prussia,
entra in Parigi. È il coronamento della guerra patriottica cominciata
meno di due anni prima, con l’invasione francese della Russia. Napoleone
conserva ancora l’esercito con cui ha condotto una serie di brillanti
battaglie difensive, ma i suoi generali non vogliono più combattere. Il 6
aprile si decide ad abdicare. Firma un trattato che gli assegna la
sovranità dell’isola d’Elba e due milioni di franchi l’anno (che non
verranno mai versati). Il 20 si congeda dalla Guardia, e annuncia ai
fedelissimi in lacrime che «nell’isola del riposo» avrebbe scritto le
grandi gesta che avevano compiuto insieme.
Naturalmente
l’ipercinetico generale Bonaparte (come si ostinano a chiamarlo gli
inglesi, è l’unico titolo legale che gli riconoscono) a riposo non ci sa
stare. Tutti sanno che l’Elba è un compromesso momentaneo. Gli alleati
già meditano di deportarlo in un altrove più sicuro, i Caraibi,
l’America, persino un’isola remota che si chiama Sant’Elena. Lui, che
dispone di ottimi servizi di intelligence, prepara la fuga del febbraio
1815 recitando la parte del pensionato che pensa soltanto alle sue
vacche e alla casa di campagna da risistemare. Il giorno dopo il suo
arrivo a Portoferraio comincia a rivoltare come un guanto
l’amministrazione dell’isola. In meno di una settimana sistema cisterne e
acquedotti, navigli e batterie costiere, magazzini, ponti e strade,
giardini, fogne e smaltimento rifiuti, dazi e tributi. Visita le miniere
di Rio per capire come sfruttarle meglio, avvia la costruzione della
nuova residenza. Dà all’architetto otto giorni per finire. Si conferma
per quel che è sempre stato: un manager multitasking come non se ne sono
mai visti, un organizzatore onnisciente, lucido, fulmineo.
Se ne
era accorto anche Goethe: «Vedo che quando Sua Maestà è in viaggio non
trascura di fermare lo sguardo anche sulle cose più piccole». Dio e il
Diavolo si vedono nei dettagli, e lui è un problem solver nato, che non
lascia nulla al caso. Per ogni emergenza ha sempre pronto un piano B.
«Tutto in me è calcolo», si vanta.
Il vero Napoleone non è quello a
cavallo, sontuosamente abbigliato, che David immagina al passaggio del
San Bernardo, ma l’amministratore affaticato da una notte di lavoro, che
si fa ritrarre nel suo ufficio dal medesimo David a fianco di una
candela semispenta, e sembra dire ai francesi che possono dormire
tranquilli perché lui è sempre lì che lavora per loro. Il Memoriale di
Sant’Elena , pubblicato nel 1823, diventa il breviario dei ceti
emergenti perché porge un messaggio potente: anche voi bravi borghesi
potete ambire alle imprese più alte, il mondo è vostro, se avrete
energia, talento, volontà inflessibile, capacità di sacrificio.
Ma
che cosa troverebbe oggi Napoleone sbarcando sulle coste italiane dopo
duecento anni? Nessuno dei precetti che compongono il suo sistema
operativo è stato assimilato. La concezione del Tempo, anzitutto. Per la
vecchia aristocrazia, il tempo era una risorsa praticamente illimitata,
di cui disporre a piacere. Per lui, in pace come in guerra, è un bene
primario, di cui non va sprecato nemmeno un secondo. Per anni la
rapidità delle sue mosse, le marce forzate, l’ubiquità dei suoi eserciti
gli assicurano il fattore sorpresa. È un cambio radicale di mentalità.
Pianifica con mesi d’anticipo, realizza fulmineamente. Il suo è il tempo
del produttore e del mercante, molto simile a quello delle catene di
montaggio che verranno.
Secondo e fondamentale ingrediente, la
capacità di motivare i suoi uomini e la meritocrazia. Il grande
organizzatore sa che «i valori morali rappresentano i tre quarti, le
attrezzature un quarto». Vince la prima campagna d’Italia infiammando
un’armata cenciosa con i suoi proclami. Apre le carriere al merito: con
lui anche Julien Sorel, figlio di un falegname di paese, poteva
diventare maresciallo. L’impeto travolgente delle armate francesi è in
primo luogo un sogno di rivincita sociale che riesce a realizzare se
stesso. Il merito viene premiato largamente e prontamente, portato ad
esempio, sino a diventare chanson de gestes , campionario mitologico.
Altro caposaldo della gestione napoleonica è il controllo rigoroso dei
budget, cui sovrintende personalmente, avvalendosi di una memoria che
gli consente di identificare e colpire esemplarmente sprechi e abusi.
Si
crea così la leggenda del Capo dai cento occhi cui nulla può sfuggire,
che alimenta i comportamenti virtuosi. Non meno decisiva la sua capacità
di parlare un linguaggio diretto, essenziale, calibrato su ognuno dei
diversi interlocutori. Una chiarezza che impronta di sé anche la materia
legislativa e amministrativa. Invece delle migliaia di leggi fumose,
scritte male e attuate peggio che sono uno dei cancri dell’Italia
contemporanea, Napoleone promulga una normativa trasparente, che lascia
poco margine all’interpretazione, come dimostra il Codice civile che
porta il suo nome.
Maestro della comunicazione, è l’inventore di
tecniche modernissime di consenso di massa. Nessuno come lui ha capito
quanto sia grande il potere delle parole sugli uomini. Non trascura
nemmeno il merchandising di se stesso. Sforna un fiume di busti,
tabacchiere, bottiglie, boccette per i profumi, parafuochi, alamari,
ventagli, portafogli, lumini da notte, termometri, sigilli, coltelli,
calendari illustrati che portano la sua effigie. In piedi, seduto, a
cavallo c’è un Napoleone in ogni casa.
Di non minore importanza è
l’attenzione portata alla scuola, alla formazione dei futuri quadri,
alla gestione dei Beni culturali. Il protettore delle lettere e delle
arti sa bene cosa può fare la cultura per la formazione di una coesione
nazionale. Non a caso il museo che oggi conosciamo come il Louvre viene
alimentato con una serie di razzie artistiche che il ventisettenne alla
guida dell’Armata d’Italia ha ben chiare in testa ancor prima di
partire. La stessa spedizione in Egitto parte con una marcata valenza
scientifica. Nella pratica del buongoverno entrano persino — udite,
udite! — i libri. Prima di lasciare Fontainebleau per l’Elba va in
biblioteca, e sceglie personalmente le opere che si vuol portare dietro:
i classici greci e latini, le Confessioni di Agostino, Rousseau,
Montesquieu, Diderot, Voltaire, opere di storia, astronomia, geografia,
anatomia, chimica, botanica, architettura, topografia. È un lettore
onnivoro e compulsivo, un costruttore di biblioteche che si tiene
aggiornato sulle novità librarie, controlla le letture dei suoi
dipendenti, incoraggia gli scrittori. Lui stesso era uno scrittore che
aveva cose più urgenti da fare.
Il Vinto che sbarca a Portoferraio
il mercoledì 4 maggio 1814, tra la sospettosa curiosità degli elbani
accorsi a vedere che effetto fa la sventura, dopo duecento anni corre
ancora davanti a noi, e ogni tanto si guarda indietro. No, del
buongoverno italico ancora nessuna traccia. Chissà che adesso nel gruppo
dei ritardatari cronici non si stagli la figuretta di un altro giovane
generale lanciato al galoppo.
Elba, il nido borghese dell’Aquila imperiale prima dell’ultimo volo
di Vittorio Criscuolo Corriere La Lettura 2.3.14
Il
3 maggio 1814, nello stesso giorno in cui Luigi XVIII faceva il suo
ingresso a Parigi, la fregata inglese che portava Napoleone all’isola
d’Elba giungeva nella rada di Portoferraio. Era stato lo zar di Russia
Alessandro I, entrato nella capitale francese il 31 marzo 1814 alla
testa delle forze coalizzate, a concedergli con il trattato di
Fontainebleau la sovranità dell’isola e un appannaggio annuo di 2
milioni a carico del tesoro francese, in cambio della rinuncia a ogni
pretesa sulla Francia. Il cancelliere austriaco Metternich e il ministro
degli esteri inglese Castlereagh, giunti a Parigi qualche giorno dopo
la firma del trattato, sapevano bene quanto pericolosa fosse la presenza
di Napoleone a pochi chilometri dalle coste italiane, ma ormai era
impossibile tornare indietro.
Il 4 maggio, vestito con l’abito verde
dei cacciatori della Guardia imperiale, Napoleone sbarcò sull’isola,
accolto dalla popolazione con un moto di stupefatto entusiasmo, nel
quale non mancava una certa inquietudine per quell’evento che veniva a
sconvolgere la quiete dell’isola. Sui forti di Portoferraio sventolava
già la bandiera che lo stesso Napoleone aveva ideato per il suo regno:
bianca attraversata da una banda diagonale rossa con tre api d’oro.
Colpito
dalla magnifica vista sul mare che offriva il giardino, egli scelse
come sua residenza la Villa dei Mulini, e fece costruire poi una villa
di campagna fra i vigneti della valle di San Martino. Poiché il trattato
di Fontainebleau gli garantiva il mantenimento del rango e dei titoli,
ripristinò il cerimoniale di corte. Mise insieme anche una biblioteca
che potesse soddisfare la sua passione per la lettura. I veterani della
guardia dicevano scherzando che Villa dei Mulini era il palazzo delle
Tuileries, e San Martino il castello di Saint-Cloud. In effetti lo
scenario era lontano dalla passata grandezza; il primo cameriere
Marchand, che lo avrebbe seguito anche a Sant’Elena, osservò che tutto
era come alle Tuileries, ma in miniatura. Tutto sembrava insomma un po’
finto, e l’abitudine dei pranzi domenicali della piccola corte
restituisce quasi l’immagine di un interno borghese.
Della sua
famiglia lo seguirono solo la madre e la sorella Paolina. Egli attese
invano l’arrivo del figlio e della seconda moglie Maria Luisa, figlia
dell’imperatore d’Austria. Le sue lettere non ebbero risposta: nel
ducato di Parma che le era stato assegnato, ella si era legata ormai con
un ufficiale austriaco, il conte Neipperg, che avrebbe sposato nel
1821. Quanto al figlio, era di fatto un ostaggio alla corte di Vienna.
Spinti dall’ammirazione o dalla curiosità, numerosi visitatori si
recarono nell’isola; fra essi anche la polacca Maria Walewska con il
figlio avuto da Napoleone. Grazie soprattutto a Paolina, frequenti
furono le feste, i balli e le rappresentazioni teatrali, per le quali
Napoleone fece trasformare una chiesa in disuso.
Fin dai primi
giorni l’imperatore diede vita ad una frenetica attività, che sconvolse
la sonnacchiosa vita dell’isola. Si preoccupò innanzitutto della
sicurezza, rafforzando le fortificazioni e sistemando delle batterie
nelle isole di Pianosa e Palmaiola. Curando personalmente ogni
dettaglio, provvide alla costruzione e alla manutenzione delle strade,
all’igiene pubblica e alla sanità. Si sforzò anche di promuovere
l’agricoltura, anche attraverso l’introduzione di nuove colture, di
incrementare la pesca, di migliorare lo sfruttamento delle miniere di
ferro, iniziative che rimasero per lo più allo stato di progetti. Non
bisogna credere però che questo frenetico attivismo servisse soprattutto
a mascherare il desiderio di fuga: il ritorno in Francia fu deciso solo
quando se ne realizzarono le condizioni.
Certo, egli poteva
lamentare l’impossibilità di ricongiungersi alla moglie e al figlio, e
il mancato pagamento dell’indennità da parte del governo francese.
Sorvegliato da spie di tutte le potenze, egli temeva anche che il
governatore della Corsica avesse l’incarico di assassinarlo. A novembre
giunsero dal Congresso di Vienna, dove le potenze vincitrici erano
riunite, voci di una possibile deportazione a Santa Lucia o a
Sant’Elena. Ma soprattutto risultarono decisive le notizie sulla
situazione interna della Francia ricavate dai giornali, dai viaggiatori,
dagli emissari bonapartisti: la smobilitazione dell’esercito,
l’arroganza di emigrati e ultrareazionari che mettevano in discussione
la Carta costituzionale concessa da Luigi XVIII, l’offensiva clericale
avevano creato un diffuso malcontento nei confronti della restaurata
monarchia borbonica.
Approfittando di un’assenza temporanea
dell’ufficiale inglese incaricato di controllarlo, Napoleone organizzò
in tutta fretta i preparativi per la partenza. Non mancarono in seguito
voci secondo le quali l’Inghilterra avrebbe favorito ad arte la fuga per
sbarazzarsi definitivamente del nemico. Nella notte del 26 febbraio
Napoleone lasciò l’isola con circa mille uomini, stipati sulla fregata
«L’Inconstant» e su altre sei imbarcazioni. Senza incrociare le navi
francesi che pattugliavano il mare, Napoleone giunse nel Golfo Juan il
1° marzo e arrivò attraverso le Alpi a Grenoble e poi a Lione, dove fu
accolto trionfalmente dalla popolazione.
Il maresciallo Ney, inviato
ad arrestarlo, passò dalla sua parte. Così senza alcun ostacolo egli
poté rientrare il 20 alle Tuileries, mentre Luigi XVIII fuggiva in
Belgio. La notizia della fuga giunse a Vienna il 7 marzo, e subito
Inghilterra, Austria, Prussia e Russia rinnovarono la loro alleanza,
mettendo Napoleone «al bando delle relazioni civili»: ancora una volta
egli era solo di fronte all’Europa. Ebbe il sostegno dei soldati, dei
contadini, dei lavoratori delle città, mentre la borghesia e i notabili
rimasero freddi. Il volo dell’Aquila, giunta di campanile in campanile
fino a Parigi, rinverdiva i fasti della leggenda. Ma la Francia intuiva
oscuramente che questa avventura non poteva portarle nulla di buono:
dopo Waterloo la pace fu ottenuta a condizioni ben più dure rispetto
all’anno precedente. D’altra parte il ritorno di Napoleone dimostrò che
era impossibile ogni conciliazione fra gli eredi della rivoluzione e i
fautori dell’antico regime: due France ormai si confrontavano,
inconciliabilmente nemiche, e il loro conflitto avrebbe caratterizzato a
lungo la storia della nazione.
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