domenica 2 marzo 2014

Napoleone somigliava a Renzi...

Ei fu, anche un manager

Napoleone univa alla progettazione la rapidità d’azione Conosceva e motivava le persone, valorizzava la cultura

di Ernesto Ferrero  Corriere La Lettura 2.3.14


Il 31 marzo 1814 lo zar Alessandro I, accompagnato dal re di Prussia, entra in Parigi. È il coronamento della guerra patriottica cominciata meno di due anni prima, con l’invasione francese della Russia. Napoleone conserva ancora l’esercito con cui ha condotto una serie di brillanti battaglie difensive, ma i suoi generali non vogliono più combattere. Il 6 aprile si decide ad abdicare. Firma un trattato che gli assegna la sovranità dell’isola d’Elba e due milioni di franchi l’anno (che non verranno mai versati). Il 20 si congeda dalla Guardia, e annuncia ai fedelissimi in lacrime che «nell’isola del riposo» avrebbe scritto le grandi gesta che avevano compiuto insieme. 
Naturalmente l’ipercinetico generale Bonaparte (come si ostinano a chiamarlo gli inglesi, è l’unico titolo legale che gli riconoscono) a riposo non ci sa stare. Tutti sanno che l’Elba è un compromesso momentaneo. Gli alleati già meditano di deportarlo in un altrove più sicuro, i Caraibi, l’America, persino un’isola remota che si chiama Sant’Elena. Lui, che dispone di ottimi servizi di intelligence, prepara la fuga del febbraio 1815 recitando la parte del pensionato che pensa soltanto alle sue vacche e alla casa di campagna da risistemare. Il giorno dopo il suo arrivo a Portoferraio comincia a rivoltare come un guanto l’amministrazione dell’isola. In meno di una settimana sistema cisterne e acquedotti, navigli e batterie costiere, magazzini, ponti e strade, giardini, fogne e smaltimento rifiuti, dazi e tributi. Visita le miniere di Rio per capire come sfruttarle meglio, avvia la costruzione della nuova residenza. Dà all’architetto otto giorni per finire. Si conferma per quel che è sempre stato: un manager multitasking come non se ne sono mai visti, un organizzatore onnisciente, lucido, fulmineo. 
Se ne era accorto anche Goethe: «Vedo che quando Sua Maestà è in viaggio non trascura di fermare lo sguardo anche sulle cose più piccole». Dio e il Diavolo si vedono nei dettagli, e lui è un problem solver nato, che non lascia nulla al caso. Per ogni emergenza ha sempre pronto un piano B. «Tutto in me è calcolo», si vanta. 
Il vero Napoleone non è quello a cavallo, sontuosamente abbigliato, che David immagina al passaggio del San Bernardo, ma l’amministratore affaticato da una notte di lavoro, che si fa ritrarre nel suo ufficio dal medesimo David a fianco di una candela semispenta, e sembra dire ai francesi che possono dormire tranquilli perché lui è sempre lì che lavora per loro. Il Memoriale di Sant’Elena , pubblicato nel 1823, diventa il breviario dei ceti emergenti perché porge un messaggio potente: anche voi bravi borghesi potete ambire alle imprese più alte, il mondo è vostro, se avrete energia, talento, volontà inflessibile, capacità di sacrificio. 
Ma che cosa troverebbe oggi Napoleone sbarcando sulle coste italiane dopo duecento anni? Nessuno dei precetti che compongono il suo sistema operativo è stato assimilato. La concezione del Tempo, anzitutto. Per la vecchia aristocrazia, il tempo era una risorsa praticamente illimitata, di cui disporre a piacere. Per lui, in pace come in guerra, è un bene primario, di cui non va sprecato nemmeno un secondo. Per anni la rapidità delle sue mosse, le marce forzate, l’ubiquità dei suoi eserciti gli assicurano il fattore sorpresa. È un cambio radicale di mentalità. Pianifica con mesi d’anticipo, realizza fulmineamente. Il suo è il tempo del produttore e del mercante, molto simile a quello delle catene di montaggio che verranno. 
Secondo e fondamentale ingrediente, la capacità di motivare i suoi uomini e la meritocrazia. Il grande organizzatore sa che «i valori morali rappresentano i tre quarti, le attrezzature un quarto». Vince la prima campagna d’Italia infiammando un’armata cenciosa con i suoi proclami. Apre le carriere al merito: con lui anche Julien Sorel, figlio di un falegname di paese, poteva diventare maresciallo. L’impeto travolgente delle armate francesi è in primo luogo un sogno di rivincita sociale che riesce a realizzare se stesso. Il merito viene premiato largamente e prontamente, portato ad esempio, sino a diventare chanson de gestes , campionario mitologico. Altro caposaldo della gestione napoleonica è il controllo rigoroso dei budget, cui sovrintende personalmente, avvalendosi di una memoria che gli consente di identificare e colpire esemplarmente sprechi e abusi. 
Si crea così la leggenda del Capo dai cento occhi cui nulla può sfuggire, che alimenta i comportamenti virtuosi. Non meno decisiva la sua capacità di parlare un linguaggio diretto, essenziale, calibrato su ognuno dei diversi interlocutori. Una chiarezza che impronta di sé anche la materia legislativa e amministrativa. Invece delle migliaia di leggi fumose, scritte male e attuate peggio che sono uno dei cancri dell’Italia contemporanea, Napoleone promulga una normativa trasparente, che lascia poco margine all’interpretazione, come dimostra il Codice civile che porta il suo nome. 
Maestro della comunicazione, è l’inventore di tecniche modernissime di consenso di massa. Nessuno come lui ha capito quanto sia grande il potere delle parole sugli uomini. Non trascura nemmeno il merchandising di se stesso. Sforna un fiume di busti, tabacchiere, bottiglie, boccette per i profumi, parafuochi, alamari, ventagli, portafogli, lumini da notte, termometri, sigilli, coltelli, calendari illustrati che portano la sua effigie. In piedi, seduto, a cavallo c’è un Napoleone in ogni casa. 
Di non minore importanza è l’attenzione portata alla scuola, alla formazione dei futuri quadri, alla gestione dei Beni culturali. Il protettore delle lettere e delle arti sa bene cosa può fare la cultura per la formazione di una coesione nazionale. Non a caso il museo che oggi conosciamo come il Louvre viene alimentato con una serie di razzie artistiche che il ventisettenne alla guida dell’Armata d’Italia ha ben chiare in testa ancor prima di partire. La stessa spedizione in Egitto parte con una marcata valenza scientifica. Nella pratica del buongoverno entrano persino — udite, udite! — i libri. Prima di lasciare Fontainebleau per l’Elba va in biblioteca, e sceglie personalmente le opere che si vuol portare dietro: i classici greci e latini, le Confessioni di Agostino, Rousseau, Montesquieu, Diderot, Voltaire, opere di storia, astronomia, geografia, anatomia, chimica, botanica, architettura, topografia. È un lettore onnivoro e compulsivo, un costruttore di biblioteche che si tiene aggiornato sulle novità librarie, controlla le letture dei suoi dipendenti, incoraggia gli scrittori. Lui stesso era uno scrittore che aveva cose più urgenti da fare. 
Il Vinto che sbarca a Portoferraio il mercoledì 4 maggio 1814, tra la sospettosa curiosità degli elbani accorsi a vedere che effetto fa la sventura, dopo duecento anni corre ancora davanti a noi, e ogni tanto si guarda indietro. No, del buongoverno italico ancora nessuna traccia. Chissà che adesso nel gruppo dei ritardatari cronici non si stagli la figuretta di un altro giovane generale lanciato al galoppo. 

Elba, il nido borghese dell’Aquila imperiale prima dell’ultimo volo
di Vittorio Criscuolo Corriere La Lettura 2.3.14

Il 3 maggio 1814, nello stesso giorno in cui Luigi XVIII faceva il suo ingresso a Parigi, la fregata inglese che portava Napoleone all’isola d’Elba giungeva nella rada di Portoferraio. Era stato lo zar di Russia Alessandro I, entrato nella capitale francese il 31 marzo 1814 alla testa delle forze coalizzate, a concedergli con il trattato di Fontainebleau la sovranità dell’isola e un appannaggio annuo di 2 milioni a carico del tesoro francese, in cambio della rinuncia a ogni pretesa sulla Francia. Il cancelliere austriaco Metternich e il ministro degli esteri inglese Castlereagh, giunti a Parigi qualche giorno dopo la firma del trattato, sapevano bene quanto pericolosa fosse la presenza di Napoleone a pochi chilometri dalle coste italiane, ma ormai era impossibile tornare indietro.
Il 4 maggio, vestito con l’abito verde dei cacciatori della Guardia imperiale, Napoleone sbarcò sull’isola, accolto dalla popolazione con un moto di stupefatto entusiasmo, nel quale non mancava una certa inquietudine per quell’evento che veniva a sconvolgere la quiete dell’isola. Sui forti di Portoferraio sventolava già la bandiera che lo stesso Napoleone aveva ideato per il suo regno: bianca attraversata da una banda diagonale rossa con tre api d’oro.
Colpito dalla magnifica vista sul mare che offriva il giardino, egli scelse come sua residenza la Villa dei Mulini, e fece costruire poi una villa di campagna fra i vigneti della valle di San Martino. Poiché il trattato di Fontainebleau gli garantiva il mantenimento del rango e dei titoli, ripristinò il cerimoniale di corte. Mise insieme anche una biblioteca che potesse soddisfare la sua passione per la lettura. I veterani della guardia dicevano scherzando che Villa dei Mulini era il palazzo delle Tuileries, e San Martino il castello di Saint-Cloud. In effetti lo scenario era lontano dalla passata grandezza; il primo cameriere Marchand, che lo avrebbe seguito anche a Sant’Elena, osservò che tutto era come alle Tuileries, ma in miniatura. Tutto sembrava insomma un po’ finto, e l’abitudine dei pranzi domenicali della piccola corte restituisce quasi l’immagine di un interno borghese.
Della sua famiglia lo seguirono solo la madre e la sorella Paolina. Egli attese invano l’arrivo del figlio e della seconda moglie Maria Luisa, figlia dell’imperatore d’Austria. Le sue lettere non ebbero risposta: nel ducato di Parma che le era stato assegnato, ella si era legata ormai con un ufficiale austriaco, il conte Neipperg, che avrebbe sposato nel 1821. Quanto al figlio, era di fatto un ostaggio alla corte di Vienna. Spinti dall’ammirazione o dalla curiosità, numerosi visitatori si recarono nell’isola; fra essi anche la polacca Maria Walewska con il figlio avuto da Napoleone. Grazie soprattutto a Paolina, frequenti furono le feste, i balli e le rappresentazioni teatrali, per le quali Napoleone fece trasformare una chiesa in disuso.
Fin dai primi giorni l’imperatore diede vita ad una frenetica attività, che sconvolse la sonnacchiosa vita dell’isola. Si preoccupò innanzitutto della sicurezza, rafforzando le fortificazioni e sistemando delle batterie nelle isole di Pianosa e Palmaiola. Curando personalmente ogni dettaglio, provvide alla costruzione e alla manutenzione delle strade, all’igiene pubblica e alla sanità. Si sforzò anche di promuovere l’agricoltura, anche attraverso l’introduzione di nuove colture, di incrementare la pesca, di migliorare lo sfruttamento delle miniere di ferro, iniziative che rimasero per lo più allo stato di progetti. Non bisogna credere però che questo frenetico attivismo servisse soprattutto a mascherare il desiderio di fuga: il ritorno in Francia fu deciso solo quando se ne realizzarono le condizioni.
Certo, egli poteva lamentare l’impossibilità di ricongiungersi alla moglie e al figlio, e il mancato pagamento dell’indennità da parte del governo francese. Sorvegliato da spie di tutte le potenze, egli temeva anche che il governatore della Corsica avesse l’incarico di assassinarlo. A novembre giunsero dal Congresso di Vienna, dove le potenze vincitrici erano riunite, voci di una possibile deportazione a Santa Lucia o a Sant’Elena. Ma soprattutto risultarono decisive le notizie sulla situazione interna della Francia ricavate dai giornali, dai viaggiatori, dagli emissari bonapartisti: la smobilitazione dell’esercito, l’arroganza di emigrati e ultrareazionari che mettevano in discussione la Carta costituzionale concessa da Luigi XVIII, l’offensiva clericale avevano creato un diffuso malcontento nei confronti della restaurata monarchia borbonica.
Approfittando di un’assenza temporanea dell’ufficiale inglese incaricato di controllarlo, Napoleone organizzò in tutta fretta i preparativi per la partenza. Non mancarono in seguito voci secondo le quali l’Inghilterra avrebbe favorito ad arte la fuga per sbarazzarsi definitivamente del nemico. Nella notte del 26 febbraio Napoleone lasciò l’isola con circa mille uomini, stipati sulla fregata «L’Inconstant» e su altre sei imbarcazioni. Senza incrociare le navi francesi che pattugliavano il mare, Napoleone giunse nel Golfo Juan il 1° marzo e arrivò attraverso le Alpi a Grenoble e poi a Lione, dove fu accolto trionfalmente dalla popolazione.
Il maresciallo Ney, inviato ad arrestarlo, passò dalla sua parte. Così senza alcun ostacolo egli poté rientrare il 20 alle Tuileries, mentre Luigi XVIII fuggiva in Belgio. La notizia della fuga giunse a Vienna il 7 marzo, e subito Inghilterra, Austria, Prussia e Russia rinnovarono la loro alleanza, mettendo Napoleone «al bando delle relazioni civili»: ancora una volta egli era solo di fronte all’Europa. Ebbe il sostegno dei soldati, dei contadini, dei lavoratori delle città, mentre la borghesia e i notabili rimasero freddi. Il volo dell’Aquila, giunta di campanile in campanile fino a Parigi, rinverdiva i fasti della leggenda. Ma la Francia intuiva oscuramente che questa avventura non poteva portarle nulla di buono: dopo Waterloo la pace fu ottenuta a condizioni ben più dure rispetto all’anno precedente. D’altra parte il ritorno di Napoleone dimostrò che era impossibile ogni conciliazione fra gli eredi della rivoluzione e i fautori dell’antico regime: due France ormai si confrontavano, inconciliabilmente nemiche, e il loro conflitto avrebbe caratterizzato a lungo la storia della nazione. 

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