domenica 2 marzo 2014
Saggezza geopolitica
Quella Penisola sul Mar Nero ventre molle dell’Impero Russo
Caterina la Grande, Stalin, Eltsin: tutti hanno difeso la Crimea
di Sergio Romano Corriere 2.3.14
I
buoni accordi internazionali sono quelli in cui ciascuna delle due
parti, senza trascurare i propri interessi, riesce a mettersi nei panni
dell’altra e ne comprende le esigenze. Dopo la guerra del 1870 Bismarck
capì che la Francia umiliata non avrebbe dimenticato la sconfitta e ne
favorì le ambizioni coloniali in Tunisia per dare qualche soddisfazione
al suo bisogno di dignità e grandezza.
Dopo la fine della Seconda
guerra mondiale, Stalin capì che una Finlandia indipendente e neutrale
sarebbe stata meno pericolosa per l’Urss di una repubblica sovietizzata e
costretta a vivere all’interno delle frontiere del Paese contro cui si
era coraggiosamente battuta. La Nato e più recentemente l’Unione Europea
sembrano avere dimenticato questo principio della convivenza
internazionale. Hanno esteso le frontiere dell’Alleanza Atlantica al di
là del sipario di ferro sino ai confini nord-occidentali della Russia.
Hanno incluso l’Ucraina e la Georgia fra i Paesi che, prima o dopo, ne
sarebbero divenuti membri. E corrono il rischio di commettere errori
altrettanto gravi nel caso della Crimea.
Fino alla seconda metà del
XVIII secolo la Crimea era un khanato tataro, residuo storico dell’Orda
d’oro (da cui la Russia era stata occupata nel XIII secolo) e vassallo
dell’Impero ottomano. Conquistato da Caterina la Grande nel 1784,
permise alla Russia di rafforzare la sua presenza nel Mar Nero e divenne
la principale base militare della sua flotta meridionale. La guerra di
Crimea e l’assedio di Sebastopoli, nel 1854, confermarono che quello era
il ventre molle dell’Impero, la provincia che la Russia non poteva
abbandonare senza rinunciare alla propria sicurezza. Una delle
condizioni più umilianti del Trattato di Parigi, dopo la fine della
guerra di Crimea, fu per l’appunto la chiusura delle basi, imposta dai
vincitori. La clausola fu revocata prima della fine dell’Ottocento, ma
dopo la Rivoluzione d’Ottobre, durante la guerra civile, la Crimea
divenne uno dei principali contrafforti dell’esercito bianco del
generale Denikin e, più tardi, del generale Wrangel. Riconquistata dai
Rossi, continuò ad avere per lo Stato sovietico la stessa importanza
politica e militare che aveva avuto per lo Stato zarista. Erano criteri e
riflessi imperiali, ma non diversi da quelli che ispiravano le grandi
potenze e che hanno motivato negli ultimi decenni molte iniziative della
politica americana.
La Seconda guerra mondiale confermò i timori
della Russia. Quando le armate tedesche invasero l’Urss nel 1941 e
avanzarono rapidamente sino ai sobborghi di Mosca, Hitler volle che una
parte del corpo di spedizione piegasse verso sud e scendesse in Crimea.
Non gli bastava Odessa, presidiata dai romeni sul Mar Nero. Voleva
conquistare il Caucaso e impadronirsi del petrolio di Baku, sognava di
lanciare la Wehrmacht verso l’India con un sogno strategico che
ricordava quelli di Alessandro e di Napoleone. I tedeschi s’installarono
in Crimea (dove poterono contare sulla collaborazione di molti tatari) e
furono respinti per qualche tempo dall’Armata Rossa, ma riuscirono a
tornarvi sino all’autunno del 1943. Stalin non dimenticò il rischio
corso dall’integrità dello Stato e non esitò a deportare le popolazioni
tatare in Asia centrale. Più tardi, nel 1954, Kruscev regalò la penisola
a Kiev per festeggiare il trecentesimo anniversario della storica
unione fra Russia e Ucraina. Forse voleva dare una soddisfazione al
Paese in cui era nato, forse aveva festeggiato, come era spesso sua
abitudine, con troppi bicchieri di vodka.
Anche Boris Eltsin era un
grande bevitore, ma in materia di Ucraina e di Crimea dette prova di
prudenza e buon senso. Sapeva che la fine dell’Unione Sovietica
presentava grandi rischi. I confini delle repubbliche erano il risultato
delle manipolazioni staliniane e quasi sempre contestabili. Occorreva
quindi evitare che lo scioglimento del patto federale imposto dal regime
comunista risvegliasse i nazionalismi che continuavano ad ardere come
brace sotto la crosta della vecchia Unione Sovietica. Eltsin sperava di
sostituire all’Urss una Comunità degli Stati indipendenti e sapeva che
il suo disegno avrebbe avuto qualche possibilità di successo soltanto se
le frontiere di tutte le repubbliche fossero state confermate e
riconosciute. Avrebbe potuto rivendicare la Crimea, dove i russi, prima
del ritorno dei tatari, rappresentavano circa due terzi della
popolazione. Ma rinunciò a qualsiasi pretesa. Non poteva, tuttavia,
ignorare l’importanza strategica di Sebastopoli per la flotta e negoziò
con i dirigenti di Kiev un affitto di lunga durata fino al 2017 che è
stato recentemente rinnovato per un periodo di 25 anni dal governo di
Viktor Yanukovich.
Vladimir Putin non ha abbandonato questa linea.
Ha fatto la guerra cecena per impedire la nascita di uno Stato musulmano
a nord del Caucaso, ma ha dato in cambio denaro e autonomia. Ha punito
le aspirazioni atlantiche della Georgia con la creazione di due piccoli
Stati vassalli (Abkhazia e Ossezia), ma soltanto dopo la provocazione
militare di Mikhail Saakashvili. Ha cercato di impedire che l’Ucraina,
insieme alla Crimea, venisse attratta verso l’Unione Europea e domani,
probabilmente, verso la Nato. Ma non credo che tema il cambiamento dei
confini meno di Eltsin. L’Unione Europea, in queste circostanze, ha di
fronte a sé due scelte possibili. Può sostenere le piazze ucraine e
accettare di conseguenza la possibilità che il Paese si spacchi in
quattro pezzi: l’Ucraina di Leopoli, quella di Kiev, quella russofona e
una Crimea inevitabilmente soggetta a una sorta di protettorato russo.
Può invece cercare con la Russia un accordo che salvi l’integrità dello
Stato e lo aiuti economicamente a uscire dalla crisi. Speriamo che si
ricordi, prima di prendere una decisione, ciò che accadde quando la
Germania, nel dicembre 1991, riconobbe troppo frettolosamente
l’indipendenza della Slovenia e della Croazia.
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1 commento:
D'accordo su tutto. Ho già scritto che Sergio Romano è una delle poche teste pensanti in circolazione. Il resto è solo servilismo sciocco verso la politica Usa e la cecità criminale dell'Unione Europea
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