domenica 2 marzo 2014

Religiosità popolare e antropologia nel Mezzogiorno

Stefano De Matteis: Mezzogiorno di Fede. Il rito tra esperienza, memoria e storia,  D’Auria Editore

Risvolto
Un santo ignorante e sciancato che però riesce a volare... Nel chiuso delle celle dei seminari e dei conventi scorre il sangue da corpi martoriati... Le strade si arrossano del sangue dei devoti che si fustigano pubblicamente in segno di pentimento…
Le scene sono quelle di un cannibalismo diffuso: la devozione popolare lascia una scia di sangue che dal Seicento arriva fino ad oggi con gli ultimi riti penitenziali eseguiti da battenti a sangue. Nello stesso tempo procedure devozionali utilizzano resti umani per comunicare con l’aldilà: crani e teschi non sono solo simboli ma vere e proprie antenne per mettersi in contatto con un mondo ultraterreno che però l’immaginario devoto fa somigliare alla vita di tutti i giorni.
Una religiosità non sempre ben vista dalla chiesa, anzi spesso ostacolata e combattuta, fatta di riti e culti, di narrazioni e di storie che si riproduce grazie all’esperienza, vive nella memoria e si alimenta delle tragedie della storia. Almeno finché pratiche di profilassi museale non l’hanno tolta ai fedeli per affidarla al gusto onnivoro e indifferente dell’attuale turismo di massa.
Stefano De Matteis si occupa di rappresentazioni simboliche e processi rituali. Ha dedicato i primi lavori alla cultura popolare, alla religiosità e alla devozione: dal 1993 con Antropologia delle animein pena, scritto insieme a Marino Niola (Argo), fino al 2011 con La Madonna degli esclusi(M. D’Auria). Su Napoli ha scritto Lo specchio della vita(il Mulino, 1991) e Napoli in scena. Antropologia della città del teatro (Donzelli, 2012). Per l’edizione italiana delle opere di Victor Turner (Dal rito al teatro, il Mulino 1986e Antropologia della performance, il Mulino 1993) ha in preparazioneAntropologia dell’esperienza (il Mulino, 2014).


Quei misteriosi riti del sud Italia che resistono al tempo
di Cristiano De Majo Repubblica 2.3.14


La vita di un santo salentino del Seicento che , in estasi mistica, riusciva a lievitare. La processione dei battenti di Guardia Sanframondi come “teatro totale” di sangue versato e carni martoriate. Il culto delle anime del Purgatorio a Napoli, nella sua particolare relazione tra vivi e ossa di cadaveri. Questi tre fenomeni, uno dietro l’altro, con la bussola di Gregory Beteson, sostenitore del “mettere insieme i dati” come forma di spiegazione, sono al centro di un interessante libro uscito da D’Auria Editore, intitolato Mezzogiorno di Fede e firmato da Stefano De Matteis, singolare figura di antropologo-editore napoletano. Un saggio che, pure pagando il pegno di un linguaggio a tratti accademico e gergale – l’uso della seconda persona plurale, certi raccordi troppo didascalici – conserva svariati motivi di interesse per il lettore non specializzato, ma curioso. E innanzitutto per la notevole abilità descrittiva dell’autore, che in questo viaggio intorno alla strettissima relazione tra corpo, Meridione d’Italia e fede, scrive pagine di grande forza narrativa. Succede, soprattutto, nel racconto della processione dei battenti di Guardia Sanframondi. Un rito «antico, irriproducibile e segreto», che si svolge ogni sette anni in questo piccolo paesino della provincia di Benevento e che resta «vivo e poco compromesso da trasformazioni » nonostante fosse stato proibito già in epoca borbonica. Si fa fatica a credere che oggi, nell’Occidente delle identità liquide, mille persone incappucciate, con in mano un tappo di sughero ricoperto da trentatré chiodi, si feriscano volontariamente, ricoprendo di sangue le strade del loro paese, eppure, seguendo il racconto del testimone- antropologo non si fa nessuna fatica a essere sul posto ad ascoltare «il suono sordo dei colpi inferti sul corpo» e ad assistere con un misto di rapimento e rifiuto. Il corpo è, del resto, il protagonista assoluto dell’indagine; il trait d’union che collega queste storie di religiosità meridionale, nonostante la loro diversa collocazione temporale. A partire dalle illuminanti considerazioni sul rapporto tra malattia e beatitudine, bene incarnato dalla vita di San Giuseppe da Copertino, sorta di Padre Pio ante litteram, per arrivare al corpo nella sua riduzione ultima, lo scheletro, e in particolare il teschio, adottato, quasi coccolato, trasformato in un membro di famiglia, nel minoritario culto delle anime del Purgatorio, oggi quasi del tutto scomparso, ma fino a pochi anni fa attivo in alcune comunità di zona, a Napoli. Si legge pensando a quanto possano essere ambigue e permeabili le categorie del moderno o del contemporaneo, e a quanto il Sud contenga nelle sue contraddizioni senza tempo una forma di verità.

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