lunedì 3 marzo 2014
Una storia dell'economia italiana nel contesto internazionale
Gianni Toniolo: L’Italia e l’economia mondiale dall’unità a oggi, Marsilio - Edizioni della Banca d’Italia
Risvolto
Il
volume presenta una "nuova storia economica" dell'Italia nei primi 150
anni di unità nazionale. Attraverso ua visione ampia dei successi e dei
ritardi delle imprese italiane, dei lavoratori, dell'azione pubblica nel
rispondere alle sfide del mutamento economico internazionale, il libro
delinea le ragioni dell'attuale insoddisfacente risposta dell'economia
Italiana alla "seconda globalizzazione". La prospettiva storica è
essenziale per afferrare le debolezze presenti, come il divario
Nord-Sud, il basso livello di capitale umano, il fragile sistema
d'innovazione e l'inefficienza della pubblica amministrazione. Gli
ultimi vent'anni di stagnazione rivelano radici antiche, i recenti shock
aggravano i problemi irrisolti.
Il consenso a caro prezzo
di Ernesto Galli della Loggia Corriere 3.3.14
Qual è la causa profonda della crisi italiana, che ormai sappiamo bene
essere una crisi niente affatto congiunturale? Un filo per imbastire una
risposta adeguata lo si trova leggendo i saggi di un volume curato da
Gianni Toniolo — L’Italia e l’economia mondiale dall’unità a oggi — e
pubblicato nella bella collana storica della Banca d’Italia. Come spesso
capita, la prospettiva dei tempi lunghi, soprattutto centrale nel
saggio introduttivo del curatore, serve a far vedere meglio le cose.
All’incirca verso il 1990 lo sviluppo del nostro Paese aveva più o meno
raggiunto quello dell’Europa occidentale. Un’impresa ragguardevolissima,
se si considera che solo un secolo prima rispetto a quella parte del
continente non eravamo ancora usciti dalla decadenza secolare che ci
aveva colpito dalla fine del Cinquecento. Ma dai primissimi del
Novecento sopraggiunge una crescita sostenuta e pressoché costante,
divenuta impetuosa a cominciare dalla Grande Guerra alla fine degli anni
Venti e quindi nel trentennio 1950-1980, durante il quale diminuirono
anche — e non di pochissimo — la distanza tra Nord e Sud e la
diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza tra i gruppi sociali.
Da allora, invece, se non proprio un precipizio, quasi. Basti dire che
il rapporto tra il Prodotto interno lordo pro capite italiano e quello
degli Usa è tornato nel 2010 ai livelli del 1973. In questo secolo,
insomma, la nostra crescita è semplicemente inesistente, e da un certo
punto in poi inizia addirittura una decrescita. Un deterioramento
complessivo di cui può essere considerato un preannuncio simbolicamente
esemplare ciò che a cominciare dagli anni Ottanta avviene del rapporto
debito/Pil: da circa il 60 per cento nel 1979 si passa in un solo
decennio al 90, per arrivare nel 1992 al 105 per cento.
Che cosa è successo per giustificare la drammatica inversione avutasi
nello sviluppo italiano? In queste pagine si danno parecchie spiegazioni
(poche grandi imprese, mancato inserimento nell’imponente rivoluzione
tecnologica e dei servizi di fine Novecento, aumento eccessivo del costo
del lavoro, eccetera), ma se ne affaccia di continuo, mi sembra, una in
particolare, benché mai sviscerata fino in fondo. Vale a dire che in
Italia ciò che è venuto meno non è qualcosa che attiene direttamente
all’economia, ma è piuttosto una generale «capacità sociale di crescita»
(Toniolo).
Diviene allora impossibile non collegare il ciclo economico a quello
politico, e chiedersi se negli Anni 70/80, data di inversione del primo,
non sia cominciato ad accadere anche nel secondo qualcosa di
significativo che possa essere messo in relazione con esso. Ebbene,
questo qualcosa è senz’altro accaduto, e si chiama avvento di un
consenso elettorale ad alto tasso di contrattazione. Mi spiego: fino a
quegli anni il voto appare in gran parte determinato da forti
motivazioni di appartenenza ideologica. Il voto mobile, cosiddetto
d’opinione, è piccola cosa, e specialmente lo spostamento da uno
all’altro dei due grandi blocchi elettorali — democristiano e comunista —
è decisamente limitato dalla natura del Pci quale partito
sostanzialmente delegittimato a governare.
Le cose però cominciano a cambiare dopo il Sessantotto. Gruppi sempre
più consistenti di elettorato «d’ordine» si staccano dalla vecchia
fedeltà elettorale; gli strati giovanili in quanto tali mostrano una
spiccata tendenza a sinistra; la sindacalizzazione coinvolge vasti
strati del ceto medio; si alza in generale il livello di richiesta di
servizi e di garanzie sociali (previdenza, assistenza, eccetera). Al
tempo stesso l’immagine del Partito comunista va perdendo i caratteri
negativi che fin lì aveva avuto ed esso pertanto diviene un competitore
credibile al governo del Paese.
Questo svolgersi delle cose rappresentava di certo una crescita
democratica, un positivo ampliamento degli spazi di azione sociale: da
una dimensione ideologicamente ingessata e asfissiante a una assai più
libera. Ma come sempre maggiore libertà avrebbe richiesto maggiore
responsabilità. Di cui invece, per varie ragioni qui troppo lunghe a
dirsi, la società italiana non era certo pronta a farsi carico. In
Italia maggiori spazi di democrazia vollero dire che a partire dagli
anni Settanta si aprì un mercato elettorale nel quale diveniva sempre
più difficile per il compratore politico opporsi alle richieste
molteplici e inevitabilmente settoriali dei diversi gruppi sociali
decisi a sfruttare al meglio il proprio voto. Si spiega in questo modo
tutta una serie di fenomeni destinati nei decenni successivi ad
aggravarsi e a produrre conseguenze negative molto importanti:
l’espansione caotica e costosa dello Stato sociale, i sussidi
indiscriminati alle imprese, il peggioramento della qualità
dell’istruzione e della Pubblica amministrazione a causa di concessioni
«permissiviste» dall’alto e pansindacalismi e agitazioni democraticiste
dal basso. Nel mentre l’istituzione delle Regioni e le varie «riforme»
non mancavano di produrre una progressiva perdita di controllo del
centro su tutte le periferie e su tutti gli insiemi.
Storicamente, dal ’45 in poi, la democrazia italiana ha voluto dire i
partiti, non la società: che anzi, nel lungo Dopoguerra, è stata
piuttosto da essi dominata, organizzata e disciplinata. È peraltro
impossibile negare che, in una misura significativa, il grande sviluppo
economico del Paese fu reso possibile proprio grazie ai partiti:
all’efficacia delle loro scelte e della loro direzione. Ma a partire
dagli Anni 70/80 la tendenza si rovescia. In un certo senso la società
reclama il suo primato «democratico» e comincia a sfuggire ai partiti, i
quali ne perdono progressivamente il controllo fino a conoscere la
virtuale dissoluzione del loro sistema con le inchieste di Mani pulite. E
da allora in avanti, non a caso, essi vivono e sono vissuti soprattutto
come qualcosa di superfluo, di parassitario, precisamente come una
«casta».
A questo punto, però, la società che prende il sopravvento si rivela per
ciò che è: una società con un assai debole «capitale civico»,
familistica e corporativizzata, complessivamente poco istruita e poco
interessata a informarsi, il cui interesse per la libera discussione è
scarsissimo, dislocata geograficamente, divisa in interessi particolari
accanitamente decisi ad autotutelarsi; dove il privato tende sempre a
prevalere su ciò che è pubblico o a piegarlo al proprio servizio; dove
non esistono élite sociali e culturali unanimemente riconosciute. Dove
sì, le energie non mancano, ma dove si manifesta sempre fortissima la
resistenza al cambiamento, al merito, alla mobilità.
È compatibile — questo è il punto — una società del genere con un
moderno sviluppo economico? E soprattutto: può riuscire a esprimere una
strategia appena appena coerente rispetto allo sviluppo anzidetto un
sistema politico che deve operare in un tale clima «democratico»? Che è
costretto a contrattare periodicamente il proprio consenso con una tale
società? Ecco altrettanti interrogativi cruciali a cui peraltro
s’incarica la realtà, mi sembra, di dare una risposta ogni giorno più
netta.
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