lunedì 3 marzo 2014

Una storia del Psiup

Il partito provvisorio
Aldo Agosti: Il partito provvisorio. Storia del Psiup nel lungo Sessantotto italiano, Laterza, Bari, 2013

Risvolto
Gli anni brevi di un partito della sinistra italiana, dal 1964 al 1972: un’esperienza intellettuale e politica vivace e intensa, portatrice di una cultura politica che recepiva le suggestioni di un più vasto movimento intellettuale europeo. Quando si organizzò in partito, raggiunse i 150.000 iscritti. Oscillante fra la volontà di salvaguardare a ogni costo il legame con i comunisti italiani e la tentazione di sfidare il Pci ‘da sinistra’, il Psiup coltivò l’idea di poter essere il perno di una rifondazione dello schieramento politico del movimento operaio e sembrò, fra le forze politiche della sinistra italiana, quella che meglio poteva adattarsi alla stagione dei movimenti. Ma era appesantito da un apparato dirigente centrale chiuso e da una struttura elefantiaca, sempre pesantemente condizionata dalla dipendenza economica dall’Urss. Di fronte all’invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968 prese così una posizione ambigua che aprì al suo interno una crisi alla fine fatale.


Psiup, il partito provvisorio
La scissione della sinistra socialista cinquant’anni fa Il libro di Aldo Agosti ripercorre la storia degli uomini, delle strategie e del pensiero che attraversarono un «pezzo» di Repubblica

di Giuseppe Cacciatore l’Unità 3.3.14

SONO PASSATI CINQUANT’ANNI DA QUANDO, AGLI INIZI DEL GENNAIO DEL 1964, SI CONSUMÒ LA SCISSIONE DELLA SINISTRA SOCIALISTACHENEGÒ,COI SUOI 25 DEPUTATI E 13 SENATORI, la fiducia all’appena costituito governo Moro-Nenni. Pur avendo il Psiup, nella sua breve vita (1964-1972), assunto un ruolo importante nel delinearsi di alcuni passaggi-chiave della strategia del movimento operaio, specialmente negli anni cruciali del «lungo sessantotto», l’anniversario della sua nascita è passato sotto silenzio. La fortunata circostanza della pubblicazione del libro di Aldo Agosti (Il partito provvisorio. Storia del Psiup nel lungo Sessantotto italiano, Laterza, Bari, 2013) ha posto riparo a questa ingiusta smemoratezza. Il volume non analizza e racconta soltanto la storia di un partito politico. Ciò che sta prima e dietro una puntuale e rigorosa ricognizione delle vicende di questo partito è la storia di una tradizione alla quale non sempre la storiografia degli ultimi decenni ha dato il dovuto spazio. È la tradizione della sinistra socialista, di una componente del socialismo italiano (da Serrati a Morandi, dal primo Nenni a Luigi Cacciatore, da Basso a Foa, da Lussu a Vecchietti), che ha contribuito in modo determinante a costruire quell’anomala collocazione di sinistra classista ed unitaria del Psi rispetto alle socialdemocrazie europee. 

Una consistente parte di questa tradizione doveva poi costituirsi come corrente organizzata dentro il Psi, specialmente dopo il congresso di Venezia del 1957 e l’incontro di Pralognan tra Nenni e Saragat del 1959, che sancirono la svolta autonomista del Psi e avviarono quel percorso che di lì a qualche anno avrebbe portato al governo di centro-sinistra. Scorrono in parallelo, nel libro di Agosti, due storie e due strategie: quella più ampia e maggioritaria della convinzione del gruppo dirigente del Psiup di poter rappresentare l’anello di congiunzione delle diverse anime del movimento operaio italiano; quella più ristretta e minoritaria di costruire una organizzazione autonoma della sinistra socialista dentro un rinnovato ruolo rivoluzionario delle avanguardie operaie. 
Il libro di Agosti - storico riconosciuto ed apprezzato del movimento socialista e comunista - si segnala per la capacità di tenere insieme la descrizione analitica degli eventi e i tratti essenziali di biografie politiche di alcuni dei maggiori protagonisti: Vecchietti, Valori, Basso, Lussu, Libertini, Foa, Ferraris, etc. Il libro racconta con puntualità il tragitto del «partito provvisorio» tracciandone una compiuta radiografia e rilevandone punti forti nel programma di lotte sociali, ma anche aporie e contraddizioni, specialmente nella politica internazionale, oscillante tra la fedeltà al vecchio schema dell’internazionalismo proletario a guida sovietica e le simpatie verso i modelli eterodossi di Cina e Cuba. Malgrado l’entusiasmo e i successi dei primi anni di vita, il Psiup doveva lentamente avvitarsi in una crisi interna (lo scontro tra gli eredi dell’apparato morandiano e l’ala movimentista e operaista) e in una crisi esterna provocata dall’ambivalenza di una posizione che appariva indecisa tra l’obiettivo dell’unità a sinistra delle forze socialiste e l’attrazione fatale ora verso le lotte operaie e studentesche ora verso la macchina organizzativa e ideologica del Pci. 
Fu il cruciale 68 - secondo Agosti e non a torto - a segnare l’avvio della crisi provocata dalla sempre più netta separazione tra movimentismo e organizzazione, ma pure dall’ambiguo atteggiamento assunto a proposito dell’invasione della Cecoslovacchia, forse anche per pagare il pedaggio dovuto ai finanziamenti ricevuti dall’Urss. Agosti ha il grande merito di aver riportato alla luce un momento della storia della sinistra italiana del quale si è progressivamente smarrita la memoria, anche se, sfogliando le pagine del libro, vengono incontro al lettore insospettati nomi di militanti e intellettuali che a quel progetto avevano dedicato intelligenza e militanza: Della Mea, Asor Rosa, Giuliano Amato, Pietro Ichino, Chiamparino, Gian Mario Bravo, lo stesso Agosti. Fa un certo effetto ripercorrere i mesi dell’agonia e della morte del «partito provvisorio» (definizione inventata da Arfé e ripresa da Agosti) scioltosi nel 1972 in maggioranza nel Pci e i cui dirigenti e militanti non sempre furono trattati alla pari, per non dire umiliati, dai nuovi compagni di strada. Eppure quella esperienza recava con sé elementi di rinnovamento nelle strategie e nelle analisi della sinistra che avrebbero dato non pochi frutti negli anni successivi. L’eredità del «partito provvisorio» - questa la conclusione di Agosti - non va dunque dispersa se si pensa a ciò che esso rappresentò in quella cruciale seconda metà degli anni ’60, ma il patrimonio ideale della sinistra socialista era destinato a scomparire dallo scenario politico e ideologico, stretto com’era tra il doppio riformismo: quello governativo del Psi e quello dell’opposizione consociativa del Pci.


Storia del Psiup
Caducità d'un partito
di David Bidussa Il Sole Domenica 25.5.14


Aldo Agosti riprende il titolo di questa sua storia del Partito socialista di Unità proletaria dal giudizio che esprime lo storico socialista Gaetano Arfè all'indomani del II congresso del Psiup (Napoli 18-21 dicembre 1968): Partito provvisorio è espressione che nel gergo partitico non ha significato negativo. Nel dicembre 1968 a Napoli, la usa Lelio Basso, che molti consideravano il padre nobile del partito, intendendo il fatto che il Psiup sarebbe provvisorio non per incapacità, ma per volontà perché «destinato a bruciarsi in un glorioso rogo nel momento in cui avrà assolto la sua funzione di unificare il movimento operaio italiano». Ma in quelle giornate, nota Arfé, quella parola - "provvisorio" - più che dare l'orgoglio della propria missione ha significato «il riconoscimento della propria caducità e della superfluità, di un partito che non è riuscito a darsi una funzione, neanche di stimolo nella tormentata vicenda del socialismo italiano».
In queste parole dure c'è molta verità, a cominciare dalla vicenda di Lelio Basso, che avrebbe abbandonato il Psiup nel 1971, 18 mesi prima del suo scioglimento formale, avvenuto alla fine del 1972.
Sullo Psiup mancava fino ad oggi una storia. Aldo Agosti con questo suo libro consente di riempire un vuoto. Il Psiup nella storia italiana è il partito la cui parabola è stata tra le più veloci. Non perché privo di fondamento (gran parte del suo profilo - politico, culturale, sociale, lessicale, - corrisponde a un sentimento lungo e profondo), ma perché si consuma rapidamente.
Nato nel gennaio 1964 come costola della sinistra del Psi che raduna tutti coloro che rifiutano il governo di centrosinistra, il Psiup si scioglie nel 1972, all'indomani delle elezioni politiche che lo vedono in alleanza con il Pci, ma di fatto in posizione subordinata, dopo aver ottenuto risultati ragguardevoli (intorno al 4,5% sul territorio nazionale alle elezioni del maggio 1968) e, soprattutto, aver attratto il voto giovanile.
Ma questo non lo fa essere un "partito nuovo" per davvero.
Per esempio la tipologia, la composizione sociale e la distribuzione geografica dei suoi iscritti, 152mila nel 1965: di questi il 33% sono al Nord, il 26,4 % al centro e circa 40% al sud. Il Psiup è un partito forte nelle realtà delle città provinciali ma che stenta a crescere nelle grandi città industriali (Torino, Genova). Un partito che dichiara il 35% di operai tra i suoi iscritti, anche se questo è un termine molto incerto perché spesso vi sono inclusi funzionari sindacali; un partito fortemente "maschile" dove la presenza delle donne è sporadica (un dato che è vero per tutta la sua durata e che significativamente si conferma anche dopo il 1968).
Il Psiup è stato molte cose: il luogo di incontro di molte anime politiche che saranno protagoniste della stagione dei movimenti a partire dal '68; l'esperienza rapidamente entrata in crisi di una forza politica di matrice non comunista che prova a rinnovare la cultura della sinistra socialista in Italia; il terreno di confronto tra molte figure di rinnovatori della sinistra italiana che poi abbandoneranno la politica oppure sceglieranno strade diverse, spesso tra loro molto lontane (dentro coabitano figure come Giuliano Amato, Fausto Bertinotti, Vittorio Foa, Pietro Ichino, Sergio Chiamparino, Peppino Impastato, Lelio Basso); il partito che rinnova completamente lo stile della grafica che ancora permarrà negli anni '70, abbandonando le linee vignettistiche della propaganda degli anni '50 spesso "didattiche" proprie dei partiti popolari negli anni '50 (non solo il Pci o la Dc, ma anche il Psi) che presumono una società poco alfabetizzata, e adottando invece una comunicazione, anche nella rappresentazione grafica più moderna, concettuale, innovativa nei colori, nei simboli, nelle parole, nella scrittura. Un aspetto quest'ultimo, su cui Agosti non insiste, ma che costituisce un tratto non marginale nella modernizzazione della politica in Italia a partire dagli anni 60 e a cui il Psiup contribuisce in maniera rilevante.
Accanto a questi, stanno anche quelli del rapido declino. Per esempio, ed è un punto non marginale su cui Agosti insiste molto, i bilanci amministrativi. Un partito che inizia dichiarando la propria autonomia, e finisce avendo un bilancio in gran parte condizionato dai finanziamenti sovietici che ne determinano le scelte, ne restringono la capacità politica, l'autonomia, il profilo culturale. L'episodio più evidente è testimoniato dalla posizione ambigua che il Psiup tiene dopo l'invasione della Cecoslovacchia il 21 agosto 1968 che, a differenza del Pci, non condanna. Non è l'unico episodio. Quell'ambiguità ritornerà anche su altre questioni. Per esempio: rispetto alla crisi e al conflitto cino-sovietico; alle posizioni sostenute sulla crisi mediorientale apertasi con la guerra dei Sei giorni nel giugno 1967, ma diventata più acuta negli anni della diffusione del terrorismo palestinese, non solo in Medio Oriente, ma anche in Europa; intorno all'allargarsi del dissenso in Unione sovietica e ai processi contro i dissidenti a partire dal 1970. Tutti aspetti in cui l'ortodossia, il dogmatismo dominano a fronte di un partito che si presenta come "eretico", "nuovo", "rinnovatore".
Per molti aspetti una metafora delle molte contraddizioni e ambiguità di una sinistra che, da allora, ha provato molte altre volte a rinnovarsi. Spesso riuscendoci solo a metà.

Nessun commento: