Aldo Agosti: Il partito provvisorio. Storia del Psiup nel lungo Sessantotto italiano, Laterza, Bari, 2013
Risvolto
Gli anni brevi di un partito della sinistra italiana, dal 1964 al 1972:
un’esperienza intellettuale e politica vivace e intensa, portatrice di
una cultura politica che recepiva le suggestioni di un più vasto
movimento intellettuale europeo. Quando si organizzò in partito,
raggiunse i 150.000 iscritti. Oscillante fra la volontà di salvaguardare
a ogni costo il legame con i comunisti italiani e la tentazione di
sfidare il Pci ‘da sinistra’, il Psiup coltivò l’idea di poter essere il
perno di una rifondazione dello schieramento politico del movimento
operaio e sembrò, fra le forze politiche della sinistra italiana, quella
che meglio poteva adattarsi alla stagione dei movimenti. Ma era
appesantito da un apparato dirigente centrale chiuso e da una struttura
elefantiaca, sempre pesantemente condizionata dalla dipendenza economica
dall’Urss. Di fronte all’invasione sovietica della Cecoslovacchia nel
1968 prese così una posizione ambigua che aprì al suo interno una crisi
alla fine fatale.
Psiup, il partito provvisorio
La scissione della sinistra socialista cinquant’anni fa Il
libro di Aldo Agosti ripercorre la storia degli uomini, delle strategie
e del pensiero che attraversarono un «pezzo» di Repubblica
di Giuseppe Cacciatore l’Unità 3.3.14
SONO PASSATI CINQUANT’ANNI DA QUANDO, AGLI INIZI DEL GENNAIO DEL 1964,
SI CONSUMÒ LA SCISSIONE DELLA SINISTRA SOCIALISTACHENEGÒ,COI SUOI 25
DEPUTATI E 13 SENATORI, la fiducia all’appena costituito governo
Moro-Nenni. Pur avendo il Psiup, nella sua breve vita (1964-1972),
assunto un ruolo importante nel delinearsi di alcuni passaggi-chiave
della strategia del movimento operaio, specialmente negli anni cruciali
del «lungo sessantotto», l’anniversario della sua nascita è passato
sotto silenzio. La fortunata circostanza della pubblicazione del libro
di Aldo Agosti (Il partito provvisorio. Storia del Psiup nel lungo
Sessantotto italiano, Laterza, Bari, 2013) ha posto riparo a questa
ingiusta smemoratezza. Il volume non analizza e racconta soltanto la
storia di un partito politico. Ciò che sta prima e dietro una puntuale e
rigorosa ricognizione delle vicende di questo partito è la storia di
una tradizione alla quale non sempre la storiografia degli ultimi
decenni ha dato il dovuto spazio. È la tradizione della sinistra
socialista, di una componente del socialismo italiano (da Serrati a
Morandi, dal primo Nenni a Luigi Cacciatore, da Basso a Foa, da Lussu a
Vecchietti), che ha contribuito in modo determinante a costruire
quell’anomala collocazione di sinistra classista ed unitaria del Psi
rispetto alle socialdemocrazie europee.
Una consistente parte di
questa tradizione doveva poi costituirsi come corrente organizzata
dentro il Psi, specialmente dopo il congresso di Venezia del 1957 e
l’incontro di Pralognan tra Nenni e Saragat del 1959, che sancirono la
svolta autonomista del Psi e avviarono quel percorso che di lì a qualche
anno avrebbe portato al governo di centro-sinistra. Scorrono in
parallelo, nel libro di Agosti, due storie e due strategie: quella più
ampia e maggioritaria della convinzione del gruppo dirigente del Psiup
di poter rappresentare l’anello di congiunzione delle diverse anime del
movimento operaio italiano; quella più ristretta e minoritaria di
costruire una organizzazione autonoma della sinistra socialista dentro
un rinnovato ruolo rivoluzionario delle avanguardie operaie.
Il
libro di Agosti - storico riconosciuto ed apprezzato del movimento
socialista e comunista - si segnala per la capacità di tenere insieme la
descrizione analitica degli eventi e i tratti essenziali di biografie
politiche di alcuni dei maggiori protagonisti: Vecchietti, Valori,
Basso, Lussu, Libertini, Foa, Ferraris, etc. Il libro racconta con
puntualità il tragitto del «partito provvisorio» tracciandone una
compiuta radiografia e rilevandone punti forti nel programma di lotte
sociali, ma anche aporie e contraddizioni, specialmente nella politica
internazionale, oscillante tra la fedeltà al vecchio schema
dell’internazionalismo proletario a guida sovietica e le simpatie verso i
modelli eterodossi di Cina e Cuba. Malgrado l’entusiasmo e i successi
dei primi anni di vita, il Psiup doveva lentamente avvitarsi in una
crisi interna (lo scontro tra gli eredi dell’apparato morandiano e l’ala
movimentista e operaista) e in una crisi esterna provocata
dall’ambivalenza di una posizione che appariva indecisa tra l’obiettivo
dell’unità a sinistra delle forze socialiste e l’attrazione fatale ora
verso le lotte operaie e studentesche ora verso la macchina
organizzativa e ideologica del Pci.
Fu il cruciale 68 - secondo
Agosti e non a torto - a segnare l’avvio della crisi provocata dalla
sempre più netta separazione tra movimentismo e organizzazione, ma pure
dall’ambiguo atteggiamento assunto a proposito dell’invasione della
Cecoslovacchia, forse anche per pagare il pedaggio dovuto ai
finanziamenti ricevuti dall’Urss. Agosti ha il grande merito di aver
riportato alla luce un momento della storia della sinistra italiana del
quale si è progressivamente smarrita la memoria, anche se, sfogliando le
pagine del libro, vengono incontro al lettore insospettati nomi di
militanti e intellettuali che a quel progetto avevano dedicato
intelligenza e militanza: Della Mea, Asor Rosa, Giuliano Amato, Pietro
Ichino, Chiamparino, Gian Mario Bravo, lo stesso Agosti. Fa un certo
effetto ripercorrere i mesi dell’agonia e della morte del «partito
provvisorio» (definizione inventata da Arfé e ripresa da Agosti)
scioltosi nel 1972 in maggioranza nel Pci e i cui dirigenti e militanti
non sempre furono trattati alla pari, per non dire umiliati, dai nuovi
compagni di strada. Eppure quella esperienza recava con sé elementi di
rinnovamento nelle strategie e nelle analisi della sinistra che
avrebbero dato non pochi frutti negli anni successivi. L’eredità del
«partito provvisorio» - questa la conclusione di Agosti - non va dunque
dispersa se si pensa a ciò che esso rappresentò in quella cruciale
seconda metà degli anni ’60, ma il patrimonio ideale della sinistra
socialista era destinato a scomparire dallo scenario politico e
ideologico, stretto com’era tra il doppio riformismo: quello governativo
del Psi e quello dell’opposizione consociativa del Pci.
Storia del Psiup
Caducità d'un partitodi David Bidussa Il Sole Domenica 25.5.14
Aldo Agosti riprende il titolo di questa sua storia del Partito
socialista di Unità proletaria dal giudizio che esprime lo storico
socialista Gaetano Arfè all'indomani del II congresso del Psiup (Napoli
18-21 dicembre 1968): Partito provvisorio è espressione che nel gergo
partitico non ha significato negativo. Nel dicembre 1968 a Napoli, la
usa Lelio Basso, che molti consideravano il padre nobile del partito,
intendendo il fatto che il Psiup sarebbe provvisorio non per incapacità,
ma per volontà perché «destinato a bruciarsi in un glorioso rogo nel
momento in cui avrà assolto la sua funzione di unificare il movimento
operaio italiano». Ma in quelle giornate, nota Arfé, quella parola -
"provvisorio" - più che dare l'orgoglio della propria missione ha
significato «il riconoscimento della propria caducità e della
superfluità, di un partito che non è riuscito a darsi una funzione,
neanche di stimolo nella tormentata vicenda del socialismo italiano».
In
queste parole dure c'è molta verità, a cominciare dalla vicenda di
Lelio Basso, che avrebbe abbandonato il Psiup nel 1971, 18 mesi prima
del suo scioglimento formale, avvenuto alla fine del 1972.
Sullo Psiup
mancava fino ad oggi una storia. Aldo Agosti con questo suo libro
consente di riempire un vuoto. Il Psiup nella storia italiana è il
partito la cui parabola è stata tra le più veloci. Non perché privo di
fondamento (gran parte del suo profilo - politico, culturale, sociale,
lessicale, - corrisponde a un sentimento lungo e profondo), ma perché si
consuma rapidamente.
Nato nel gennaio 1964 come costola della sinistra
del Psi che raduna tutti coloro che rifiutano il governo di
centrosinistra, il Psiup si scioglie nel 1972, all'indomani delle
elezioni politiche che lo vedono in alleanza con il Pci, ma di fatto in
posizione subordinata, dopo aver ottenuto risultati ragguardevoli
(intorno al 4,5% sul territorio nazionale alle elezioni del maggio 1968)
e, soprattutto, aver attratto il voto giovanile.
Ma questo non lo fa
essere un "partito nuovo" per davvero.
Per esempio la tipologia, la
composizione sociale e la distribuzione geografica dei suoi iscritti,
152mila nel 1965: di questi il 33% sono al Nord, il 26,4 % al centro e
circa 40% al sud. Il Psiup è un partito forte nelle realtà delle città
provinciali ma che stenta a crescere nelle grandi città industriali
(Torino, Genova). Un partito che dichiara il 35% di operai tra i suoi
iscritti, anche se questo è un termine molto incerto perché spesso vi
sono inclusi funzionari sindacali; un partito fortemente "maschile" dove
la presenza delle donne è sporadica (un dato che è vero per tutta la
sua durata e che significativamente si conferma anche dopo il 1968).
Il
Psiup è stato molte cose: il luogo di incontro di molte anime politiche
che saranno protagoniste della stagione dei movimenti a partire dal '68;
l'esperienza rapidamente entrata in crisi di una forza politica di
matrice non comunista che prova a rinnovare la cultura della sinistra
socialista in Italia; il terreno di confronto tra molte figure di
rinnovatori della sinistra italiana che poi abbandoneranno la politica
oppure sceglieranno strade diverse, spesso tra loro molto lontane
(dentro coabitano figure come Giuliano Amato, Fausto Bertinotti,
Vittorio Foa, Pietro Ichino, Sergio Chiamparino, Peppino Impastato,
Lelio Basso); il partito che rinnova completamente lo stile della
grafica che ancora permarrà negli anni '70, abbandonando le linee
vignettistiche della propaganda degli anni '50 spesso "didattiche"
proprie dei partiti popolari negli anni '50 (non solo il Pci o la Dc, ma
anche il Psi) che presumono una società poco alfabetizzata, e adottando
invece una comunicazione, anche nella rappresentazione grafica più
moderna, concettuale, innovativa nei colori, nei simboli, nelle parole,
nella scrittura. Un aspetto quest'ultimo, su cui Agosti non insiste, ma
che costituisce un tratto non marginale nella modernizzazione della
politica in Italia a partire dagli anni 60 e a cui il Psiup contribuisce
in maniera rilevante.
Accanto a questi, stanno anche quelli del rapido
declino. Per esempio, ed è un punto non marginale su cui Agosti insiste
molto, i bilanci amministrativi. Un partito che inizia dichiarando la
propria autonomia, e finisce avendo un bilancio in gran parte
condizionato dai finanziamenti sovietici che ne determinano le scelte,
ne restringono la capacità politica, l'autonomia, il profilo culturale.
L'episodio più evidente è testimoniato dalla posizione ambigua che il
Psiup tiene dopo l'invasione della Cecoslovacchia il 21 agosto 1968 che,
a differenza del Pci, non condanna. Non è l'unico episodio.
Quell'ambiguità ritornerà anche su altre questioni. Per esempio:
rispetto alla crisi e al conflitto cino-sovietico; alle posizioni
sostenute sulla crisi mediorientale apertasi con la guerra dei Sei
giorni nel giugno 1967, ma diventata più acuta negli anni della
diffusione del terrorismo palestinese, non solo in Medio Oriente, ma
anche in Europa; intorno all'allargarsi del dissenso in Unione sovietica
e ai processi contro i dissidenti a partire dal 1970. Tutti aspetti in
cui l'ortodossia, il dogmatismo dominano a fronte di un partito che si
presenta come "eretico", "nuovo", "rinnovatore".
Per molti aspetti una
metafora delle molte contraddizioni e ambiguità di una sinistra che, da
allora, ha provato molte altre volte a rinnovarsi. Spesso riuscendoci
solo a metà.
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