lunedì 31 marzo 2014
Uno sguardo etnografico sulle fenomenologie della violenza
Fabio Dei e Caterina Di Pasquale (a cura di): Grammatiche della violenza. Esplorazioni etnografiche tra
guerra e pace, Pacini Editore, pagine 208, e 16
Risvolto
Da qualche anno in Italia le ricerche
etnografiche e i dibattiti teorici sui temi della guerra, della violenza
di massa e della memoria traumatica sono diventati parte importante
degli studi antropologi. Questo volume pone a confronto studiosi che
hanno lavorato su temi e contesti molto diversi: le memorie dell'eccidio
di Sant'Anna di Stazzema e quelle della "guerra sporca" in Uruguay, la
vita quotidiana in un carcere boliviano e nei territori palestinesi, le
violenze contro i manifestanti al G8 di Genova e quelle subite dai
migranti clandestini a Lampedusa, le performance della body art. Tratto
comune è il rifiuto di "naturalizzare" le pratiche violente e il
tentativo di cogliere i significati culturali e le regole sintattiche
che ne articolano le espressioni. Il volume include saggi di Fabio Dei,
Caterina Di Pasquale, Lorenzo D'Orsi, Francesca Cerbini, Omar
Sammartano, Sabina Leoncini, Alessandra Verdini.
La violenza ha un suo stile e non viene dalla barbarie
di Adriano Favole Corriere La Lettura 30.3.14
La generazione di antropologi italiani formatasi negli anni Duemila ha
dedicato molta attenzione alla questione della violenza di massa e della
memoria traumatica: sul tema, un volume curato da Fabio Dei e Caterina
Di Pasquale raccoglie alcuni contributi significativi (Grammatiche della
violenza. Esplorazioni etnografiche tra guerra e pace , Pacini Editore,
pagine 208, e 16). Connettendo ricerche extraeuropee (Lorenzo d’Orsi in
Uruguay, Francesca Cerbini in Bolivia, Sabina Leoncini tra Palestina e
Israele) e italiane (Caterina Di Pasquale a Sant’Anna di Stazzema, Omar
Sammartano a Bolzaneto), con un epilogo sulla messa in scena della
violenza nella Body Art (Alessandra Verdini), il volume si struttura
attorno a una innovativa proposta teorica che farà discutere soprattutto
i (numerosi) seguaci di Giorgio Agamben (Homo sacer , Einaudi, 1995).
Quale contributo specifico fornisce l’antropologia all’analisi della
violenza? Che cosa rivela lo sguardo antropologico a proposito dei
centri di identificazione ed espulsione (Cie), delle carceri, della vita
in luoghi frammentati da muri simbolici e reali? La proposta di Dei e
Di Pasquale è quella di una lettura «culturale» della violenza. Come un
linguaggio, le forme della violenza sono culturalmente modellate,
attraverso «grammatiche» che ne definiscono regole e «stili». La
violenza è un habitus incorporato fatto di tecniche, procedure, abilità
non dissimili da quelle di un artigiano (o di un artista, come mostrano
provocatoriamente Marina Abramovic e altri). La violenza è culturalmente
costruita, anche se non necessariamente pianificata, e definita nei (e
dai) contesti storici e politici particolari in cui si manifesta. Ed è
qui che entra in gioco lo sguardo dell’antropologo/a, avvezzo «a
cogliere le pratiche sociali e culturali al di là dell’ufficialità
istituzionale».
De-naturalizzare il male è uno degli obiettivi centrali del volume. La
violenza non scaturisce da una presunta, irriducibile animalità
dell’uomo né dall’insorgere di comportamenti arcaici (la «barbarie»). Le
grandi violenze di massa non si spiegano neppure con la messa a tacere
della coscienza (la «banalità del male», secondo la formula di Hannah
Arendt). Allo stesso modo, il paradigma della «nuda vita» e dello «stato
di eccezione» elaborato da Agamben è antropologicamente inadeguato, in
quanto appiattisce la violenza in una filosofia della storia che vede
nello Stato l’origine d’ogni male, oscurando il ruolo di culture e
attori sociali (vittime e carnefici) nel fenomeno della violenza. Le
umiliazioni quotidiane che i migranti soffrono nei Cie (Fabrizio Gatti,
Bilal , Rizzoli) non sono il frutto della riduzione delle loro persone a
«nuda vita», ma il prodotto di tecniche e abilità di una «cultura da
caserma» diffusa e pronta a manifestarsi (come mostrarono Bolzaneto e la
Diaz al tempo del G8 di Genova); di visioni stereotipate delle culture
dei migranti; di un dibattito politico inquinato da forze xenofobe.
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