lunedì 28 aprile 2014
Forma di coscienza religiosa, messianismo e potere politico nel Medioevo
Risvolto
La Seconda Lettera ai Tessalonicesi annuncia un
misterioso soggetto destinato a contrastare la furia imminente del
Figlio della Perdizione. In oriente nel VII secolo l’annuncio paolino è
riferito al più potente e ultimo «re dei greci e dei romani». Più
tardi, in occidente nuove figure messianiche improntano le attese
profetiche: il «re dei franchi», il pastore angelico, il secondo Carlo
Magno e infine il popolo delle città. Il libro illustra i più diffusi
vaticini, apocalissi e sibille medievali: testi oscuri e allusivi si
rivelano raffinati strumenti di propaganda politico-religiosa.
Proiettando nei tempi finali conflitti di potere storicamente presenti,
restituiscono con la forza del linguaggio simbolico le concezioni della
sovranità proprie di un’epoca.
Gian Luca Potestà insegna Storia del
cristianesimo nell’Università Cattolica di Milano. Con il Mulino ha
pubblicato anche «Storia del cristianesimo» (con G. Vian, 2010).
Cola di Rienzo era un messia. E finì male
di Antonio Carioti Corriere La Lettura 27.4.14
Carl Schmitt non aveva dubbi. Il geniale giurista e politologo tedesco,
noto quanto giustamente biasimato per la sua adesione al Terzo Reich,
era convinto di aver individuato in un passo della Seconda lettera di
san Paolo ai Tessalonicesi l’unica «immagine della storia» rispondente
alla «fede cristiana originaria», nonché il fondamento decisivo
dell’autorità imperiale nel Medioevo. Il brano, per la verità piuttosto
enigmatico, riguarda la venuta dell’Anticristo, che sarebbe ritardata
nel tempo, secondo quanto si legge nel testo di san Paolo, «da colui che
finora lo trattiene» (in greco il katéchon ). Una volta «tolto di
mezzo» costui, il Figlio della perdizione si sarebbe rivelato e presto
sarebbe seguita la fine del mondo, con il secondo avvento di Gesù Cristo
sulla Terra. Schmitt riteneva che il katéchon andasse identificato con
l’impero, potenza investita della missione di opporsi al dilagare del
male in questo mondo, ed era convinto che la dottrina paolina avesse
dunque garantito e legittimato per secoli il potere della corona
imperiale. Ma lo storico del cristianesimo Gian Luca Potestà, nel saggio
L’ultimo messia (Il Mulino), dimostra che si tratta di una visione
unilaterale, che semplifica in modo arbitrario l’estrema complessità del
profetismo medievale. La sua ricostruzione parte dal Vaticinio di
Costante , un’opera propagandistica orientale del VII secolo in cui si
annunciava la sottomissione del mondo intero a un grande monarca
bizantino, che poi si sarebbe recato a Gerusalemme per abdicare e
consegnare il suo regno direttamente a Dio: in tal modo, facendo venire
meno il katéchon (cioè l’impero), avrebbe permesso la comparsa
dell’Anticristo e aperto la strada all’Apocalisse. Potestà, docente
della Cattolica di Milano, descrive il passaggio di questa retorica
messianica a Occidente, dove a metà del X secolo, all’epoca della
dinastia carolingia, diventò «funzionale all’annuncio della potenza dei
sovrani franchi». Poi l’autore segue le successive trasformazioni del
millenarismo, nel quadro dei conflitti geopolitici e spirituali del
tempo. Di volta in volta le diverse profezie avrebbero celebrato
l’autorità degli imperatori germanici (in particolare di Federico I
Barbarossa), la funzione salvifica del papato e del suo potere
temporale, il ruolo sacralizzato della monarchia francese. Fino a
quando, verso la metà del XIV secolo, mentre i Pontefici erano relegati
ad Avignone, a Roma non sarebbe sorto «un primo embrione di messianismo
popolare» intorno alla figura del «tribuno» Cola di Rienzo. E qui,
avverte Potestà, la novità è quanto mai rilevante. Non solo perché
l’asserito detentore della sovranità cessa di essere un singolo monarca e
diventa un soggetto collettivo come il popolo romano, ma perché la
profezia si secolarizza, esce dalla prospettiva apocalittica. Ora
riguarda «il tempo di una svolta politica, non il tempo ultimo di una
storia della salvezza». Cola di Rienzo finì male, linciato dai suoi
concittadini nel 1354. Ma aveva gettato un seme destinato a
fruttificare.
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