venerdì 11 aprile 2014

La guerra civile europea secondo la teoria del totalitarismo


E qui è difficile seguire Sergio Romano, che resta un liberale, per quanto sempre intelligente. Del resto, anche in questo caso ha ragione nel sottolineare la mancata comprensione della questione nazionale da parte dei comunisti e la catastrofe della teoria del socialfascismo [SGA].

Manuel Chaves Nogales: L’agonia della Francia, introduzione di Marco Cicala, traduzione di Hado Lyria, Neri Pozza, pagine 185, € 16,50


Risvolto
Nel 1937 Manuel Chaves Nogales approda a Montrouge, un sobborgo operaio alle porte di Parigi. Fugge da un Paese, la Spagna, dove è un tipo "perfettamente fucilabile" dai due contendenti in guerra: dai comunisti guidati da Mosca, e dai fascisti foraggiati da Roma e Berlino. È, come lui stesso ama definirsi, un "cittadino di una repubblica parlamentare e democratica" che, andata velocemente in malora, non concede altra scelta che l'esilio a un giornalista e scrittore figlio della piccola borghesia liberale sevigliana. A Montrouge, la République gli procura un appartamento popolare d'antico decoro dove sistemarsi con moglie e figli. "Reportero" di fama, autore di una brillante biografia di Juan Belmonte - il grande matador, il torero "bohémien" che frequentava artisti e leggeva Maupassant - Chaves si ritrova a Parigi "insieme agli scarti dell'umanità che la mostruosa macchina degli Stati totalitari va producendo". Un "demi-monde" di esclusi, reprobi, sconfitti: pope russi, ebrei tedeschi, rivoluzionari italiani. Accomunati tutti da "un obiettivo inaccessibile": ottenere "una patria d'elezione, una nuova cittadinanza" nel Paese che, ai loro occhi, è "una creazione spirituale ottenuta in venti secoli di civiltà". Verranno traditi, e le pagine di questo libro costituiscono la cronaca diretta, vertiginosa, iconoclasta, scritta a caldo di tale tradimento che trova il suo culmine nel giorno di giugno del 1940 in cui le truppe naziste occupano Parigi. 




Francia 1940, l’eclissi della patria
Destra e comunisti minarono l’unità e contribuirono al crollo

di Sergio Romano Corriere 11.4.14


Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, nel settembre 1939, Mussolini annunciò che l’Italia sarebbe stata «non belligerante». Credeva che gli eserciti della Germania e degli Alleati si sarebbero confrontati per molto tempo lungo le due grandi linee fortificate — Maginot e Sigfrido — costruite negli anni precedenti, e che l’Italia sarebbe stata libera di gettare il suo peso sul piatto della bilancia nel migliore dei momenti possibili. La drôle de guerre, la buffa guerra che si prolungò stancamente fino al giugno del 1940, lo rafforzò nelle sue convinzioni. Poi improvvisamente, il 10 giugno, i tedeschi invasero l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo, attaccarono a Sedan e nelle Ardenne, ruppero il fronte, inseguirono i francesi e gli inglesi sino a Dunkerque, puntarono su Parigi. L’Europa assistette così al più inatteso degli eventi: lo sbriciolamento di quella che era stata sino ad allora una grande potenza militare. Dove erano i taxi della Marna che avevano portato i soldati al fronte per fermare la grande offensiva tedesca del settembre 1914? Dove erano i generali di Saint Cyr, la più intelligente scuola militare europea? Dov’era la fanteria di Verdun? Discusso e analizzato in migliaia di libri, il collasso dello Stato francese resta ancora una delle vicende più sorprendenti del XX secolo. Il problema, ovviamente, non poteva essere soltanto militare. Per capire le ragioni della disfatta occorreva scavare in altre direzioni, prendere in considerazione altri fattori, culturali e sociali. 
Viveva a Parigi, allo scoppio della guerra, un giornalista spagnolo, Manuel Chaves Nogales. Era repubblicano e liberale, ma aveva lasciato la Spagna quando la ferocia del conflitto e le responsabilità di entrambe le parti gli erano parse intollerabili. Aveva scelto Parigi perché la Francia era un baluardo della democrazia, il Paese generoso che aveva accolto gli antifascisti italiani, gli antinazisti tedeschi, i repubblicani spagnoli, i cecoslovacchi mutilati e obliterati dagli accordi di Monaco, i polacchi in fuga, gli ebrei alla ricerca di un rifugio, gli esuli e i proscritti di tutti i regimi dittatoriali. Lavorava per l’agenzia d’informazioni Havas, collaborava con un ministero francese, mandava corrispondenze alla stampa di lingua spagnola nelle Americhe. Ma nel corso del suo soggiorno, a mano a mano che la situazione internazionale andava peggiorando, Nogales aveva capito che all’origine del malessere francese vi erano eventi non troppo diversi da quelli di cui era stato testimone nel suo Paese. In Francia non vi era stata una sanguinosa guerra civile, ma vi erano stati due tentativi rivoluzionari: il primo fra il 1933 e il 1934, quando le Leghe antidemocratiche avevano dato l’assalto allo Stato e investito il palazzo del Parlamento, il secondo nel 1936, quando i socialisti e comunisti del Fronte popolare avevano costituito il governo presieduto da Léon Blum. 
I due tentativi rivoluzionari erano egualmente abortiti, ma avevano segnato l’inizio di una guerra civile fredda che stava corrodendo lo spirito nazionale. Per allontanare la minaccia stalinista, una larga parte della società francese era pronta a sacrificare la democrazia. Roma e Berlino, ai suoi occhi, non erano capitali di Stati potenzialmente nemici; erano modelli da invidiare e imitare. Per Charles Maurras, fondatore dell’Action Française, la sconfitta fu una «divina sorpresa». Per molti uomini politici la Francia, dopo la vittoria tedesca, avrebbe trovato un ruolo europeo, creando con l’Italia e la Spagna un blocco mediterraneo. Per coloro che odiavano la Repubblica molto più di quanto odiassero i boches, il problema non era combattere e resistere, ma affrettarsi a perdere la partita per ricominciare a vivere con un altro regime politico. 
Nogales non aveva simpatie comuniste, ma fu colpito dal modo in cui i seguaci di Pétain colsero immediatamente l’occasione per regolare i conti con il «nemico interno». I deputati comunisti furono incriminati e i militanti arrestati, mentre Léon Blum, Edouard Daladier e Paul Reynaud venivano processati a Riom nel 1942 per avere dichiarato guerra alla Germania: una farsa che si concluse, dopo qualche mese, senza sentenza. Ma anche i comunisti contribuirono al collasso morale del loro Paese. Sino a quando la Germania hitleriana fu obiettivamente alleata dell’Unione Sovietica, molti dirigenti del partito credettero che la collaborazione con la potenza occupante potesse tornare utile alla loro strategia rivoluzionaria e negoziarono con i tedeschi per qualche settimana la pubblicazione dell’«Humanité». Diventarono patriottici e resistenti soltanto dopo l’invasione tedesca dell’Urss, nel giugno 1941. 
Nogales seguì a Bordeaux il governo di Paul Reynaud e lasciò la Francia a bordo di un incrociatore inglese. A Londra, dove visse sino alla morte, continuò fare il mestiere del giornalista. Ma nel 1941 pubblicò a Montevideo un libro (L’agonia della Francia ) che appare ora in Italia da Neri Pozza con una lunga introduzione biografica di Marco Cicala. Non è soltanto un saggio sulle due rivoluzioni abortite. È anche una sorta di bollettino medico scritto al capezzale di un Paese che stava spensieratamente rinunciando alla propria identità e alla propria storica missione. Fortunatamente un’altra Francia, quella di de Gaulle, avrebbe riscattato la Francia del 1940. Nogales, morto a Londra nel 1944, alla vigilia dello sbarco in Normandi, non ebbe la fortuna di vederla. 

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