venerdì 30 maggio 2014

Il lavoro dello storico secondo Christophe Charle

Homo Historicus
Christophe Charle: Homo historicus, Colin

Risvolto

Ces réflexions sur l’histoire et les historiens s’attachent à mettre au jour les contraintes souvent invisibles ou inconscientes qui pèsent sur le travail historique. Non seulement celles, toujours évoquées, de la difficile prise de distance critique par rapport à la société globale et à l’horizon temporel et mémoriel mais surtout celles, souvent trop vite oubliées, de l’héritage des pratiques et des censures propres à chaque système académique et des effets induits par la position relative de l’histoire au sein des autres sciences sociales et humaines.
Abordant des types d’histoire, de méthode ou d’objets multiples, au croisement de plusieurs disciplines, l’ouvrage entend combattre aussi un certain discours de dénigrement et un catastrophisme franco-français sur l’état de l’histoire et des sciences humaines et sociales, qui ne correspondent pas à l’état réel du champ historiographique. Face à certaines dérives induites par les politiques universitaires et de recherche depuis une décennie, Homo historicus entend pratiquer ce que Julien Gracq appelait justement « l’hygiène des lettres », réactivation de l’esprit critique et autocritique, fondement de toute démarche historienne. Issu de la coopération ou du dialogue avec des chercheurs partageant les mêmes convictions, cet essai propose une défense et illustration d’une pratique de l’histoire pleinement engagée dans son siècle, dans la lignée d’historiens européens évoqués dans les chapitres finaux. 


Christophe Charle, professeur à l’Université de Paris 1-Panthéon-Sorbonne, membre de l’Institut universitaire de France, est l’auteur d’une vingtaine d’ouvrages dont en dernier lieu, Discordance des temps, une brève histoire de la modernité (Armand Colin, 2011) et, avec J. Verger, Histoire des Universités XIIe-XXIe siècle (PUF, 2012).



La Storia messa al mercato 
Tempi presenti. Lo studioso Christophe Charle ha pubblicato «Homo historicus», un importante contributo nell’analisi di una disciplina stretta tra una deriva nichilistica e la gabbia di una valutazione mercantile dei suoi prodotti

Michele Nani, il Manifesto 29.5.2014  


Chri­sto­phe Charle è uno dei più impor­tanti sto­rici euro­pei, autore di ricer­che fon­da­men­tali sulle classi diri­genti e sugli intel­let­tuali fran­cesi ed euro­pei in età con­tem­po­ra­nea. Con­si­de­rato un mae­stro della «sto­ria sociale» — il suo manuale di sin­tesi sulla Fran­cia otto­cen­te­sca è un vero clas­sico — ha saputo esten­derne i con­fini fino alla dimen­sione cul­tu­rale. Il dia­logo costante con la socio­lo­gia, e in par­ti­co­lare con gli indi­rizzi defi­niti da Pierre Bour­dieu e dalla sua scuola, non gli ha impe­dito di trarre bene­fi­cio dagli attrezzi pro­po­sti dalle altre disci­pline uma­ni­sti­che e scienze sociali. 

Fare «sto­ria cul­tu­rale» per Charle signi­fica in primo luogo ambire a un approc­cio cri­tico, a una sor­ve­glianza auto-riflessiva sul mestiere di sto­rico, che come tutto il lavoro di ricerca è sot­to­po­sto a un duplice con­di­zio­na­mento. Da un lato tutta una serie di vin­coli «esterni» sono posti agli studi sto­rici dai con­te­sti di pro­du­zione della ricerca (le isti­tu­zioni cul­tu­rali) e di cir­co­la­zione dei suoi risul­tati (il mer­cato edi­to­riale e media­tico, l’insegnamento): basti pen­sare al pro­blema, oggi dram­ma­tico, del finan­zia­mento pub­blico, o a quello dei canali di pub­bli­ca­zione dei risul­tati degli studi per ren­dersi conto del carat­tere ana­cro­ni­stico e illu­so­rio dell’autorappresentazione in ter­mini umil­mente arti­gia­nali e disin­te­res­sati del lavoro sto­rico, che in realtà si svolge in un uni­verso strut­tu­rato, gerar­chiz­zato e con­flit­tuale. Dall’altro lato le stesse moda­lità «interne» di con­du­zione delle ricer­che (temi, fonti, tec­ni­che, con­cetti), soli­ta­mente pen­sate come «disin­car­nate» e frutto di un’idealistica libertà dello stu­dioso, rap­pre­sen­tano invece opzioni in gran parte ispi­rate da un vero e pro­prio «incon­scio acca­de­mico», un «impen­sato» sistema di rela­zioni di domi­nio cul­tu­rale che orienta le scelte e che, ad esem­pio, attra­verso la ripro­du­zione irri­flessa di abi­tu­dini e pra­ti­che impone oggetti e metodi «legit­timi», pri­vi­le­gia la dimen­sione nazio­nale, fram­menta gli studi in iso­lotti sub-disciplinari e spe­cia­li­smi non comu­ni­canti, ato­mizza indi­vi­dua­li­sti­ca­mente le indagini. 
Oltre la scolastica 

Nono­stante l’indubbio inte­resse, i libri di Charle non sono stati tra­dotti in ita­liano, con l’eccezione de Gli intel­let­tuali nell’Ottocento (del 1996, tra­dotto dal Mulino nel 2002) e, molto prima, del breve stu­dio sugli scrit­tori fran­cesi e il caso Drey­fus Let­te­ra­tura e potere (del 1977, edito da Sel­le­rio nel 1979). Si potrebbe comin­ciare a recu­pe­rare il ter­reno per­duto a par­tire dal suo sag­gio sulla «breve sto­ria della moder­nità» (Discor­dance des temps, uscito nel 2011) o dalla sua ultima pubblicazione. 

L’editore pari­gino Colin ha infatti da poco dato alle stampe Homo histo­ri­cus una rac­colta di saggi ed inter­venti che rap­pre­senta una sti­mo­lante presa di posi­zione sul ruolo e gli indi­rizzi della sto­rio­gra­fia. Il volume si pre­senta come una «difesa cri­tica e auto­cri­tica» dell’homo histo­ri­cus, cioè non sem­pli­ce­mente dello sto­rico di pro­fes­sione, chiuso nel suo «habi­tus sco­la­stico», ma dello stu­dioso che pur inda­gando vicende anche remote resta «in ascolto della sto­ria che vive», del pre­sente. Il volume è dedi­cato alla memo­ria di Pierre Bour­dieu e di Eric Hob­sbawm ed è ispi­rato al ricordo del primo mae­stro di Charle, il grande sto­rico mar­xi­sta Pierre Vilar, del quale viene ripresa, nelle prime pagine, l’arguta messa in guar­dia dai frain­ten­di­menti pro­dotti dalle somi­glianze del «com­mer­cio di sto­ria» rispetto ai com­merci ordi­nari, come quello dei deter­sivi. Se l’accostamento può sem­brare irri­ve­rente, basti ricor­dare che nel lin­guag­gio dell’odierna valu­ta­zione della ricerca, i risul­tati delle inda­gini si chia­mano «pro­dotti». Tut­ta­via, a dif­fe­renza dell’uso lin­gui­stico pro­mosso da una mac­china valu­ta­tiva tesa sostan­zial­mente al disci­pli­na­mento e al taglio delle risorse, Vilar uti­liz­zava l’analogia in ter­mini cri­tici, met­tendo in guar­dia dalla ten­denza a spac­ciare le mere «novità» che com­pa­iono copiose sul «mer­cato» della sto­ria per vere e pro­prie «inno­va­zioni» scientifiche. 
La sva­lu­ta­zione neoliberale 

L’atteggiamento cri­tico di Charle sulle moda­lità di orga­niz­za­zione della ricerca nelle scienze storico-sociali non si spinge però fino al «cata­stro­fi­smo» oggi di moda. Lo sto­rico fran­cese denun­cia espli­ci­ta­mente il ricor­rente discorso sulla «crisi» defi­ni­tiva dei saperi sulla società pre­senti e pas­sate come espres­sione ideo­lo­gica dello spi­rito di tec­no­crati in mala fede e di stu­diosi resi pes­si­mi­sti dalla sva­lu­ta­zione della ricerca impli­cita nelle «riforme» dell’era neo-liberale (sui cui «danni» nel 2007 ha curato un volume per Syl­lepse). La rifles­si­vità dello sto­rico, dun­que, non si risolve nichi­li­sti­ca­mente nel rela­ti­vi­smo, nella denun­cia del «potere» o della «poli­ti­ciz­za­zione», nel senso di inu­ti­lità, vanità cono­sci­tiva e infe­rio­rità rispetto alle «vere» scienze. È invece in primo luogo capa­cità di con­te­stua­liz­za­zione sociale e sto­rica delle pro­prie pra­ti­che, nel ten­ta­tivo di creare le con­di­zioni per sot­trarsi alla forza dei con­di­zio­na­menti, rad­dop­piata dal loro pro­ce­dere per vie spesso incon­sa­pe­voli. Farsi sto­rico di se stesso, dei pro­pri oggetti e dei pro­pri approcci, delle pro­prie appa­ren­te­mente inno­centi abi­tu­dini quo­ti­diane, sul modello dell’esercizio di auto-analisi pro­po­sto dieci anni fa dallo stesso Bour­dieu (Que­sta non è un’autobiografia, Fel­tri­nelli 2005), può avere effetti libe­ra­tori sulla ricerca. Ma que­sto iti­ne­ra­rio in qual­che modo freu­diano, che intro­duce ele­menti di con­sa­pe­vo­lezza sui mec­ca­ni­smi incon­sci della rimo­zione dei con­di­zio­na­menti, dovrebbe essere accom­pa­gnato da un’azione col­let­tiva: sia come pra­tica di ricerca non indi­vi­duale, sia come inter­vento poli­tico che cambi i rap­porti di forza interni al campo sto­rio­gra­fico e punti a mutare le logi­che di rela­zione con gli altri campi del sociale (il potere poli­tico o l’universo dei media, ad esempio). 

Nella seconda sezione del volume, Charle pro­pone una serie di anti­doti per con­tra­stare la ripro­du­zione mec­ca­nica delle pra­ti­che cul­tu­rali impe­ranti nel campo sto­rio­gra­fico. In primo luogo il valore appena deli­neato di una sto­ri­ciz­za­zione del pro­prio sapere e dei pro­pri stru­menti, che per­mette una distan­zia­zione cri­tica nei con­fronti delle ten­denze domi­nanti nel pre­sente. In pro­po­sito, nella terza sezione del libro sono pro­po­sti diversi pro­fili di impor­tanti stu­diosi di sto­ria (fra i quali Hob­sbawm e Wehler), come con­tri­buto all’analisi degli effetti sto­rio­gra­fici della pas­sione poli­tica e, vice­versa, dell’influenza della ricerca sulle moda­lità di enga­ge­ment. Secon­da­ria­mente, il rifiuto del par­ti­co­la­ri­smo disci­pli­nare, che con­sente, per fare solo un esem­pio, attra­verso gli stru­menti socio­lo­gici di com­pren­dere la dimen­sione rela­zio­nale della pro­du­zione cul­tu­rale, che è sem­pre l’esito di con­flitti fra gli agenti e fra i campi. Infine, la com­pa­ra­zione: Charle rimane fedele alla lezione di Marc Bloch e ritiene che la sto­ria di una società non si possa com­pren­dere, anche nei suoi aspetti più ori­gi­nali, se non nel con­fronto con altri con­te­sti. Per que­sto ha scritto sto­rie «euro­pee» degli intel­let­tuali, dei tea­tri e delle «capi­tali cul­tu­rali» in Europa, ma anche della «crisi delle società impe­riali» nella prima metà del Nove­cento, il pro­cesso che portò le riva­lità inter-europee allo sca­te­na­mento di due con­flitti mon­diali e poi alla pro­gres­siva mar­gi­na­liz­za­zione del Vec­chio con­ti­nente dopo il 1945 (un altro libro che meri­te­rebbe una traduzione). 

A que­ste indi­ca­zioni gene­rali, Homo histo­ri­cus affianca diverse opzioni sul piano più pro­pria­mente meto­do­lo­gico: darsi alla «pro­so­po­gra­fia», cioè a ricer­che basate sulla bio­gra­fie col­let­tive, che supe­rino l’insistenza sui casi esem­plari, come i «grandi» uomini poli­tici o intel­let­tuali, a favore di un approc­cio più largo, neces­sa­ria­mente quan­ti­ta­tivo ma non ridotto ad esso, che favo­ri­sce gli scambi, le ricer­che col­let­tive e la stessa com­pa­ra­zione, per­ché porta alla costru­zione di basi di dati e di docu­menti da met­tere in comune e aperte ad usi mol­te­plici; non rifiu­tare l’apporto degli studi let­te­rari e non temere la sfida della «sto­ria cul­tu­rale», essa stessa pro­dotto dell’allargamento del «sociale», per quanto non immune da derive «cul­tu­ra­li­ste» che fanno di ogni pra­tica sociale un «testo» ridu­cendo i docu­menti sto­rici a costru­zioni let­te­ra­rie o a stru­menti di potere, oppure ricer­cano spie­ga­zioni in ter­mini di lun­ghis­sime inva­rianti «cul­tu­rali»; fare atten­zione alla cir­co­la­zione cul­tu­rale nei diversi livelli sociali e fra diverse società, e non solo al rap­porto fra pro­du­zione e rice­zione (fra gruppi sociali, fra disci­pline, fra uni­versi lin­gui­stici), dun­que pri­vi­le­giando il ruolo cru­ciale che gio­cano i mediatori. 
Spe­cia­li­smi esasperati 

In con­clu­sione, nell’intervista che chiude il volume, Charle ricon­duce la «regres­sione sto­rio­gra­fica» cor­rente, fatta di spe­cia­li­smi esa­spe­rati, di assenza di dibat­tito, di chiu­sura nazio­nale, alla fase di «regres­sione intel­let­tuale» più gene­rale, dovuta all’offensiva poli­tica con­tro le scienze sociali e, in par­ti­co­lare, con­tro la sto­ria sociale. Riba­di­sce quindi il valore cen­trale del «ragio­na­mento sto­rico» con­tro il para­digma oggi domi­nante, quello del mec­ca­ni­ci­smo eco­no­mi­ci­stico: un valore non solo scien­ti­fico, che fa della sto­rio­gra­fia ben intesa uno «stru­mento neces­sa­rio allo spi­rito cri­tico di fronte a un discorso poli­tico domi­nante che fa leva sull’emotività e non sulla razionalità».

Nessun commento: