venerdì 30 maggio 2014

Una teodicea evoluzionista del capitale

Da animali a dèi. Breve storia dell'umanitàYuval Noah Harari: Da animali a dèi. Breve storia dell'umanitàBompiani

Risvolto

Centomila anni fa almeno sei specie di umani abitavano la Terra. Erano animali insignificanti, il cui impatto sul pianeta non era superiore a quello di gorilla, lucciole o meduse. Oggi sulla Terra ce una sola specie di umani. Noi. L'Homo sapiens. E siamo i signori del pianeta. Il segreto del nostro successo è l'immaginazione. Siamo gli unici animali che possono parlare di cose che esistono solo nella nostra immaginazione: come divinità, nazioni, leggi e soldi. Non riuscirete mai a convincere uno scimpanzé a darvi una banana promettendogli che nel paradiso delle scimmie, dopo la morte, avrà tutte le banane che vorrà. Solo l'Homo sapiens crede a queste storie. Le nostre fantasie collettive riguardo le nazioni, il denaro e la giustizia ci hanno consentito, unici tra tutti gli animali, di cooperare a miliardi. È per questo che dominiamo il mondo, mentre gli scimpanzé sono chiusi negli zoo e nei laboratori di ricerca. "Da animali a dèi" spiega come ci siamo associati per creare città, regni e imperi; come siamo arrivati a credere negli dèi, nelle nazioni e nei diritti umani; come abbiamo costruito la fiducia nei soldi, nei libri e nelle leggi; come ci siamo ritrovati schiavi della burocrazia, del consumismo e della ricerca della felicità. 



Lo storico israeliano traccia un profilo della nostra specie. E del suo futuroVittorio Macioce - il Giornale Gio, 29/05/2014


Evoluti e scontenti Homo Sapiens, il carissimo prezzo del successo
Nel suo libro «Breve storia dell’umanità», Yuval Noah Harari racconta come siamo diventati nel corso di 70mila anni e cosa abbiamo «ucciso» nel mondo e in noi stessi
l’Unità 30.5.14

CAPIRE COSA HA FATTO L’UMANITÀ NEGLI ULTIMI SETTANTA MILA ANNI. Un progetto ambizioso quello di Yuval Noah Harari, di professione esperto di storia medievale. Tutto è nato da un corso tenuto all’università ebraica di Gerusalemme. «A quegli studenti provenienti da tutto il mondo, dovevo presentare la storia non dal punto di vista di un Paese o di una religione, ma secondo una visione più olistica». Anni di ricerca ed ecco Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità. «Un viaggio affascinante», racconta Harari che oggi ha solo 38 anni.
Il suo libro racconta il successo di Homo sapiens. Che cosa gli ha permesso di diventare la specie dominante del Pianeta?
«Il segreto del successo di Homo sapiens è stato quello di saper collaborare in modo flessibile con tantissime persone. Esistono altri animali che sanno cooperare. Le api e le formiche ad esempio coinvolgono migliaia di individui nelle loro azioni ma in modo rigido, non sanno modificare il loro ambiente. Altri animali, come scimpanzé e delfini, sono più flessibili, ma cooperano solo con un numero limitato di individui che conoscono direttamente. Solo l’essere umano ha la capacità di collaborare in modo flessibile con milioni di individui, molti dei quali perfetti estranei. E sappiamo trasformare la nostra società da un anno all’altro. Lo abbiamo fatto: pensiamo alla rivoluzione francese».
Che prezzo ha questo successo?
«Il prezzo non lo abbiamo pagato solo noi: già prima della rivoluzione agricola, Homo sapiens aveva provocato l’estinzione di metà dei mammiferi viventi. Con il suo arrivo, tutte le altre specie umane sono scomparse e gli animali domestici sono stati sottoposti a un durissimo regime di sfruttamento. Ma i progressi tecnologici e il crescente potere non si sono tradotti in una vita migliore per l’essere umano. La vita di un operaio in Cina oggi è per certi versi peggiore rispetto a quella di un cacciatore-raccoglitore di 70.000 anni fa. Si sveglia, pulisce la casa, trascorre una o due ore a raggiungere il luogo di lavoro in mezzo al traffico e all’inquinamento, lavora 10-12 ore in fabbrica ripetendo sempre gli stessi gesti, altre due ore per tornare a casa e prima di andare a dormire deve cucinare, lavare i piatti... Settantamila anni fa la sua ava andava nella foresta a cercare conigli e funghi e aveva una vita di comunità migliore. Non sto dicendo che quella di allora era una vita paradisiaca, ma in termini di bisogni fisici e mentali era più adatta ai corpi e alle menti degli esseri umani rispetto alla vita di un operaio di oggi».
Lei individua tre rivoluzioni che hanno modellato la nostra storia: la rivoluzione cognitiva, quella agricola e quella scientifica. Ma c’è chi trova che negli ultimi anni sia in atto una nuova rivoluzione: quella della conoscenza, basata sull’informazione. Cosa ne pensa?
«Il mondo è invaso da sistemi per elaborare l’informazione e algoritmi. Sempre più le nostre decisioni vengono assunte grazie ad essi: le Borse ad esempio già agiscono sulla base di algoritmi e non di interventi umani. Secondo molti, il principale interrogativo economico dei nostri tempi è: a cosa servono le persone in un mondo in cui le decisioni possono essere prese molto meglio da un algoritmo? Oggi Google fa le automobili senza pilota, domani anche medici e giornalisti potranno essere sostituiti.
Una parte del suo libro è dedicata alla felicità: ci siamo evoluti, abbiamo costruito imperi e superato i nostri limiti fisici. Ma siamo più felici dei nostri antenati? Gli storici non si sono posti quasi mai questa domanda, perché?
«Per due motivi: in primo luogo perché l’interesse è sempre stato per la storia dei Paesi e delle nazioni e non per il destino dei singoli. In secondo luogo perché la felicità non era considerata un argomento serio, accademico. Negli ultimi venti anni però la psicologia, la biologia e anche l’economia hanno cominciato a interessarsi di questo tema. E si è cominciato a capire che la vera misura del successo non è data dal tasso di crescita del Pil, ma dal tasso di felicità. Oggi anche la storia può cominciare a porsi questi interrogativi. In questo libro mi occupo dei grandi eventi della storia, ma mi chiedo sempre: che impatto possono aver avuto sulla felicità degli individui? Abbiamo molte informazioni sull’Impero romano, ma cosa significava per una persona vivere a Roma in quei tempi? Sotto Augusto era più felice o meno di prima? Se non sappiamo rispondere, chi se ne importa di chi era al comando».
Ci sono però dei tentativi di prendere in esame la felicità degli individui: il piccolo Bhutan, ad esempio, adotta il Pif, prodotto interno felicità, per misurare il benessere della nazione. Cosa ne pensa?
«Da una parte è uno sviluppo molto positivo perché la felicità è una misura più efficiente rispetto alla crescita economica. Ma c’è un problema: definire la felicità è difficile. Alcuni governi potrebbero nascondere i loro fallimenti dietro questo paravento: “Non siamo riusciti a far crescere l’economia, la nostra sanità fa schifo, ma la gente è felice!”. La Corea del Nord ha diffuso i risultati di un’indagine svolta dal governo secondo cui gli abitanti del paese sono al secondo posto, dopo i cinesi, nella classifica dei più felici al mondo. Un altro rischio è che, poiché capitalismo e consumismo spingono le persone a volere sempre di più, la ricerca della felicità alimenti questo fenomeno. Questo è un grosso rischio perché la gente non sa fermarsi: volere sempre di più è una droga».
Nell’affacciarsi sul futuro, lei arriva a una conclusione forte: ci stiamo avvicinando agli ultimi giorni di Homo sapiens, perché?
«Di mutamenti ce ne sono stati tanti nella storia, ma due cose sono rimaste invariate: il corpo e la mente dell’essere umano. Nel XXI secolo stiamo acquisendo le capacità tecnologiche di trasformare corpo e mente grazie all’ingegneria genetica e alla possibilità di collegarci con computer. Questo trasformerà le regole del gioco. Non sto preannunciando un’apocalisse, ma persone come noi spariranno e saranno sostituite da esseri con capacità fisiche e cognitive diverse. Non possiamo fermare il cambiamento: è troppo veloce ed è alla base della nostra economia. Ma possiamo cercare di influenzare la direzione nella quale si muove questo processo. La questione più importante è stabilire ciò che vogliamo diventare».


È l’immaginazione che ci ha resi umani
Dal Sapiens al posthuman: il filo che percorre la traiettoria della nostra specie. Determinismo e scelte
Adriano Favole La Lettura

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