martedì 13 maggio 2014

La Seconda Guerra dei Trent'anni

L’altra guerra dei trent’anni

Il primo conflitto mondiale segnò la caduta di quattro imperi, rinnovò la tecnologia, moltiplicò i fronti. E finì nel ’45, non nel ’18

di Sergio Romano Corriere La Lettura 11.5.14


Per molti anni, dopo la fine della Grande guerra, il tema centrale dell’immensa letteratura storica apparsa sul conflitto fu quello delle responsabilità. In una prima fase quasi tutti gli storici furono patriottici e giustificarono il proprio Paese, cercando altrove il capro espiatorio. Qualcuno dette la colpa all’impero asburgico, ossessionato dall’incubo del proprio declino. Altri dettero la colpa a Guglielmo II, imperatore di Germania; altri al revanscismo francese; altri ancora all’opacità e alle titubanze della diplomazia britannica. In una seconda fase gli storici divennero revisionisti e non esitarono a sottolineare le responsabilità del proprio Paese, come lo storico tedesco Fritz Fischer in un libro intitolato Assalto al potere mondiale, pubblicato da Einaudi nel 1965, sulle ambizioni egemoniche del Secondo Reich. Più recentemente la tesi prevalente mi è parsa essere quella di un diffuso sonno della ragione che, come nei Sonnambuli di Christopher Clark, pubblicato recentemente da Laterza, avrebbe reso tutti i Paesi corresponsabili di un’«inutile strage» . 

Per quasi un secolo, quindi, la storia della Grande guerra è una «storia della colpa». Molti studiosi, con maggiore o minore distacco, hanno continuato a descrivere le diverse politiche nazionali prima del conflitto; e il libro di Luigi Albertini sulle Origini della guerra del 1914 , nuovamente pubblicato dalla Libreria Editrice Goriziana nel 2010, resta una delle opere migliori. Ma al centro di ogni studio vi era il problema della responsabilità. La Schuldfrage , come fu chiamata in Germania, fu la guerra fredda fra opposte verità che venne combattuta in Europa nel lungo intervallo fra due conflitti mondiali. 
Il tema della colpa era collegato alla durata del conflitto e alle sue disastrose conseguenze politiche. Una guerra più breve, nello stile di quelle che erano state combattute dagli Stati europei dopo la guerra dei Trent’anni (1618-1648), non avrebbe provocato il crollo di quattro imperi — austro-ungarico, tedesco, russo e ottomano —, una dozzina di rivoluzioni e la catastrofe demografica che colpì la generazione dei combattenti. Vi sarebbero stati mutamenti territoriali e altre guerre, ma dopo più o meno lunghi intervalli di pace. È il problema della durata quindi che occorre oggi approfondire. Perché la guerra del 1914 fu così diversa da quelle che l’avevano preceduta? 
La prima ragione concerne gli effetti dei conflitti sulla stabilità degli Stati. Nel 1859 e nel 1866 l’Austria-Ungheria aveva perduto due guerre: la prima contro la Francia e il regno di Sardegna nel 1859, la seconda contro la Prussia e i suoi alleati tedeschi nel 1866. Ma la sconfitta non aveva impedito a Francesco Giuseppe di conservare il trono. La guerra franco-prussiana del 1870, invece, aveva provocato l’abdicazione di Napoleone III, la Comune e l’avvento della Terza Repubblica. Luigi Napoleone era un sovrano plebiscitario, creato dal colpo di Stato del 2 dicembre 1851 e dal voto popolare del 21 dicembre. La corona gli era stata data dai francesi e dagli stessi francesi poteva essergli tolta. Ma neppure le grandi dinastie potevano dormire sonni tranquilli. La Comune aveva rivelato l’esistenza in Europa di una sinistra rivoluzionaria, pronta ad approfittare della sconfitta per tentare la conquista del potere. Nel 1914 tutti i sovrani europei sapevano quindi che i loro troni potevano essere perduti. Fra i motivi della guerra vi era stata anche la speranza che il conflitto avrebbe compattato le loro società nazionali contro il pericolo anarchico e socialista. Ma una guerra perduta, o conclusa mediocremente con un compromesso insoddisfacente, li avrebbe esposti al rischio di una rivoluzione . 

La seconda ragione della guerra lunga fu la pluralità dei conflitti. Non vi fu un solo conflitto tra coalizioni che avevano obiettivi comuni. Vi furono almeno cinque guerre: quella franco-tedesca per la supremazia nel continente europeo, quella anglo-tedesca per il governo degli oceani, quella austro-russa per la supremazia nei Balcani, quella italo-austriaca per la supremazia nell’Adriatico e quella russo-turca per il controllo degli Stretti; per non parlare di quella che fu contemporaneamente combattuta dal Giappone per la creazione di un impero nipponico dell’Asia orientale. Nelle guerre tradizionali le regole del gioco volevano che si combattesse finché i danni subiti erano tollerabili e la speranza di un vantaggio compensava il timore di nuove perdite. Non appena la speranza della vittoria impallidiva, lo Stato che avrebbe corso rischi maggiori usciva dal gioco e cominciava a negoziare la pace. Avrebbe perso qualche provincia, ma il suo sovrano avrebbe conservato il trono. Durante la Grande guerra la manovra fu tentata dalla Romania e sarebbe stata forse tentata dall’Italia dopo Caporetto, ma la posta, con il passare del tempo, era diventata sempre più alta e la prospettiva di una pace separata sempre più difficilmente praticabile. Anziché essere combattuta soltanto sui campi di battaglia da militari di mestiere, la guerra era diventata «totale». 
I fattori che contribuirono a renderla tale furono sociali ed economici. I mutamenti democratici del secolo precedente avevano creato società di massa in cui tutti, grazie alla coscrizione obbligatoria, potevano essere chiamati alle armi. I combattenti furono circa 65 milioni, i morti 9, i feriti 21. Gli effettivi dell’esercito russo, in particolare, ammontarono complessivamente a 12 milioni di uomini. Il costo diretto del conflitto superò i 180 miliardi di dollari, quello indiretto oltrepassò i 165 miliardi. 
La rivoluzione industriale moltiplicò la potenza degli eserciti combattenti. La fanteria e la cavalleria francese andarono al fronte nella tarda estate del 1914 in giacca blu, calzoni rossi e senza elmetto. Il primo Natale di guerra fu festeggiato con una tregua e scambi di doni da una trincea all’altra . Ma nei mesi successivi tutto cambiò: le uniformi, i copricapi (i soldati ebbero in dotazione l’elmetto) e, soprattutto, le armi. 

Le industrie di ogni nazione adattarono al campo di battaglia gli straordinari progressi compiuti dalla tecnologia nel secolo precedente. Furono costruiti cannoni sempre più grossi e potenti. Fu accelerato lo sviluppo dell’industria automobilistica. Furono progettati aeroplani che potevano combattere nei cieli e scaricare le loro bombe sul territorio nemico. La competizione tra la corazza e il cannone creò navi sempre più corazzate e, naturalmente, i carri armati. I sottomarini rivoluzionarono la guerra marittima, i camion rivoluzionarono la logistica della guerra e la telefonia cambiò radicalmente il sistema delle comunicazioni. L’industria chimica si mise al lavoro per creare un’arma nuova: i gas asfissianti. La celebrazione in comune di una festa religiosa divenne impossibile. 
Quanto più cresceva il numero dei morti e dei feriti tanto più si allontanava paradossalmente la prospettiva di una pace negoziata. Vi furono tentativi di mettere fine al conflitto fra cui la lettera ai capi dei popoli belligeranti inviata dal Pontefice romano Benedetto XV il 1° agosto 1917, in cui la guerra fu definita una «inutile strage». Ma l’invito, nel quale vi erano generiche proposte per la soluzione di alcuni conflitti, fu considerato una molesta ingerenza della Chiesa negli affari degli Stati e non venne preso in alcuna considerazione. I 14 punti del presidente americano Woodrow Wilson, annunciati al mondo l’8 gennaio dell’anno seguente, erano molto più articolati della lettera papale, ma presupponevano la vittoria degli Alleati e non potevano essere graditi agli Imperi centrali. Fu quello il momento in cui cominciarono ad apparire nel linguaggio politico militare espressioni che avrebbero dominato il secolo: guerra a oltranza, resa senza condizioni, vittoria totale . 

È particolarmente paradossale, in questo clima di duello all’ultimo sangue, che la Germania abbia firmato l’armistizio di Compiègne quando era pur sempre vincitrice all’Est, occupava ancora territori delle potenze alleate sul fronte occidentale e nessun soldato straniero aveva attraversato la sua frontiera. Non perdette la guerra sul campo di battaglia, combattendo contro gli eserciti alleati. La perdette a Kiel, dove la sua flotta si era ammutinata, ad Amburgo, Brema e Lubecca, dove la protesta aveva contagiato altri corpi militari, a Monaco, dove il re di Baviera fu costretto ad abdicare, e infine a Berlino, dove il leader socialista Philipp Scheidemann annunciò l’abdicazione di Guglielmo II e proclamò la Repubblica tedesca. Perdette la guerra sul fronte interno perché il Paese era affamato dal blocco continentale. Ma la teoria della colpa, elaborata dai vincitori per meglio giustificare una guerra che aveva richiesto enormi sacrifici, produsse una pace troppo duramente punitiva. 
Il diktat della Galleria degli specchi nel palazzo di Versailles, dove si firmò il trattato di pace, non serviva soltanto a stroncare le ambizioni egemoniche della Germania guglielmina. Serviva anche a impedire che i francesi, i britannici e gli italiani trattassero i loro governi nelle stesso modo in cui i tedeschi avevano trattato il loro imperatore. Ma una guerra perduta senza una reale sconfitta militare e le insensate clausole economiche del trattato di pace crearono nei tedeschi il sentimento di una ingiustizia che altri uomini politici, negli anni seguenti, avrebbero usato per riaprire la partita. La guerra non terminò nel novembre del 1918. In quella data, che viene ancora immeritatamente commemorata, calò il sipario sul primo atto di una tragedia che si sarebbe conclusa soltanto nel maggio del 1945 . 



La prova generale dell’orrore genocida

Deportazioni, stragi, stupri: le atrocità sui civili preannunciano un cupo futuro E rimangono tutte impunite

di Marcello Flores Corriere La Lettura 11.5.14


La memoria più vicina e più forte della Seconda guerra mondiale, in cui la metà delle vittime sono state civili, ha fatto spesso dimenticare che i crimini di guerra e contro l’umanità hanno fatto la loro comparsa nel primo conflitto mondiale. Le convenzioni dell’Aia del 1899 e 1907 avevano stabilito quali fossero, nel corso di una guerra, i comportamenti ritenuti lesivi della dignità, dell’onore, di un sentimento di umanità che dovevano sopravvivere anche in epoca bellica. Ma già nel corso del 1915 e del 1916 erano apparsi diversi «rapporti» sulle atrocità commesse dall’esercito tedesco in Belgio e Francia, su quelle delle truppe austriache in Serbia, su quelle dell’esercito turco ai danni delle minoranze dell’Impero ottomano. Ma sarà soprattutto nel corso della conferenza di pace di Parigi che, nel marzo 1919, una commissione «sulle responsabilità degli autori della guerra e sull’applicazione delle punizioni» presenterà un ampio e dettagliato rapporto che elencava 32 crimini di guerra e allegava 30 pagine di esempi che enumeravano i luoghi e i tempi in cui essi erano stati commessi. 

Un’anticipazione drammatica di quanto sarebbe accaduto si era già avuta durante le due guerre balcaniche che, nel 1912-13, costituirono la premessa al conflitto mondiale. Anche in questo caso, nel 1914, era stato pubblicato un rapporto, voluto dalla Carnegie Foundation e stilato da giuristi di sei Paesi, in cui erano elencati gli orrori commessi da tutte le parti coinvolte (nella prima guerra la Lega balcanica contro l’Impero ottomano; nella seconda il conflitto era scoppiato tra i membri della Lega, la Bulgaria contro i suoi ex alleati Serbia, Grecia e Montenegro). 
Un ampio affresco in due tomi dello storico inglese Mark Levene sugli orrori dei genocidi novecenteschi, The Crisis of Genocide , dedica la prima parte proprio ai crimini commessi tra il 1912 e il 1918, mostrando come nell’area prevalente dei massacri (i Balcani, il Caucaso, l’Anatolia) in realtà le violenze continuarono fino almeno al trattato di Losanna del 1922, proseguendo sulla linea di quelle commesse negli anni precedenti. Levene inquadra l’intero sviluppo mondiale moderno dell’Ottocento e Novecento come un contesto che favorisce il genocidio e vede le crisi delle semiperiferie — dove più gravi sono le violenze — come conseguenza del generale conflitto tra le grandi potenze in quelle zone che devono reggere l’impatto del collasso degli imperi tradizionali. 
Cercando di superare il contrasto tra coloro che vedono l’orizzonte della guerra come il contesto più propizio per le peggiori violenze o, al contrario, come il risultato di dinamiche che localmente hanno già il segno della barbarie, Levene cerca di comprendere la violenza intrecciando le «circostanze» da cui nasce il conflitto con la «esperienza» in cui esso si concretizza. Per i serbi, ad esempio, gli islamici macedoni potevano essere assimilati, mentre i musulmani albanesi dovevano essere deportati o sterminati, in quanto gruppo che sembrava costituire una minaccia particolarmente pericolosa. 
È proprio la percezione della minaccia rappresentata da un gruppo avverso (nazionale, etnico, religioso) a costituire in genere la molla delle atrocità, oltre alla spirale di vendetta e controvendetta. Se nel corso della prima guerra balcanica migliaia di musulmani ottomani vengono uccisi dalle truppe serbe e bulgare nel corso della deportazione di oltre 200 mila di loro, nella seconda saranno i greci a distruggere 160 villaggi e a giustificare nell’estate del 1913 le loro atrocità, sostenendo che i bulgari non erano uomini e che con i barbari occorre comportarsi da barbari. I massacri dei serbi nei confronti degli albanesi — per ridurre il loro peso demografico in Kosovo — toccano l’apice nel settembre 1914, quando la repressione di un tentativo di rivolta conduce all’annientamento del distretto di Luma e alla fuga dei 25 mila sopravvissuti. 
È quindi senza soluzione di continuità che si succedono gli eccidi, le deportazioni, le violenze che accompagnano le prime terribili battaglie del conflitto mondiale (Charleroi, Marna, Tannenberg, Laghi Masuri, Langemarck, Cer). La novità, in questo caso, è data dal luogo in cui avvengono le atrocità e da chi le commette. Nell’agosto-settembre del 1914, infatti, sono i soldati tedeschi a creare il terrore tra le popolazioni del Belgio e della Francia del nord. Con la scusa del timore di spie e della presenza di francs-tireurs (civili armati), come nella guerra franco-prussiana di quarant’anni prima, il generale von Bülow autorizza il 9 agosto la presa e uccisione di ostaggi e l’incendio dei villaggi dove i tedeschi hanno trovato resistenza. A Dinant quasi 700 persone (donne e bambini compresi) vengono allineate e uccise il 23 agosto, mentre due giorni dopo l’incendio di Lovanio distruggerà la preziosa biblioteca medievale, uccidendo circa 250 persone. 
Certo, in termini numerici, le 6.500 vittime civili del Belgio sono poca cosa di fronte a oltre un milione di morti che conterà, di lì a un anno, il genocidio degli armeni da parte ottomana, o ai massacri degli assiri e alla deportazione dei greci; o alle altre deportazioni di cui sono vittime in Russia oltre 300 mila tedeschi del Volga inviati in Siberia, o 100 mila ebrei rimossi dalle aree vicino al fronte e mandati in Polonia, mentre i cosacchi nel settembre 1914 entrano nella capitale della Galizia, Leopoli, uccidendo coloro che sono rimasti e distruggendo la città. 
La deportazione è l’arma privilegiata, perché permette di uccidere o di far morire indirettamente una gran quantità di nemici presunti, impossessandosi di beni e villaggi e lasciando spesso alla popolazione locale il compito di intervenire contro le minoranze (ma queste minoranze, in Russia, sono oltre sette milioni di persone che saranno rimosse dalle loro case nel corso della guerra e saranno vittime della violenza militare dell’esercito zarista e a volte anche di quello nemico). 

Lo stupro di massa nei confronti delle donne — e spesso delle bambine — dei villaggi occupati fu una costante che anticipò e accompagnò le distruzioni e le deportazioni. Ciò avvenne in particolare, e con decine di migliaia di casi, nel corso della deportazione degli armeni, dell’espulsione degli ebrei dalle regioni occidentali della Russia, dell’invasione della Galizia, dell’occupazione austro-ungarica e bulgara della Serbia. Autorizzati e incoraggiati dalle gerarchie militari, gli stupri di massa si rivelarono strumenti del genocidio e della snazionalizzazione. Quelli commessi sul fronte orientale e balcanico — di gran lunga la maggioranza — passarono però quasi inosservati, mentre fu alle centinaia compiuti da parte tedesca in Belgio e Francia che si diede particolare attenzione, anche se prevalentemente da parte di organizzazioni femminili. 
La commissione che nel marzo 1919 consegna il suo rapporto sulle violazioni delle «leggi di guerra» e sui crimini «contro l’umanità e la civiltà» (come le grandi potenze avevano dichiarato nel maggio 1915, avvertendo la Turchia che tutto il suo governo sarebbe stato ritenuto colpevole dei massacri degli armeni da poco iniziati) indica come responsabilità principali delle armate tedesche, austriache e ottomane, i massacri e il terrorismo sistematico, la messa a morte degli ostaggi, la tortura di civili, la deliberata riduzione alla fame, lo stupro, il sequestro di ragazze e donne per la prostituzione forzata, la deportazione, le condizioni inumane dell’internamento, il lavoro forzato dei civili nel corso di operazioni militari. 
Di alcuni di questi delitti si erano resi responsabili anche le potenze vincitrici. Ma il disaccordo politico (e soprattutto l’opposizione americana alla definizione stessa di crimini contro l’umanità e all’instaurazione di un tribunale internazionale) impedì che perfino per le nazioni sconfitte scattasse la risposta di una giustizia internazionale che pure sembrava avere individuato ciò che era accaduto.  

Diclorodietilsolfuro (iprite)
Il gas letale soffoca le trincee
di Luigi Offeddu Corriere La Lettura 11.5.14

Uno chiffon de papier , un brandello di carta. Alla sera del 4 agosto 1914, andava considerata così la promessa di neutralità garantita al Belgio dalle cinque potenze europee, fra cui la Germania. Lo disse chiaro e tondo il cancelliere tedesco Theobald von Bethmann-Hollweg, nella lingua dei diplomatici, all’ambasciatore britannico a Berlino, sconvolto da quelle parole. Perché la promessa fatta a Bruxelles era un patto solenne che risaliva al 1830, anno di nascita del Belgio indipendente. Era la parola d’onore di un continente intero. Ma fu stracciata lo stesso. Una manciata di ore dopo, il piccolo Belgio fu invaso dalla grande Germania, che da anni con il suo «piano Schlieffen» puntava alle Fiandre e al mare per poi accerchiare la Francia e subito dopo affrontare la Russia zarista. Poi si mossero gli eserciti degli altri giganti, da Parigi a San Pietroburgo e a Londra.
Era l’inizio della Grande guerra, un secolo fa, lo scontro atteso fra il mondo germanico, quello anglosassone, quello franco, quello slavo, quello italico-mediterraneo. E fra grandi strateghi, o eroi nascosti: come si vide quando, travolti dall’impeto degli invasori, i belgi risposero a colpi di alta marea, aprendo le chiuse di Nieuwpoort sulla costa e allagando le campagne dell’Yser, che per i tedeschi si trasformarono in paludi invalicabili: un episodio quasi sconosciuto, raccontato da Ian F.W. Beckett nel suo libro La prima guerra mondiale. Dodici punti di svolta (Einaudi).
La Grande guerra fu anche uno scontro di dominatori idealisti, secondo (pochissimi) storici, o di colossi industriali in fase di sovrapproduzione, secondo altri. Ma lo chiffon de papier stracciato dalle mani del Belgio non sarebbe rimasto il solo, nella storia d’Europa. Venticinque anni dopo, si rivelarono un «brandello di carta» anche le promesse fornite da un altro cancelliere tedesco, Adolf Hitler, a un altro Paese fragile, la Polonia. Il 1° settembre 1939, una sbarra di confine in un bosco fu sollevata da un manipolo di soldati tedeschi, che una foto catturò per sempre nel loro gesto: il sigillo della pace stuprata, dell’Europa dimentica di se stessa; e di qualcos’altro ancora, un Male mai prima concepito, la strage del popolo ebraico. La Polonia come il Belgio, micce di un incendio che divorò poi tutto: poche ore dopo il levarsi della sbarra, ricominciò l’Apocalisse.
E in Belgio, come in Polonia, tutto questo non è mai stato dimenticato. La sensazione del colpo alle spalle non è mai sbiadita nella memoria nazionale, seppure divisa nelle due comunità di lingua e storia diversa, i fiamminghi e i valloni francofoni. Anzi, ha continuato ad acuire vecchie ferite: perché se per l’ultima guerra mondiale è storicamente accertata l’esistenza di un forte collaborazionismo vallone (Léon Degrelle) o fiammingo (Staf De Clercq) al fianco dei nazisti, anche sulle origini del primo conflitto sono sempre circolate voci su frange fiamminghe che avrebbero agevolato l’invasione tedesca, per la tradizionale avversione ai valloni francofoni e alla loro madre, la Francia.
Altre memorie sono sempre lì, da un secolo: il diclorodietilsolfuro, il gas usato per la prima volta — pare — dai tedeschi nel 1915 ha un nome ben più noto, iprite, poiché deriva dalla città belga di Ypres, le cui trincee furono trasformate in atroci luoghi di esperimenti chimici. All’inizio di tutto, fra Belgio e Germania, l’orgoglio del primo e la determinazione bellica della seconda formarono in 48 ore una miscela devastante. E basata, ancora una volta, su due chiffon de papier . Primo documento: «Ore 19 del 2 agosto 1914, Legazione imperiale tedesca a Bruxelles. Estremamente riservato… Le misure prese dai nemici della Germania (i francesi, ndr ) l’obbligano a violare il territorio belga…». Poi: se il Belgio non sarà ostile, verrà indennizzato. Se no, sarà considerato un nemico di Berlino.
C’era anche qualcosa di non detto: il piccolo Belgio aveva ricche colonie in Africa, come il forziere del Congo, e la Germania — «padrona» del Tanganika o della Namibia — ambiva a divenirne l’erede. L’ultimatum di Berlino celava pure questo, fra le righe. Ma i belgi non potevano accettare. E così, ecco la risposta del 3 agosto: «Se il Belgio accettasse, sacrificherebbe l’onore della nazione e nello stesso tempo tradirebbe i suoi doveri verso l’Europa…».
Bruxelles non poteva sostenere a lungo l’assalto di un esercito così potente. In poche settimane, i tedeschi piallarono villaggi e battaglioni nella loro corsa verso nord. Poi però ci fu la parentesi eroico-geniale di Nieuwpoort, sul Mare del Nord. Come raccontato nel libro di Beckett, un ingegnere e un vecchio battelliere, cui sono dedicati due monumenti sul posto, furono i probabili ideatori dell’operazione. Il generale francese Ferdinand Foch e i capi dell’esercito belga si contesero poi il merito di aver autorizzato l’inondazione. E Gerald Dingens, il guardiano della chiusa di Nieuwpoort, coordinò tutto. Raccontarono più tardi i diari di guerra tedeschi: «La mattina del 30 (ottobre 1914, ndr ) le truppe in avanzata si trovarono immerse nell’acqua fino alle caviglie, poi il livello era salito gradualmente e ora si trovava all’altezza delle ginocchia, e a malapena riuscivamo a trascinare i piedi fuori dal terreno argilloso…». L’«auto-inondazione» fermò, almeno in quella zona, le truppe del Reich. Il Davide belga aveva trasformato in un bagno di fango la marcia trionfale del Golia Kaiser. 


Mussolini e Nenni, ribelli interventisti
Nel giugno 1914 i due giovani romagnoli furono all’avanguardia nei moti sovversivi della Settimana rossa Ma subito dopo entrambi si schierarono per l’ingresso in guerradi Claudio Venza Corriere La Lettura 11.5.14

«La monarchia è condannata. Cadrà oggi o cadrà domani, ma cadrà sicuramente e presto». Così scrive il leader anarchico Errico Malatesta indicando l’obiettivo della rivolta iniziata l’8 giugno 1914 e passata alla storia come «Settimana rossa». In effetti la notizia della caduta dei Savoia circola tra gli insorti e ne anima la lotta. L’enorme, e pare irrefrenabile, movimento parte da un fatto di sangue: l’uccisione di tre manifestanti, due repubblicani e un anarchico, colpiti dagli spari dei carabinieri ad Ancona dopo il comizio antimilitarista del 7 giugno. L’agitazione vuole ottenere lo scioglimento delle compagnie di disciplina, reparti punitivi per soldati sovversivi, e l’inizio del processo ad Augusto Masetti, l’anarchico che nel 1911 aveva sparato a un ufficiale che incitava a partecipare alla guerra di Libia.

La dimensione e la radicalità dell’insurrezione sorprendono gli stessi rivoluzionari. Come ricorda Luigi Lotti nel suo studio ormai classico, il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris confessa: «Non credevamo ci fosse in Italia tanta materia infiammabile». Fra i protagonisti si fanno notare, oltre a Malatesta e a Luigi Fabbri, il dirigente repubblicano Pietro Nenni e il socialista estremista Benito Mussolini. Non a caso gli ultimi tre sono romagnoli o marchigiani. Una regione ampia, e dalle tradizioni ribelli, è l’epicentro della sollevazione. Si va da Ancona, la città più importante, alle intere Marche e si coinvolge in pieno la «Romagna rossa». La forza pubblica, polizia ed esercito, sembra restare paralizzata di fronte all’occupazione di municipi, all’assalto di chiese, all’invasione di edifici statali. In effetti molti reparti restano senza ordini, in quanto il telegrafo viene sabotato in più punti e le comunicazioni ferroviarie sono quasi totalmente sospese. In queste condizioni esplode una rabbia popolare che porta perfino alla ripresa di vecchie simbologie e pratiche. In diverse piazze di centri romagnoli, e non solo, si innalza l’«Albero della libertà», si assaltano i circoli dei notabili e si proclama la Repubblica a livello comunale.
In grandi città, da Roma a Milano, da Torino a Firenze, dilaga lo sciopero generale. La Cgl, il sindacato socialista diretto dai moderati, deve seguire la mobilitazione spontanea e avallare le sospensioni del lavoro che si stanno moltiplicando. Sarà poi la stessa confederazione sindacale maggioritaria a spegnere l’incendio insurrezionale, con l’accordo della maggioranza riformista del Psi: il 10 giugno dichiara la fine delle agitazioni e il ritorno in fabbrica o nei campi. Malgrado parte dei rivoltosi intenda continuare la lotta, che prosegue in diversi centri fino al 13, la rottura dell’unità fra le organizzazioni e le stesse indecisioni dei protagonisti portano al termine della massiccia agitazione, la più importante dall’Unità d’Italia. L’arrabbiato Mussolini accusa di «fellonia» i dirigenti sindacali.
Anche il movimento più sovversivo, quello anarchico, deve fare i conti con l’impossibilità di realizzare una vera rivoluzione che, come più volte proclamato da Malatesta, dovrebbe far sì «che nessuno manchi di pane, che nessun bambino manchi di latte, che gli ospedali siano forniti di tutto l’occorrente».
Dal punto di vista dello Stato, la Settimana Rossa mostra i limiti del controllo istituzionale sulla popolazione. Ciò risponde, secondo il capo del governo, Antonio Salandra, a una linea politica di «massima prudenza». Si tratterebbe di mantenere la difesa militare dei punti nevralgici e di aspettare l’inevitabile riflusso del movimento.

Il ripristino dell’ordine viene facilitato da un avvenimento che cambia la storia mondiale. Nel giro di alcune settimane, in seguito all’attentato di Sarajevo, scoppia la Prima guerra mondiale e tutto il continente è investito da un terremoto. Niente sarà più come prima del 1914. La guerra provoca in Italia un acerrimo scontro interno fra interventisti e neutralisti, spostando il piano del confronto dall’ambito sociale a quello politico e militare. L’evento traumatico ha effetti sui singoli esponenti delle agitazioni della Settimana rossa. A ciò si aggiunga l’avvio di una nuova fase repressiva e diversi esponenti di primo piano, tra cui Malatesta e Fabbri, scelgono la via dell’esilio.
In poco tempo si ridimensiona il contenuto antimilitarista che era stato la miccia della tentata insurrezione del 7-13 giugno. In realtà i repubblicani restano antisabaudi, ma tra loro emerge con prepotenza la componente patriottica. Inoltre si sviluppa in modo quasi irresistibile un altro elemento: il bisogno dell’azione e il rifiuto della passività di fronte a un fatto così enorme come la guerra mondiale. Il «patriottismo d’azione» si impone progressivamente quale viatico dell’impegno dei repubblicani. Lo stesso Nenni dichiara pubblicamente, dal carcere, di auspicare l’intervento italiano e la partecipazione volontaria dei militanti.
Altri attivisti di primo piano nella Settimana rossa scelgono invece la continuità con l’antiautoritarismo. Così Armando Borghi, nel convegno del sindacato rivoluzionario Usi del settembre 1914, rompe con una personalità di grande prestigio come Alceste De Ambris, segretario della potente Camera del lavoro di Parma. Questi si schiera per l’intervento ed è quindi espulso dal sindacato insieme a non pochi seguaci.
Da parte sua Benito Mussolini, direttore dell’«Avanti!» e quindi ai vertici del Psi, ha valorizzato la Settimana rossa come momento di rottura del sistema vigente. La sua ricerca ossessiva delle circostanze eccezionali che possano favorire lo scoppio insurrezionale trova poi soddisfazione nella deflagrazione bellica. Polemizzando con gli antibellicisti, vede nel conflitto in corso in Europa un rimescolamento di carte talmente profondo da creare, anche al di là delle intenzioni di governi e alleanze, nuovi spazi per la «guerra rivoluzionaria». Dopo alcuni mesi di conferme e riconferme della linea ufficiale socialista della «neutralità assoluta», in un articolo del 18 ottobre 1914 enuncia una «neutralità attiva e operante», formula personale e sintomo di un radicale cambiamento di prospettiva.
In ultima analisi, la Settimana rossa ha rappresentato per i suoi protagonisti una duplice esperienza valutata in modo in apparenza coincidente: è stata una lotta aperta e foriera di una trasformazione senza ritorno della società. Pro e contro la guerra sono le due posizioni opposte di chi riflette, da angolature politiche e ideali divergenti, sul medesimo cruciale momento storico. È appena terminato, ma appare già lontano e sfumato.


Distanze impossibili e disciplina atroce: leoni in battaglia agli ordini di asini
Molti milioni di caduti fra truppe guidate da generali spesso crudeli, incapaci e ignari della modernitàdi Paolo Rastelli Corriere La Lettura 11.5.14

L’esercito britannico nella Prima guerra mondiale? «Leoni guidati da asini», secondo lo storico Alan Kenneth Clark. E Lloyd George, primo ministro di Sua maestà nella seconda parte del conflitto e fino alla vittoria finale, disprezzava i generali e i loro «cervelli pieni di inutili cianfrusaglie». Più o meno le stesse cose sono state scritte anche in Francia e in Germania. Per non parlare dell’Italia, che, anche per reazione alla santificazione delle trincee operata in epoca fascista, in un secondo tempo ha potuto aggiungere senza sforzo alle critiche e alla sfiducia nei confronti dei comandanti della Grande guerra i disastri avvenuti nel Secondo conflitto mondiale coinvolgendo nel disprezzo tutte le gerarchie militari.
A favore di questo modo di pensare milita prima di tutto la lugubre contabilità dei caduti: le cifre più accreditate danno 5,14 milioni di morti per le potenze dell’Intesa (su un totale di 22,2 milioni di perdite conteggiando anche feriti, prigionieri e dispersi), 3,38 milioni per gli Imperi centrali (su 15,4 milioni). In Italia il dato più certo è quello dell’Albo d’oro dei caduti realizzato negli anni Venti, ora digitalizzato e riorganizzato nell’ambito dei grandi progetti di recupero della memoria storica del conflitto ad opera del Centro studi storico militari sulla Grande guerra «Piero Pieri» (presieduto dal colonnello Lorenzo Cadeddu) e dell’Associazione WW1 – Dentro la Grande guerra. Furono 529.025 i soldati, marinai e aviatori caduti su un totale di 4.872.213 combattenti che presero parte al conflitto. Ma lo stesso Centro studi «Piero Pieri» stima che un 15-20% di caduti non sia stato riportato nell’Albo d’oro . Una carneficina che impoverì a tal punto le Forze armate da costringere al richiamo di quasi un milione di riformati.
La cattiva fama dei capi militari nacque anche dalla pubblicistica pacifista negli anni tra le due guerre, dai poeti della «generazione perduta» come Siegfried Sassoon ai romanzieri come Erich Maria Remarque, che raccontano di comandanti ciechi a ogni pietà e di soldati spinti come pecore al macello e sottoposti a una disciplina inumana. Infine c’è stata un’intera generazione di storici, militari e non (il caposcuola fu Basil Liddell Hart), che ha descritto i generali come bruti selvaggi che con tenaglie sempre più grosse cercano di estrarre da una tavola di legno una vite, senza capire che basterebbe girarla.
Negli ultimi anni, però, si assiste a un certo revisionismo, almeno in campo militare (di cui è un buon esempio il libro Mud, Blood and Poppycock , «Fango, sangue e scemenze», di Gordon Corrigan). È vero, tentare di sfondare le trincee tedesche e austriache scatenando loro addosso bombardamenti sempre più pesanti e soldati sempre più numerosi (le famose tenaglie) sembra tuttora un esercizio futile e sanguinoso. Ma che alternative avevano i comandanti dell’epoca? La possibilità di superare i difensori senza perdere slancio e quindi ottenere uno sfondamento definitivo che rimettesse in movimento i fronti congelati alla fine del 1914 era al di là delle capacità dell’epoca: niente carri armati (i primi, rudimentali, apparvero nel 1916) per sfondare, niente paracadutisti ed elicotteri per un aggiramento verticale. E soprattutto nessuna capacità di controllo del campo di battaglia. Banalmente i progressi della tecnologia militare, la capacità di uccidere delle armi, la quantità di uomini che si potevano trasportare, nutrire e rifornire sul campo di battaglia avevano di gran lunga superato la capacità dei comandanti di incanalare e guidare le forze che avevano a disposizione.
Nel 1815 a Waterloo il duca di Wellington aveva mantenuto una salda presa sulla battaglia cavalcando lungo i 4-5 chilometri dello schieramento alleato e mandando i suoi ordini con gli aiutanti di campo che in pochi minuti raggiungevano ogni punto dello scontro. Il 1° luglio 1916, sulla Somme, gli anglo-francesi attaccarono su un fronte di 40 chilometri, ma le loro possibilità di comunicare, una volta cominciata l’avanzata, con i cavi telefonici spezzati dall’artiglieria e in assenza di radio portatili o almeno montate sugli aerei, in mezzo al fumo e alle esplosioni, erano più o meno quelle di Wellington, staffette e piccioni viaggiatori, ma in un ambiente infinitamente più ostile e mortale. Così qualunque successo non poteva essere sfruttato e qualunque ostacolo non poteva essere superato dall’azione di comando. Sempre sulla Somme, racconta lo storico inglese John Keegan, si calcolò che ci volevano in media otto ore perché un messaggio raggiungesse il fronte dal quartier generale di divisione e lo stesso tempo era necessario per il percorso inverso. Il che voleva dire 16 ore tra la segnalazione di una forte resistenza sul fronte e le disposizioni di un comandante per superarla. E in 16 ore i difensori avevano il tempo di rinsaldare le linee.
Così i generali non potevano fare altro che lanciare offensive su offensive, cercando di logorare le forze del nemico più di quanto logorassero le proprie. Un onere che ricadeva sugli alleati, visto che i tedeschi a ovest combattevano in suolo francese e non avevano nessun interesse ad attaccare finché non avessero regolato i conti con i russi.
Ma, si dirà, e gli austro-tedeschi contro gli italiani nel 1917, a Caporetto? Sfondarono e quasi sconfissero l’esercito italiano. Per loro queste limitazioni non valevano? Il problema fu prima di tutto che le truppe italiane erano schierate male e non per la difesa: il generalissimo Luigi Cadorna voleva al più presto riprendere gli attacchi e non ritenne di dover rettificare lo schieramento. Poi i tedeschi, rinforzati dopo la rivoluzione russa, utilizzarono per la prima volta una tecnica di infiltrazione lungo le valli che sconcertò i comandi e prese sul rovescio il fronte italiano. E soprattutto il nostro esercito, dopo 11 battaglie offensive sull’Isonzo, era tremendamente logorato, con centinaia di migliaia di vite consumate nelle offensive del 1915-17 su un terreno che era il più difficile tra tutti i fronti di combattimento e in un regime di disciplina che era in assoluto il più duro tra le forze belligeranti. 
Ogni esercito ha il suo punto di rottura, come scoprirono anche i francesi, con gli ammutinamenti del 1917. Noi l’avevamo raggiunto. Comunque alla fine gli austro-tedeschi, anche in Italia, non vinsero. E anche l’Italia partecipò così a quel ridisegno dell’Europa per il quale aveva scelto di combattere, portando a casa Trento, Trieste e Istria. Un’Europa dalla quale erano spariti i grandi imperi, il tedesco, l’austro-ungarico, il russo, l’ottomano. Dove erano sorti nuovi stati fondati sul principio di nazionalità (Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Austria, Ungheria, Finlandia, Repubbliche baltiche), all’interno dei quali però erano ospitate minoranze oppresse e riottose. Fonte di altre guerre, come si sarebbe visto nel 1939. Tanto che anche la nuova Europa, come il poeta che ricordava gli anni prebellici, nel 1919 avrebbe potuto ripensare «con affetto a ciò che ero». 
Dal canto all’apocalisse. Dall’enfasi alla catastrofe. Dallo slancio all’abisso. In queste oscillazioni potrebbe essere racchiuso il dialogo tra gli artisti e la guerra, al centro della grande mostra che si terrà nei prossimi mesi al Mart di Rovereto (dal 4 ottobre), La Grande guerra che verrà non è la prima. Grande guerra: 1914-2014 , promossa con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei ministri - Commemorazione del centenario della Prima guerra mondiale: un’esposizione che conferma il Mart come uno tra i pochi musei italiani oggi impegnati in progetti di ricerca ambiziosi e sempre stimolanti. 
Un itinerario complesso, ispirato da due versi di Brecht («La guerra che verrà/ non è la prima…»), che radunerà materiali eterogenei (quadri, disegni, incisioni, fotografie, manifesti, cartoline, corrispondenze, diari, film, musiche) e li suddividerà in una serie di piani-sequenza dedicati ad alcune figure: soldati, donne, bambini, medici, religiosi, intellettuali, artisti. Non si seguirà un criterio cronologico, ma ci si affiderà a un gioco di corrispondenze non sempre evidenti tra momenti non contigui. Servendosi di un inatteso montaggio tra «documenti» e «monumenti» — tra reperti e opere d’arte — verrà disegnato un racconto all’interno del quale si incontreranno testimonianze ed evocazioni. Narrazioni visive in diretta (Balla, Boccioni, Carrà, Severini, Depero, Beckmann, Sironi), trasfigurazioni (Baj, Boetti, Kentridge) e apologhi visivi a distanza (Mauri, Lucchi e Gianikian, Jarr, Paci, Sala, Farocki, Abdul).
La filosofia sottesa a questo film involontario è chiara: considerare la guerra non come un episodio lontano e definitivamente archiviato, ma come un evento sempre vivo, che attende ancora un ininterrotto dispiegarsi di riscritture. Un evento che non appartiene a un’epoca particolare, ma dice il modo in cui l’Occidente guarda le cose: la loro natura, il loro disfarsi. Misurarsi con la guerra, perciò, significa misurarsi con il tema della cultura contemporanea.

In principio c’è l’epica moderna. Enfasi, slancio, passione. Sentimenti che ritroviamo innanzitutto nelle pronunce poetiche dei futuristi, per i quali la guerra è una sorta di potente medium . È strumento per radere al suolo edifici antichi e per favorire la rigenerazione del nostro pianeta dalle sue fondamenta: per spazzare via perbenismi, conservatorismi, prudenze, convenzioni, rituali. È mezzo liberatorio e purificatorio, quasi una «verifica sanguinosa» delle loro audaci teorie. Ed è «sola igiene del mondo», perché rivela una totalità che comprende e trascende l’individuo: dona la vita come unità dentro cui strappi e lacerazioni si compongono, «come i naufragi e le tempeste nella totalità del mare» (Magris). Ma la guerra è soprattutto il luogo dove si compie il trionfo dell’immaginazione. Lo spazio all’interno del quale vita e arte entrano in collisione, si confondono e si sovrappongono. Il conflitto viene attraversato in prima persona (molti futuristi vanno al fronte) ed è estetizzato, sublimato. Alimenta i ritmi interni della poesia visiva, che sovente simula le onomatopee belliche; e suggerisce i vortici quasi astratti di Balla, gli impasti di Boccioni, le danze di Severini e le feste di Depero.
In filigrana, la ripresa di alcune problematiche classiche. Nei poemi omerici, la guerra è «cosa bella», sede dell’eroismo, ambito dove si ha la traslucida manifestazione del talento dell’uomo, regno nel quale si altera l’ordine naturale dei fenomeni, impero dove atti e sacrifici vengono avvolti dentro la luce abbacinante della gloria: «La guerra — come ha ricordato Antonio Scurati (Guerra , Donzelli) — consentiva di vedere il valore lucente dell’eroe guerriero che s’illustrava nel duello, e in ciò risiedeva la sua bellezza».
Poi questa tensione positiva si spezza. È una rottura di cui si fa interprete Apollinaire, il quale, dopo aver elogiato le meraviglie dei campi di battaglia e l’incanto degli spari di fucile, si convince che la guerra è altro: macchina infernale, dramma orrendo, distruzione impietosa. Non è solo tripudio dell’intelligenza tattica, e non è esclusivamente inesauribile fonte fantastica. Ma è disordine, accidentalità, casualità. Non si fa mai dominare nella sua completezza. Si consegna a noi come dissonanza, come polvere. Determina disorientamento e smarrimento. Se ne possono catturare solo alcune schegge lancinanti: sfuggite a un insieme oramai deflagrato. L’artista agisce come un inviato speciale e come un archeologo: sceglie di svelare i conflitti del suo tempo; e ne trae frantumi, che poi ripone dentro arsenali di memorie del presente.
Si pensi all’epicedio dipinto da Picasso in Guernica , ma anche alle immagini allucinanti di un film come Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. E, poi, si pensi all’umanità post-umana, deforme e disperata dipinta da Fautrier, il quale, nella serie delle Teste d’ostaggio , ritrae i «vinti» dei campi di concentramento: profili tremolanti, talvolta sovrastati da piccole macchie di capelli; la carne è malata per il freddo e la denutrizione; illuminata da colori lividi, sembra prossima alla consunzione; ecco scabri teschi, detriti poveri e polverosi, grumi di carne, manipolati con gesti violenti. E ancora (per menzionare alcuni artisti che saranno al Mart): le ferite incise da Burri nei suoi sacchi e nei suoi legni; l’attraversamento dell’olocausto proposto da Mauri; le reliquie di Lida Abdul; le ricognizioni videoanimate sull’apartheid di Kentridge; i ricordi dolorosi filmati da Sala e da Paci; le fragili archiviazioni di rovine private di Lucchi e Gianikian. E lo struggente affresco fotografico di Adi Nes, immigrato in Israele nel 1950, autore di un’imprevista Ultima cena , nella quale, invece degli apostoli, ci sono dodici soldati i cui gesti replicano quelli del capolavoro leonardesco: un fermo-immagine che riesce a risultare agghiacciante. Sono voci, queste, di quell’«età dell’estremismo» di cui ha parlato Marco Belpoliti. Artisti che pensano le loro opere come autentiche scritture della catastrofe attuale.
Dunque, il canto. L’apocalisse. Infine, la metafora. Perché affrontare la guerra, soprattutto per i protagonisti dell’arte degli inizi del XX secolo, significa ancora altro. Allude all’essenza stessa dell’avanguardia. Ove, con questa categoria, ci si riferisce a una pratica profondamente scandalosa. Infilarsi nelle pieghe della storia, rendendole visibili, folgoranti, per lambire il «nuovo», l’ignoto. Affidarsi alla strategia dell’«oltranza», per portarsi al di là di modalità linguistiche consolidate, e per sondare territori inesplorati. Essere in trincea, pronti a sfidare i fronti nemici.
Del resto, si sa: la stessa parola avanguardia è presa in prestito proprio dal lessico militare. In un trattato settecentesco nel quale è schedata tutta la cultura latina, leggiamo (Totius Latinitatis Lexicon del sacerdote friulano Forcellini): «Nel linguaggio militare vengono chiamati antecursores coloro che precedono l’esercito, esplorano i luoghi, aprono le strade, individuano i siti per gli accampamenti e per primi attaccano battaglia con i nemici, se per caso si imbattono in loro».

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