Europee, quello che nessuno dice
sabato 24 maggio 2014
Madame Filosofia ci spiega il senso delle elezioni europee
"... la vera sfida sarà quella di chi avrà titolo per allearsi ai socialisti di Schulz: i popolari rappresentati da Juncker (Merkel) o la Sinistra Europea (Tsipras) e i Verdi della Keller?..."
Europee, quello che nessuno dice
Europee, quello che nessuno dice
di Roberta De Monticelli il Fatto 23.5.14
Oggi,
mentre le dimensioni morali, culturali, politiche ed economiche della
civiltà italiana si stanno riducendo tanto penosamente, nessuno dei
grandi partiti in lizza ha altro orizzonte che se stesso e la lotta
politica interna all’Italia. È desolante ma vero: lo spirito di queste
elezioni ci invita a un moto espansivo, ad allargare l’orizzonte del
nostro respiro politico, e soprattutto a esercitare il nostro ruolo di
cittadini europei (“Unione europea” sta scritto sulla copertina dei
nostri passaporti sopra “Repubblica italiana”). E centinaia di migliaia
di ragazzi, figli di Erasmus – cioè dell’Europa – sono già a tutti gli
effetti, nelle città che abitano, nel lavoro che fanno o nelle
prospettive che hanno, cittadini europei prima che del loro paese di
provenienza. Ma i partiti non ci dicono qual è la posta in gioco di
queste elezioni. Vincere le elezioni, per loro, significa risultare i
primi in Italia . Nessuno ci dice che invece non può essere un partito
italiano, ma solo un raggruppamento politico europeo a “vincere le
elezioni”. Che dunque chi non aderisce a un raggruppamento politico
europeo (come M5S), quand’anche prendesse tanti voti, manderà una
pattuglia di 20-30 deputati (sui 73 eleggibili in Italia), a disperdersi
nel mare dei 751 eletti al Parlamento europeo. E che la vera sfida sarà
quella di chi avrà titolo per allearsi ai socialisti di Schulz: i
popolari rappresentati da Juncker (Merkel) o la Sinistra Europea
(Tsipras) e i Verdi della Keller? E quanto peserà l’Alleanza dei
liberali e democratici per l’Europa, rappresentata da Verhofstadt?
“UNA
VOLTA è stata messa in minoranza la linea Thatcher, quando è stato
fatto l’euro”, ha scritto Barbara Spinelli. Oggi la chance di un’Europa
più simile a quella che Altiero Spinelli sognava, è mettere in minoranza
la Merkel. Ma l’altra cosa che nessuno ci dice è cosa verrà tradito, se
anche in Europa dovesse vincere l’intesa socialisti-popolari. Verrà
tradito esattamente lo spirito e il senso di queste elezioni. Che sono
fatte per passare dall’Europa inter-governativa del Consiglio europeo
(quello che riunisce i capi di Stato e di governo europei, e che fa
dell’Europa sostanzialmente il luogo del dominio degli interessi
nazionali più forti), attualmente presieduto da Van Rompuy, all’Europa
sovranazionale della cittadinanza, che sarà effettivamente rappresentata
nel Parlamento solo quando la Commissione europea sarà l’effettivo
governo dell’Unione. Nessuno ci dice che queste elezioni sono state
organizzate (Risoluzione del Parlamento del 4 luglio 2013), per
“parlamenta-rizzare” l’elezione del presidente della Commissione, e
cambiare i rapporti di forza fra la Commissione e il Consiglio, in modo
che la prima diventi gradualmente il vero organo di governo dell’Unione
europea, e il suo presidente, il capo del governo, al diretto servizio
del bene comune dell’intera unione, come vorrebbe il Parlamento. E non,
come vorrebbe la Merkel, quel mero coordinatore dei capi dei governi
nazionali che è oggi Barroso.
Nel luglio 1939, Altiero Spinelli
sbarcava a Ventotene, dopo aver scontato fra carcere e confino dodici
anni dei sedici inflittigli – a neppure vent’anni – dal Tribunale
Speciale fascista per la sua opposizione attiva al regime. Nel ’37, a
Ponza, era stato espulso dal Partito comunista, perché, come Spinelli
scrive nella sua autobiografia – una delle più intense della letteratura
mondiale (Come ho cercato di diventare saggio, Il Mulino 1999) – era
stato “tutto un monologo sulla libertà” quello che aveva iniziato “dal
momento che le porte del carcere si erano chiuse alle [sue] spalle”. Nel
’41 nasce – sotto la sua penna e in parte quella di Ernesto Rossi,
frutto delle conversazioni con Eugenio Colorni e pochi altri, il
Manifesto di Ventotene, con il suo memorabile attacco: “La civiltà
moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà,
secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un
autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto
imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita
sociale, che non lo rispettassero” . Tutti: e fra questi il contrasto
fra la politica concepita sulla base degli Stati nazionali e l’economia
globale. Vere democrazie che siano esclusivamente interne ai singoli
stati, oggi, non sono più possibili. Quell’uomo visionario lo vide
settant’anni fa. Ma la politica italiana vuole ridurre anche quella
visione alla sua misura. Quella di una classe dirigente che affida la
gestione della massima chance di riscatto nazionale agli occhi del
mondo, l’Expo, ad alcuni avanzi di galera di vent’anni fa. Ecco l’Europa
a misura d’Italia.
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