giovedì 5 giugno 2014
C'era una volta la biblioteca nazionale di Roma
Manuale per uccidere una biblioteca nazionale
L'inchiesta. Viaggio nei 10 piani della Nazionale di Roma, vessata da 15 anni di tagli e autogestita dai suoi 203 lavoratori. Il personale è insufficiente e manca lo spazio per i libri. Il trasferimento della direzione generale degli archivi al terzo piano, non fa che peggiorare la situazione
di Roberto Ciccarelli il manifesto 4.6.14
Un colpo di grazia alla sopravvivenza della
biblioteca nazionale di Roma. Per i lavoratori della monumentale
biblioteca a Castro Pretorio non c’è dubbio: lo spostamento di un
centinaio di addetti della direzione generale per gli archivi al
terzo piano della Nazionale, oggi ospitati in un palazzo in via Gaeta
distante pochi passi, sarà un evento catastrofico per i delicati
equilibri dell’astronave modernista progettata alla metà degli
anni Settanta. La spending review del governo Monti del 2011–2012 ha
tagliato le spese per gli affitti. Per risparmiare il ministero dei
beni culturali (Mibact) ha deciso di trasferire questi uffici nel
cuore di un edificio di 10 piani che ospitano 8 milioni di volumi a
stampa, 2 mila incunaboli, 25 mila cinquecentine, 8 mila
manoscritti, 10 mila stampe e disegni, 20 mila carte geografiche, e
1.342.154 opuscoli.
La decisione del ministero comporterà lo
spostamento della direzione, della sala riunioni, degli uffici
acquisti, quelli del personale amministrativo e della promozione
culturale. L’operazione è allo studio del Mibact, ma non è ancora
esecutiva. Cento persone non entrano al terzo piano della Nazionale
ed è difficile spostare il laboratorio di restauro dei libri. La
sede per la direzione degli archivi resterà la biblioteca, non c’è
dubbio. «In quale altro paese europeo si progetta un’operazione che
rischia di mettere a repentaglio la funzionalità di una
biblioteca nazionale?» domandano i lavoratori. Non sarebbe una
novità. Al terzo piano sono stati già trasferiti gli uffici dell’Icar e
del servizio per i diritti d’autore. Per la Rsu il nuovo
trasferimento «rappresenterebbe la fine di qualsiasi futura
prospettiva non solo di rilancio della Nazionale, ma di
sopravvivenza di uno dei pochi servizi pubblici ancora totalmente
gratuiti».
IL RISIKO DEI PIANI
Gli uffici estranei al ciclo di
«lavorazione del libro» azionerebbero un risiko di spostamenti. I
dipendenti del terzo piano verrebbero spostati al secondo che
ospita il servizio di catalogazione per autori. Gli uffici sono
disposti in stanze comunicanti come scatole cinesi. Dall’ultimo
libro di Alberoni alla monografia su Renzi, da un tomo di logica
matematica all’ultimo romanzo di Carlotto, in questo mondo di carta
dovranno trovare uno spazio vitale almeno cinquanta persone. Tra
pile di volumi in equilibrio sulle scrivanie oppure sul pavimento
si intravede una bibliotecaria che alza il capo con espressione
rassegnata. Fisso lo sguardo davanti allo schermo del computer
cataloga uno dei 40 mila libri depositati in emergenza. «Sono solo
quelli che ci sono arrivati negli ultimi due anni – sostiene – Per non
parlare degli altri che arriveranno». Ogni anno in queste stanze
passano circa 60 mila monografie. Una massa bibliografica
sterminata che dev’essere gestita da poco più di 20 persone. Ci sono
anni di arretrati, perché il personale oggi non basta. E non basterà
domani, quando saranno andati in pensione, perché nessuno potrà
essere assunto a causa del blocco del turn-over. Il secondo piano è uno
dei cuori pulsanti della Nazionale. È qui che il ciclo del libro
prende vita. Dietro le ampie finestre a giorno, mani esperte e occhi
dietro lenti spesse cercano un ordine che verrà dato dalla
catalogazione per soggetto e dalla decimalizzazione, fatta cioè
su una base numerica decimale che rimanda ad un soggetto specifico.
Senza questo lavoro, nessuno potrà trovare un libro o una rivista
nei dieci piani di deposito. Domani, oltre ai libri, questo piano
diventerà un deposito anche di esseri umani. I lavoratori non lo
accettano e hanno scritto una lettera di protesta al ministro dei
beni culturali Dario Franceschini che domani dovrebbe partecipare
ad un’iniziativa alla Nazionale. Si dice che il trasloco sia stato
deciso perché gli uffici della biblioteca sono scarsamente
occupati. «È vero – rispondono i lavoratori – ma perché negli
ultimi 15 anni siamo stati dimezzati dai tagli».
QUANDO LO STATO AFFITTA A SE STESSO
Il
trasloco della Direzione generale per gli archivi nella biblioteca
nazionale non è solo una questione di uffici. È una partita molto più
ampia che investe il mondo degli archivi e dei musei romani dell’Ente
Eur, la società per azioni che gestisce l’archivio centrale dello
Stato, il Museo dell’età preistorica Luigi Pigorini, il museo delle
Arti e delle Tradizioni popolari, quello dell’Alto medioevo a rischio
chiusura. Il Mibact guidato da Franceschini versa a questo ente,
al 90% posseduto dal ministero dell’Economia e al 10% dal Comune di
Roma, 4 milioni e mezzo di euro per mantenere aperti musei pubblici. È
una carambola di partite contabili che ha una sola morale: pur
avendolo «privatizzato», lo Stato paga all’Ente Eur — cioè a se
stesso — un affitto per ciò che in realtà possiede. Senza contare che
questi spazi sono semi-vuoti. «Perché allora si sceglie di lasciarli
così, pagando 4 milioni all’anno, e di trasferire la direzione
generale per gli archivi alla Nazionale?» domandano i lavoratori
della Nazionale.
La beffa non finisce qui. Una volta trasferita la
direzione alla Nazionale, lo Stato continuerebbe a versare i 4
milioni all’Ente Eur s.p.a. Invece di risparmiare, abolendo l’ente Eur
e acquisendo i musei e gli archivi che gestisce, lo Stato esporta il
suo caos in una biblioteca già asfissiata dai tagli. Dai 6 miliardi di
lire versati nel 2000 dallo Stato per il suo funzionamento e
l’acquisto dei libri, il fondo oggi è pari a 1,3 milioni di euro. Quasi
un milione viene impiegato per pagare le bollette, 230 mila per la
tassa sui rifiuti. Pagati al comune per un servizio che la biblioteca
offre alla città di Roma. Se il sindaco Marino dispensasse la
biblioteca, i soldi per la tassa servirebbero per acquistare
qualche libro. Sarebbe un «risparmio» virtuoso. Al momento per gli
acquisti vengono impiegati 60 mila euro, il costo di un database
scientifico che la Nazionale non può permettersi.
VOLONTARI IN BIBLIOTECA
Domani
Franceschini potrà verificare se quello dei lavoratori è
allarmismo o una fondata preoccupazione per il destino della
biblioteca. Se accetterà l’invito avrà modo di notare un altro dei
prodotti dell’austerità nei beni culturali. Anche la Nazionale
riesce a svolgere le sue attività grazie ai volontari, l’ultima
risorsa visto che non ci sono più soldi per pagare appalti o subappalti
alle cooperative. Alla Nazionale i dipendenti sono 203, in
maggioranza 50-60enni. Sono affiancati mediamente da 130 tra
volontari e stagisti. Ventinove di loro lavorano per la «A.v.a.c.a
— associazione volontari attività culturali ed ambientali».
Dallo sportello telematico del volontariato della regione Lazio,
risulta che il responsabile legale è il vice segretario nazionale
della Filp-Cisl, Gaetano Rastelli.
Questa associazione impiega 72
volontari nelle biblioteche romane. Alla Nazionale lavorano ad
esempio nelle reception, nel grande atrio oppure davanti alle sale di
lettura, nei magazzini o in uno dei depositi dei libri. Queste
persone non possono essere pagate direttamente, sono volontarie
appunto, ma ottengono un rimborso spese «a scontrino». Per mettere
da parte 400 euro al mese per 24 ore di lavoro settimanale,
raccolgono tutti gli scontrini possibili, quelli del bar della
biblioteca ad esempio. Li presentano a fine mese per ottenere in
cambio il loro magro salario. È la nuova frontiera del precariato:
il lavoro a scontrino senza contributi. Questo è un altro modo che
lo Stato usa aggirare il blocco delle assunzioni nel pubblico
impiego, e non solo nei beni culturali.
IL MONDO CHE NON C’È PIÙ
I
tagli al personale hanno ridotto l’orario di distribuzione dei
libri. Fino alle 14,30 oggi è ancora possibile chiederne uno nelle
sale, poi tutto si ferma. Dopo la ristrutturazione della biblioteca
nel 2000 il sistema delle richieste e del trasporto dai piani dei
libri è stato automatizzato. Il sistema è organizzato con i nastri
trasportatori ai piani. A gestirli c’è solo una persona che dovrebbe
muovere centinaia di libri per 11 ore al giorno, cinque giorni alla
settimana. Un’impresa impossibile a cui si è dedicata con
dedizione, accumulando 3500 ore oltre il normale orario di lavoro
che recupererà prima di andare in pensione. Senza di lui, la «cabina
di regia» si ferma. E la biblioteca torna all’analogico: i libri
vengono caricati sui carrelli, messi in un ascensore e arrivano al
banco, nella sala lettura dov’è stata fatta la richiesta.
Le
ristrettezze hanno diminuito i controlli sulle porte tagliafuoco,
due ascensori sono stati fermati perché mancano i fondi per la
manutenzione. Nei magazzini c’è un impianto anti-incendio che toglie
l’ossigeno. In caso di incendio, infatti, non si può gettare la
schiuma chimica sui libri. Per far funzionare l’antincendio, in
queste stanze non dovrebbe circolare l’aria, ma gli ambienti non sono
sigillati e le finestre vengono aperte. In più ci dovrebbe essere il
riscaldamento e raffreddamento 24 ore su 24 perché nei depositi
c’è un’escursione termica che arriva a 20 gradi. Ma non ci sono i soldi
per affrontare questi problemi elementari. L’austerità non taglia
solo le persone, mette a rischio la memoria dei libri.
Corridoi
scuri. Pavimenti scrostati. Umidità. Saliamo piano dopo piano con gli
ascensori-montacarichi. E i piani sembrano lunghi chilometri.
Dall’alto si vede la Sapienza, all’orizzonte i Castelli. Le finestre
sono ampie ma oscurate da coltri di polvere. La luce sporca lascia i
piani nella semi-oscurità quando il sole gira alle spalle della
biblioteca. I lavoratori che ci accompagnano in questo viaggio
dicono che mancano i soldi per cambiare neon e lampadine. Quando
cala il giorno ai custodi capita di usare le torce per vedere il numero
della catalogazione sui libri. Ci sono interi settori vuoti, in
attesa che nuovi faldoni e libri vengano ricollocati.
Per i
giornali italiani, stranieri, microfilmati oggi non c’è più
spazio. Nel flusso ininterrotto di pubblicazioni che entrano nella
Nazionale ci sono decine di edizioni locali della stessa testata.
Moltiplicateli per 360 all’anno, tutti gli anni, e avrete un oceano
di carta incontenibile. È uno degli effetti dell’obbligo del
deposito legale: una copia di qualsiasi scritto pubblicato in
Italia dev’essere archiviato nella biblioteca nazionale di Roma o di
Firenze. Per contenere questa marea di carta è stato scelto di
trasferirla in un deposito a Ciampino insieme agli elenchi
telefonici, uno per tutte le province, e gli atti parlamentari. Il
costo dell’affitto è di 100 mila euro all’anno. A Castro Pretorio ci
sono spazi che potrebbero essere bonificati e funzionare come
depositi. Costerebbe «solo» 300 mila euro che però non ci sono. Nulla
di questo oceano di tomi, volantini, manifesti, pubblicità
dev’essere perduto. Oggi di scarsa consultazione, domani potrebbe
essere importante. È stato così, ad esempio, per gli statuti delle
società operaie di fine XIX secolo. Allora erano semplicemente
carte. Oggi sono documenti di rilevanza eccezionale. Niente è
oggettivo in una biblioteca. C’è una vita segreta che con il tempo
cambia il valore delle carte. E il superfluo diventa oggettivo.
Qualsiasi testo trova il suo posto in questo mondo razionale.
Bisogna archiviarlo, posizionarlo e come il vino un giorno
fermenterà, trovando un senso.
Un tempo c’erano gli
ascensoristi. Lavoravano insieme agli addetti alle caldaie. Era
stato formato un gruppo operaio di falegnami, idraulici ed
elettricisti assunti a tempo indeterminato. Sono andati in
pensione all’inizio degli anni Duemila e non sono stati sostituiti.
«Tutto questo mondo non c’è più», afferma un custode. Di loro sono
rimasti due idraulici e un elettricista. Alcuni custodi si sono
riciclati in ascensoristi o in caldaisti, dopo un breve corso.
Alla
Nazionale vige l’autogestione in attesa di una morte per causa
naturale. Resteranno milioni di libri. Soli. Un tesoro che dovrà
essere gestito. Dagli ex lavoratori in pensione che, un giorno,
faranno i volontari?
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