mercoledì 4 giugno 2014
La percezione della storia è diventata eventuale: sopravvivere al trionfo del postmoderno nel libro di Mario Perniola
Risvolto
«Dal maggio '68 alle Torri gemelle ogni evento viene vissuto come
un'imprevedibile epifania. Senza possibilità di spiegazione razionale o
narrazione coerente. L'incessante vociare di una comunicazione
schiacciata su un presente senza senso storico sembra non lasciare
alcuna traccia di conoscenza per il futuro».
Come raccontare il periodo che va dalla fine degli anni Sessanta a oggi?
Per comprendere quanto è avvenuto, le categorie tradizionali della
cultura e della politica sembrano inadeguate. Ci si è trovati dinanzi a
eventi, come il Maggio francese del '68, la Rivoluzione iraniana del
1979, la caduta del muro di Berlino del 1989 e l'attacco alle Torri
gemelle di New York dell'11 settembre 2001, nei confronti dei quali
tutti hanno esclamato: «Impossibile, eppure reale!» Questi fatti hanno
avuto grandissime conseguenze su tutti gli aspetti della vita
individuale e collettiva, destabilizzando radicalmente le istituzioni, i
costumi sessuali e il modo di sentire di intere generazioni. È nato un
nuovo regime di storicità, caratterizzato dall'esperienza di fenomeni
che sono vissuti ora come miracoli e ora come traumi, perché sembrano
inaccessibili a una spiegazione razionale e a una narrazione coerente.
L'autore, che ha vissuto con partecipazione emozionale e con vigilanza
intellettuale le vicende di questo periodo storico, prestando una
continua attenzione ai mutamenti e interrogandosi sul loro significato,
propone criteri di intelligibilità che aiutino a cogliere la sostanziale
unità di questo quarantennio, nel quale la possibilità di una vera
azione politica, sessuale e letteraria è venuta meno: in tutti questi
ambiti il posto dell'azione è stato preso dalla comunicazione, con
effetti insieme devastanti e comici.
Così fatti eccezionali hanno destabilizzato istituzioni e costumi. Dal ‘68 all’11 settembre: un saggio di Mario Perniola sulle ricadute sensibili degli eventi
di Gillo Dorfles
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