martedì 3 giugno 2014

Con questa storia di Gentile hanno stufato


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Il “caso Gentile”

Lo sguardo sulla Ghirlanda Mecacci torna sull'assassinio del filosofo, riesaminando i dati acquisiti e suggerendo

 nuove piste d'indagine, come quella inglese legata all'ambiente fiorentino 

di Francesco Perfetti il Sole24ore domenica 1.6.14


A distanza di settant'anni dall'uccisione di Giovanni Gentile il 15 aprile 1944, quell'episodio, che rappresenta una delle pagine più brutte della guerra civile fra gli italiani all'indomani della caduta del fascismo, non è ancora del tutto chiarito. Noti sono gli esecutori materiali dell'agguato mortale al filosofo che stava rientrando a Villa Montalto al Salviatino dopo aver lasciato Palazzo Serristori, dove aveva sede provvisoria l'Accademia d'Italia, da parte di un commando di Gap (Gruppi di azione patriottica) del quale facevano parte i comunisti Bruno Fanciullacci e Giuseppe Martini. Controversi sono tuttora i mandanti e non del tutto chiare le motivazioni.
Il Partito comunista rivendicò subito la paternità del delitto: Palmiro Togliatti lo elogiò sull'edizione napoletana di «L'Unità» e definì il filosofo un «bandito politico», «camorrista, corruttore di tutta la vita intellettuale italiana» e «uno dei responsabili o autori principali di quella degenerazione politica e morale che si chiamò fascismo». Non basta. Sulla rivista ideologica del partito, «Rinascita», ripubblicò, poi, facendolo precedere da una breve nota intitolata «Sentenza di morte», un articolo che il latinista Concetto Marchesi aveva scritto nel febbraio del 1944 per un quotidiano socialista di Lugano come replica a un appello di Gentile alla pacificazione: lo ripubblicò, quell'articolo, nella versione che Girolamo Li Causi, allora responsabile della stampa e propaganda del partito in Alta Italia, aveva riproposto il mese successivo sul periodico clandestino «La nostra lotta» modificandone l'ultimo capoverso e aggiungendo queste minacciose parole: «Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: morte!».
La rivendicazione comunista, che provocò l'immediata dissociazione degli azionisti per bocca di Tristano Codignola, non risolveva appieno il problema dei mandanti né quello delle motivazioni. Molte questioni rimanevano aperte a cominciare da quella se l'assassinio fosse stato deciso dai vertici del partito o se non fosse stato, invece, frutto di un'iniziativa dell'ambiente comunista fiorentino. Circolarono ipotesi alternative: furono chiamati in causa sia l'estremismo fascista mal disposto verso l'appello pacificatorio del filosofo e la sua condanna della brutalità nazista e repubblichina sia i servizi segreti inglesi. Quella rivendicazione, insomma, poteva essere vista come una mossa politica per riaffermare il primato comunista nella Resistenza e nella lotta contro il fascismo o come un tentativo di porre una ipoteca «culturale» sul futuro del paese.
Ai lati oscuri e controversi dell'assassinio di Gentile sono stati dedicati, negli ultimi decenni, almeno tre volumi - La sentenza (Sellerio) di Luciano Canfora, il mio Assassinio di un filosofo. Anatomia di un omicidio politico (Le Lettere) e Il delitto Gentile. Novità, mistificazioni e luoghi comuni (Le Lettere) di Paolo Paoletti – che hanno sviscerato il drammatico episodio da punti di vista diversi e hanno suscitato un ampio e articolato dibattito storiografico. Ad essi si aggiunge oggi il denso lavoro di Luciano Mecacci, La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile (Adelphi) che riapre, ancora una volta, il "caso Gentile" riesaminando i dati acquisiti, integrandoli con nuovi elementi e suggerendo nuove piste d'indagine. Il punto di partenza dello studio di Mecacci, è l'affermazione del filosofo Cesare Luporini, già senatore del Partito comunista, il quale, nel 1989, durante una trasmissione radiofonica in onore di Eugenio Garin disse che sull'uccisione di Gentile c'erano «cose che forse non si possono ancora dire». 
Una frase sibillina che spinse Gennaro Sasso ad augurarsi che egli, prima o poi, si decidesse a mettere le sue informazioni «a disposizione del postero» desideroso di «stabilire con verità come in quel lontano giorno dell'aprile 1944, davanti a Villa Montalto, andarono propriamente le cose e chi, propriamente, avesse deciso che andassero così». Se Luporini non accolse l'invito di Sasso, si ebbero testimonianze successive, da Teresa Mattei, che chiamò in causa l'archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli fino a Romano Bilenchi che fece il nome di altri studiosi e scrittori militanti: tutte testimonianze, queste, che accesero i riflettori sull'ambiente dell'intellettualità fiorentina, in particolare su persone, spesso allievi dello stesso filosofo, ormai impegnate nell'antifascismo e vicine, se non proprio o ancora aderenti, al Partito comunista.
La «sentenza di morte» per Giovanni Gentile, a prescindere dagli esecutori materiali, fu probabilmente decisa da un intreccio di complicità politiche e intellettuali a livelli diversi, locali e nazionali, con retropensieri di varia natura che andavano dall'idea della «rappresaglia» per la fucilazione di esponenti dell'ambiente partigiano fiorentino a quello di colpire un «simbolo» del fascismo fino a quello di eliminareil perno di un progetto di «pacificazione nazionale» per far uscire dalla guerra la Rsi sulla base di un «compromesso» non in linea con i propositi di «resa incondizionata» degli inglesi. 
Ipotesi, queste, come altre ancora, tutte plausibili, ma certo non conclusive: ipotesi delle quali Mecacci segue tutti i fili, anche i più tenui, soprattutto quelli che lo portano a contatto con la galassia della intellettualità fiorentina velata da una cortina di ambiguità, di sospetti, di sensi di colpa e di reticenze. L'indagine riserva sorprese, ma, soprattutto, accumula indizi che pongono nuovi interrogativi. E suggeriscono nuove piste per la ricerca di una verità che forse non si conoscerà mai. Quando Gentile, completata la stesura dell'ultima sua opera, Genesi e struttura della società, ne mostrò il manoscritto allo storico della filosofia Mario Manlio Rossi con queste parole: «ora ho completato la mia opera. I vostri amici, ora, possono uccidermi se vogliono. Il mio lavoro di tutta una vita è finito». 
Che cosa voleva dire Gentile? E di chi intendeva parlare accennando agli «amici» di Rossi? Ecco, a titolo esemplificativo, alcuni interrogativi che si pone Mecacci e che lo portano a indagare i frequentatori della piccola corte di Bernard Berenson e l'ambiente della Ghirlanda fiorentina, il circolo di intellettuali in tal modo definito da un professore scozzese, John Purves, il quale si trovò, probabilmente, ad operare per i servizi segreti britannici. Sembra riaprirsi, così, la cosiddetta «pista inglese»: una pista alla quale aveva fatto cenno, per primo, come voce raccolta a caldo, uno dei figli del filosofo, Benedetto Gentile, in un saggio sull'ultimo anno di vita del padre. Ma è solo un filo, e neppure il più robusto, di una trama fittissima il cui disegno complessivo rimane sempre indecifrabile.

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