martedì 3 giugno 2014
Peirce, altri analitici e dunque tanta noia
Nel centenario del filosofo e padre della semiologia (ma fu un chimico), un omaggio alle sue teorie e capacità
di Nicla Vassallo il Sole24ore domenica 1.6.14
Il
sopravvalutato e ipertradotto Richard Rorty insiste, nonostante tutto,
con l'ammaliare i più, pur senza lo smalto della meditazione (o
mediazione) in cui la conoscenza viene travisata, in un tempo, o tempio,
in cui a predominare permane la vaporosità, in cui la giustificazione
delle proprie e altrui affermazioni si ritrova confusa, forse a
proposito, con la fondatezza o, peggio ancora, con l'autosovranità.
Rorty continua a piacere a contemporanei, che, al suo pari, finiscono
con lo scrollarsi di dosso il ragionare, col ripudiare la filosofia ben
fatta, che con altro non deve, né può ingarbugliarsi. Così il termine
“post”, post–filosofia inclusa, conquista il bad trip del relativismo,
della parzialità, della faziosità. E, a pensarci, qui da noi, pure la
filosofia, quella antica inclusa, riesce a deteriorarsi col post, nel
suo venir spesso vissuta, oltre che quale storia della filosofia, e non
come vera e propria filosofia, come brutale filologia: se mastichi il
greco antico, allora sei capace di filosofare? Sarebbe, come dire, se
mastichi l'inglese, allora sei capace di fare filosofia anglosassone. È
termine facile, ai faciloni adatto, a coloro che sorridono, che tentano
di farti ridere, e tu sorridi, malinconico/a per compiacerli, e che così
male hanno ridotto il bel paese nella "grande bellezza": vi fa sempre
ricorso chi deve riciclarsi – vedasi “post-graffiti” – e ciò, piuttosto
di rappresentare un indice serio, sottolinea per l'ennesima volta che il
piacere dei più non decreta, né presuppone alcuna analisi di concetti
di base, quali quelli di conoscenza, estetica, giustizia, verità,
analisi necessarie specie quando, nella vita privata e pubblica, li si
mistifica. Rorty avanza le sue tesi, pur sempre volutamente per lui
immuni dalla critica: a contare non permangono conoscenza e verità,
bensì il "mi piace" dei più, e così lui, Rorty proprio su facebook ha i
suoi fans (per esempio, si vedano i me gusta di una pagina spagnola), o
altri social (pseudo o post ideologi?) stile aNobii, i cui frequentatori
che “se la tirano” da intenditori – per un recente quadro più positivo e
d'insieme, rispetto a questa mio, rimando al volume, conciso ed
efficace di Ronald A. Kuipers (Richard Rorty, Bloombury, London &
New York).
Sto schematizzando, per scrivere in realtà di Charles
Sanders Peirce, nel centenario della sua morte: poche quelle di Charles,
rispetto a Richard, le traduzioni italiane, ma pure rare le sue
pubblicazioni in vita – ci sono gli showmen, i recensori di se stessi,
dei volumi dei propri editori, e coloro che non lo sono. In parole
povere, se ho richiamato Rorty, è per smitizzare una sorta di leggenda,
ovvero che Rorty, il neo–pragmatista, costituisca un pronipote, se non
il discendente eccelso, di Peirce, il pragmatista: c'è sempre di mezzo
una certa onestà, un certo screening della verità, una certa franchezza,
accuratezza, fine e scrupolosa, in Peirce, che manca in Rorty, nei suoi
esercizi ornamentali, al limite del tradimento. Charles Sanders Peirce,
giudicato il pioniere della semiotica contemporanea, insieme a
Ferdinand de Saussure, senza dimenticare che la riflessione sui segni e
sul processo di semiosi si origina nell'antichità, in diverse pratiche,
discipline, dottrine, cui Peirce non risulta affatto alieno, grazie
anche al padre Benjamin Peirce, per anni docente, anzi meglio Perkins
Professor di astronomia e matematica dell'Harvard University, di cui si
rammentano notevoli contributi in algebra, astrofisica, meccanica,
statistica. Lui, Charles, oscuro, ai limiti del misterioso, è tra i
figli di Benjamin; lui, Charles, scrive, quasi ininterrottamente per
cinquantasette anni, e parecchi rimangono i suoi scritti in inglese,
scritti anzitutto scientifici, che spaziano dalla fisica alla
matematica, dalla psicologia all'economia, e via dicendo. Tutto qui?
L'educazione intellettuale del piccolo Charles si deve, appunto e
innanzitutto, al padre. Educazione, con approfondimenti di e su la
logica, a partire dalla sua giovanissima adolescenza – logica per cui
non cesserà la sua passione intensa, congiunta al rigore – e in stile
analitico: ti pongo problemi di rilievo, incoraggiandoti a risolverli.
Da
qui, pare derivi un'originalità che Charles conserverà e che gli creerà
non pochi intoppi: condurre un'esistenza intellettuale comune, banale,
asservita rimarrà inaccettabile. Si laurea in chimica, non in filosofia o
semiotica, e lavora per la U.S. Coast con l'incarico di risolvere
problemi teorico-pratici, specie in relazione alla misurazione
scientifica. Il suo marginale lavoro di docente di logica dura poco, dal
1879 al 1884, presso il Dipartimento di Matematica della Johns Hopkins
University, mentre l'impiego presso la U.S. Coast termina nel 1891, e
Peirce si ritrova a sopravvivere da precario, a svolgere parecchie
mansioni, tra cui quella di traduttore. Nonostante le acquisizioni
scientifiche, Charles non giunge a condividere la popolarità del padre, e
finisce con perire in indigenza, a Milford, il 19 aprile del 1914: la
sua indole indipendente, eccentrica, estranea a certi entourage non gli
apre la strada a un qualche riconoscimento di valore – accade,
purtroppo, oggi come allora. Con pochi, Charles trova ai tempi
un'affinità: con William James, per esempio, amico che, tra l'altro, lo
soccorre nei momenti di difficoltà finanziaria, James da cui però
Charles si distacca: se James viene definito il fondatore del
pragmatismo, Peirce intende appartenere al pragmaticismo, teoria ove la
filosofia della conoscenza non perde di priorità, ma in cui si ribadisce
la tesi della conoscenza in quanto segnica, oltre il fatto, risaputo,
che al metodo induttivo e a quello deduttivo, si contrappone quello
abduttivo: per comprendere l'abduzione, basti leggere Arthur Conan Doyle
e il suo Sherlock Holmes, Sherlock raffinato, ancorché ignorante in e
di troppo (a differenza di Charles), eppure dotato di una retta
padronanza della chimica e della logica (chimica e logica di Charles?),
oltreché buon sportivo. Charles Sanders Peirce, apprezzato ora, per lo
più ovunque, e ignorato ai tempi ovunque? Non proprio. Basti ricordare
che, nel 1922, l'allora neo–rettore dell'Università di Varsavia, non uno
qualunque, ovvero Jan Lukasiewicz, nella sua lezione inaugurale,
commemora proprio Peirce tra i più grandi logici, associandolo a
Leibniz, Boole, Frege, Russell. Già George Boole, ormai raramente
nominato, per la sua filosofia, ma di lui si rievoca l'algebra, che
Peirce sviluppa, algebra da cui dipendiamo ogni qualcosa volta
accendiamo un ordinario computer. E oggi ci ricordiamo poco pure
dell'accademico padre, Benjamin, fortunato in vita – con un figlio
(Charles) scapestrato? Per di più, se, in questo esatto istante, provi a
domandare chi mai fosse costui, Charles, anche a chi qualcosa si bea di
saperne, ti risponde "semiotico" o “semiologo”: “amicone” di de
Saussure; o “pragmatico”: “amicone” di William James. Eppure, a
differenza di William, non è mai stato considerato, in vita, il più
famoso filosofo statunitense – tra grandezza e fama corre una certa
differenza. E lui, William, forse proprio in virtù della celebrità,
riceve negli States, nel 1909, Sigmund Freud e la sua “corte” di allora
(Jung, Ferenczi, Jones).
Circolano voci strane e diverse sull'invito
di Freud, su un primo rifiuto dello psicoanalista, sulla sua parcella
per attraversare l'Atlantico. Charles Sanders Peirce? Sarebbe morto da
lì a poco, questione di anni, alieno rispetto alle piccole e grandi
parcelle, benché le meritasse più di altri. E oggi fa piacere che Scott
Soames, filosofo analitico statunitense annoverato tra i migliori, avvii
il primo capitolo del suo volume Analytic Philosophy in America – and
Other Historical and Contemporary Essays (Princeton University Press,
pagg. 376, uscito in libreria lo scorso 30 aprile), descrivendo Charles
Sanders Peirce quale «the leading preanalytic philosopher in America,
and one of its gigants of all time», attribuendogli grandi, specifici
contributi nel campo della logica, in linea con quelli di Frege, benché
l'Atlantico li dividesse – volume, quello di Soames, che ben spiega la
relazione, non solo storica, anzi, tra filosofia pre–analitica e quella
analitica negli States. E, sempre oggi, al di là di pre–analitici e
analitici, fa pure piacere rammentare che Alfred North Whitehead
riconoscesse apertamente il suo debito a Charles. Si ricorda. Si
immagina. Curiosa la nostra immaginazione: se il Nazismo non ci fosse
stato e se intellettuali, filosofi e scienziati, anti–nazisti o,
comunque, lontani dall'operare nel disprezzo dei diritti umani e civili,
non fossero emigrati, cosa ne sarebbe dell'intellettualità oggi, della
sua internazionalità democratica? Il bell'affresco della filosofia
analitica in America, a opera di Soames, in cui Rorty non merita
menzione, offre una risposta, benché indiretta, alla domanda, risposta
che ci induce a sospettare che, forse, grazie a Charles e ai suoi
simili, l'intellettualità non si sarebbe attestata poi così diversa:
onestà, razionalità, comunicazione, correttezza, amore per il sapere.
L'intellettualità, non altro.
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