martedì 3 giugno 2014

Un convegno su Marc Bloch a Milano

La Storia nelle scienze socialiCon Lucien  Febvre fondò gli Annales, cambiando prospettiva: si studiano i mutamenti lenti come le abitudini, i riti, l'alimentazione
di Donald Sassoon il Sole24ore domenica 1.6.14


Quando ero al liceo un illuminato insegnante di storia promise un dieci a chiunque avesse letto per intero La société féodale di Marc Bloch (e in grado di dimostrarlo). A sedici anni l'idea di ottenere un tale voto semplicemente leggendo un libro era irresistibile. Il libro era lungo e difficile, ma anche molto diverso dalla storia tradizionale, con la sua serie straordinariamente noiosa di date e storie di grandi uomini che avevano cambiato il mondo e vinto guerre. Guadagnai qualcosa di più di un buon voto: compresi quanto potesse essere eccitante la storia, anche la storia delle strutture, dei cambiamenti lenti, delle credenze, di come si forma e si mantiene la sudditanza, e come le cose cambiano da luogo a luogo. Per di più il tutto era scritto in una prosa elegante e a volte ironica, con un uso parsimonioso ma sottile di metafore. Si parlava perfino degli emiri del Qayrawan e dei califfi Fatimidi, con nomi che sembravano appartenere al mondo incantato delle Mille e una notte.
Bloch, nato nel 1886 a Lione, frequentò la prestigiosa École Normale Supérieure, poi fu ufficiale nella Grande guerra e infine ottenne un incarico universitario a Strasburgo, ora di nuovo territorio francese. Lì, proprio nell'ufficio accanto al suo, Bloch incontrò un altro storico dalle idee originali: Lucien Febvre. Insieme fondarono, nel 1929, la rivista «Annales d'histoire économiques et sociales». E così cambiarono la storia. Poi Bloch si trasferì alla Sorbona e gli Annales diventarono una école senza pari in altri Paesi. I loro seguaci, Fernand Braudel, Georges Duby, Jacques Le Goff ed Ernest Labrousse diventarono anch'essi grandi maestri della storiografia francese.
L'innovazione degli Annales fu di sfidare la forma dominante del racconto storico, vale a dire una narrazione incentrata in gran parte sul periodo breve, su eventi come guerre, rivoluzioni e diplomazia. Bloch e Febvre volevano una storia che esaminasse la longue durée (ma dobbiamo il termine a Braudel). Non si tratta semplicemente di una storia che comprenda un periodo molto lungo, ma che si soffermi su mutamenti lenti come il paesaggio o l'alimentazione, le abitudini, i riti. Questo veniva contrapposto alla storia degli eventi o histoire évènementielle, e cioè la storia dei movimenti improvvisi, come le rivoluzioni e guerre. 
L'approccio di Bloch e Febvre aveva avuto precursori illustri. L'Essai sur les moeurs et l'esprit des nations di Voltaire era una storia generale del cristianesimo finalizzato a mettere in luce gli orrori del fanatismo religioso. Il Declino e caduta dell'Impero Romano di Edward Gibbon si soffermava a lungo su aspetti sociali e culturali. Nel XIX secolo Jules Michelet e Jacob Burckhardt produssero storie del Rinascimento con un approccio "totalizzante". Il concetto di Volksseele (l'anima del popolo) dello storico tedesco Karl Lamprecht (1856-1915) influenzò la storia delle mentalità dei pionieri degli Annales.
Bloch e Febvre, partendo da un'ottica molto più rigorosa di quella dei loro predecessori, abbracciarono con entusiasmo l'idea di mettere la storia al centro delle scienze sociali, quali l'economia, la sociologia (particolarmente quella di Émile Durkheim), l'antropologia e la geografia.
Nel 1940 Bloch, essendo ebreo, perse il suo incarico universitario, la sua casa fu requisita, la sua biblioteca privata confiscata. Trasferito a Clermont-Ferrand, ma privo di accesso ad archivi e biblioteche, Bloch scrisse un testo meraviglioso sul mestiere dello storico: Apologie pour l'histoire. Nel 1942 diventò partigiano. Nel 1944 fu arrestato dalla Gestapo, torturato e poi fucilato.
Il suo capolavoro, Les rois thaumaturges (I re taumaturghi), è uno dei grandi libri di storia del XX secolo. È l'opera fondatrice della storia delle mentalità, la base della storia antropologica. In questo testo Bloch esamina la convinzione che il re avesse il potere di curare la scrofola semplicemente toccando il paziente. Partendo da questa semplice credenza Bloch spiegava il ruolo del "miracolo" nella concezione del potere politico assoluto come potere sacro, concezione che non si limitava al Medio Evo, poiché il rito è sopravvissuto nel Seicento e nel Settecento. In poco più di quattro anni (1660-64) Carlo II d'Inghilterra "toccò" più di 23mila persone e Luigi XIV ebbe più malati di qualsiasi dei suoi predecessori. L'aspettativa del "miracolo" era più importante del "miracolo" stesso in quanto vi erano persone che tornavano per essere toccate un'altra volta, la loro fede per nulla offuscata dall'evidente fallimento. 
Centrale in questo studio era il concetto di memoria collettiva. In una società dove la maggior parte delle persone non sanno scrivere e dove poco è scritto, la memoria collettiva è ancora più importante che in epoche successive, non perché la gente "ricordi" di più, ma perché un evento incidentale, se ripetuto più volte sembra essere esistito da lungo tempo. In questo tipo di società un cambiamento può essere rapidamente legittimato sulla base di precedenti e "tradizione", pur essendo spesso recente ed eccezionale. Così, sotto l'aspetto di un mondo immutabile, il Medio Evo cambiava costantemente anche se in modi diversi dai mutamenti descritti dalla storia évènementielle. Bloch ci offre una molteplicità di esempi come il caso dei monaci di Saint Denis, nel X secolo, ai quali era stato chiesto di donare una determinata quantità di vino in una giornata dove questo mancava nella cantina reale. Una "tradizione" fu rapidamente imposta: ogni anno i monaci dovevano consegnare la stessa quantità di vino nello stesso giorno. Un editto fu poi necessario per abolire questa usanza. Ciò portò alla crescita di accordi contrattuali, per cui se un barone o un vescovo, bisognoso di denaro, avesse voluto fare affidamento sulla "generosità" di uno dei suoi vassalli, questo richiedeva un documento scritto che specificasse che il dono non stabiliva un precedente.
Naturalmente queste trattative si potevano fare solo quando la disparità sociale non era eccessiva; nella maggior parte dei casi anche la violenza giocava la sua parte.
La lezione di Bloch consisteva in questo: non è sufficiente raccogliere il materiale e metterlo in ordine. Occorre interrogarlo, costringerlo a rivelare quello che non si vede, scovare quello che c'è sotto. Insomma lo scetticismo è una delle grandi armi dello storico. E questa lezione valeva più di un buon voto.



Senza mai girare le spalle alla Storia
Incontri. La figura di Marc Bloch, studioso militante e anticipatore degli Annales francesi. Domani meeting alla Fondazione Feltrinelli di Milano Massimo Mastrogregori, il Manifesto 3.6.2014 

A pro­po­sito di Marc Bloch molti hanno par­lato della sostan­ziale unità che leghe­rebbe i molti volti dello sto­rico Marc Bloch: il cit­ta­dino, il sol­dato, il resi­stente e anche le molte deno­mi­na­zioni con cui si firma in dif­fe­renti momenti della sua esistenza.
Par­tiamo dall’unità delle dif­fe­renti figure: Nar­bonne, Marc Fou­gè­res, Mau­rice Blan­chard, Marc Bloch (lo sto­rico, il sol­dato, il resi­stente). Que­sta unità è assi­cu­rata dai valori del patriot­ti­smo repub­bli­cano, dalla pre­senza di un forte legame alla sfera pub­blica, allo Stato, altret­tanto ai valori di una reli­gione quasi laica, che con­tano molto di più dei tratti carat­te­riali dell’individuo Marc Bloch (le testi­mo­nianze dicono che egli fosse una per­sona molto «egoi­sta» e ambi­ziosa). In effetti basta pen­sare al testa­mento del 1915 («sono morto per una causa che amavo (…) voi mi avete inse­gnato a met­tere certe cose al di sopra della mia vita stessa» (Marc Bloch, Écrits de guerre, A. Colin, Parigi) o, trent’anni dopo, alle parole scritte il 27 feb­braio 1944, a Simonne Bloch, sua moglie, in una let­tera ancora ine­dita: «Gra­zie per l’impegno a darmi corag­gio. Deci­sa­mente i con­tatti umani spesso sono delu­denti, ma ci sono cose più grandi degli uomini, e negli uomini stessi cose che li superano».
Nel momento che si rive­lerà cru­ciale, Bloch esprime la sua delu­sione nei con­fronti dell’atteggiamento di qual­che per­sona; forse, ma non è detto, anche di com­pa­gni della lotta clan­de­stina. L’esperienza poli­tica di Bloch della Resi­stenza pro­ba­bil­mente è stata tutt’altro che sem­plice. Ma si legge anche in que­sta stessa let­tera la con­ferma in extre­mis (Bloch sarà arre­stato nove giorni dopo) di valori che tra­scen­dono la vita individuale.
Per­so­na­lità multiforme
Con­si­de­rando que­sta ten­sione verso lo Stato il «fuoco cen­trale» della moti­va­zione di Bloch – ossia la dimen­sione pub­blica, il patriot­ti­smo repub­bli­cano –, è pos­si­bile deli­neare due per­corsi con l’ausilio delle testi­mo­nianze dispo­ni­bili. La prima con­duce dalla sfera pub­blica alla poli­tica e riguarda l’agire del cit­ta­dino patriota che par­te­cipa a due guerre, nel 1940 rifiuta la scon­fitta e con­ti­nua a com­bat­tere nella Resi­stenza. La seconda va dalla sto­ria alla sfera pub­blica e copre l’azione dello sto­rico cri­tico e inno­va­tore della disci­plina. Que­sti due distinti ordini di azioni si ori­gi­nano dun­que da un mede­simo cen­tro, ma pren­dono due dire­zioni net­ta­mente diver­genti: Nar­bonne che decritta un mes­sag­gio cifrato a Lione non svolge la stessa atti­vità di Marc Fou­gè­res che redige una scheda per i Mélan­ges d’histoire sociale, anche se Marc Bloch soster­rebbe, in linea teo­rica, che la fina­lità di que­ste due azioni è, al fondo, iden­tica: in un modo o nell’altro, le dire­zioni diver­genti, con­ver­ge­reb­bero verso il cen­tro, verso la sfera pubblica.
Una prima tra­iet­to­ria con­duce così dallo Stato alla poli­tica. Ricor­diamo di primo acchito che Bloch non pra­tica, se non alla fine, la poli­tica come una lotta par­ti­giana, o come una lotta di capi per la con­qui­sta e l’esercizio del potere. Poli­tica è il titolo che egli dà a una nota del suo qua­derno Mea (1940–1943), dove cita gli Essays in Per­sua­sion di Key­nes lad­dove l’economista inglese scrive: «Gli uomini di stato moderni hanno per metodo di dire tante scioc­chezze, quante ne reclama il pub­blico e di non farne di più, di quel che esige ciò che si è detto» (Marc Bloch, Car­nets 1917–1943). Dire e fare scioc­chezze: insomma Bloch ese­crava, per­fino temeva e disprez­zava, le lotte per il potere, i par­titi e i capi – che essi agi­scano in regimi par­la­men­tari o nelle «reli­gioni poli­ti­che» rite­nute tota­li­ta­rie (non scrive forse nel 1934 che il comu­ni­smo e il nazi­smo sono chia­ra­mente delle reli­gioni? Marc Bloch – Lucien Feb­vre, Cor­re­spon­dance, Fayard).
Il suo senso pro­fe­tico era suf­fi­cien­te­mente raf­fi­nato per distin­guere dove avreb­bero por­tato le scioc­chezze di diversi attori poli­tici incolti — occorre richia­mare ciò che Bloch e Feb­vre hanno scritto su Blum, Dala­dier, Neville Cham­ber­lain, Hitler e Mus­so­lini? Egli aveva, d’altra parte, una certa stima per Chur­chill, così come testi­mo­nia una nota del dia­rio di Léon Werth (Léon Werth, Dépo­si­tion. Jour­nal 1940–1944). Del resto, il sen­ti­mento pre­va­lente, soprat­tutto negli anni Trenta, è stata la fru­stra­zione di non avere alcuna influenza sugli avvenimenti.
L’azione del combattente
Con l’inizio delle osti­lità (ago­sto 1939), il cit­ta­dino Bloch può final­mente entrare in azione, ma egli è imme­dia­ta­mente assa­lito dai dubbi per quella deci­sione. Dopo la scon­fitta, egli si con­vince pro­gres­si­va­mente che la Fran­cia è stata vit­tima di una «vasta impresa di tra­di­mento», insomma di un com­plotto che ha favo­rito il crollo mili­tare e il «colpo di Stato». Il suo impe­gno leale di cit­ta­dino comin­cia a subire una tra­sfor­ma­zione pro­fonda e inte­res­sante, che si compie dopo l’11 novem­bre 1942, con l’invasione tede­sca del ter­ri­to­rio di Vichy. Egli riven­dica la sua appar­te­nenza a una nazione che, in realtà, è fram­men­tata in nume­rose unità. Con­serva in sé il ricordo vivo di una Fran­cia ideale che non esi­ste più. Segre­ta­mente egli lascia la sua testi­mo­nianza a un tri­bu­nale a futura memo­ria. È il Témoi­gnage de 1940 che egli nasconde nel suo archi­vio, e che diverrà il libro postumo sulla «strana disfatta». Messo ai mar­gini della comu­nità nazio­nale in con­se­guenza dello Sta­tuto discri­mi­na­tivo nei con­fronti degli ebrei, Bloch con­ti­nua ad agire come cit­ta­dino rifiu­tando la smo­bi­li­ta­zione ed entrando nella Resi­stenza, per riscat­tare l’onore per­duto e scon­fig­gere i tra­di­tori. Le cose che lo cir­con­dano cam­biano e, neces­sa­ria­mente, tra­sfor­mano la sua azione civica in azione poli­tica. Di fatto, al di là della sua lotta per libe­rare la Fran­cia, Bloch si ritrova a lot­tare la con­qui­sta del potere dopo la Libe­ra­zione. L’azione del cit­ta­dino si con­fonde, in alcuni momenti, con quella, abor­rita, dell’uomo poli­tico – ciò che costi­tui­sce una novità rispetto al periodo che si chiude con la scon­fitta del 1940. In ogni caso l’azione del poli­tico non sosti­tui­sce inte­gral­mente quella del cittadino-soldato: Bloch, gene­rale che com­batte, muore col nome di Blan­chard, il gene­rale che si era rifiu­tato di com­bat­tere nella scon­fitta delle Fiandre.
La seconda con­nes­sione, cer­ta­mente più inda­gata, lega i valori della dimen­sione pub­blica, del patriot­ti­smo repub­bli­cano, alla sto­ria scien­ti­fica. Anche se nell’Apo­lo­gia della sto­ria si defi­ni­sce un arti­giano, il suo obiet­tivo, a par­tire dal qua­derno del 1906, è quello di costruire una sto­ria scien­ti­fica. Lasciamo da parte i signi­fi­cati vari e flut­tuanti della parola scienza. Ma è da que­sta altezza che la sto­ria, come disci­plina scien­ti­fica, può, a giu­di­zio di Marc Bloch, pene­trare util­mente nella società attra­verso l’insegnamento a ogni livello (di cose e non di parole), l’organizzazione della ricerca e dei suoi stru­menti, attra­verso anche la rivi­sta che dirige insieme a Lucien Feb­vre – ma pen­sata in un primo momento con Henri Pirenne, in una dimen­sione di col­la­bo­ra­zione inter­na­zio­nale – attra­verso, infine, la «società» di amici di Pirenne, sorta di embrione delle isti­tu­zioni di ricerca nate dopo la seconda guerra mon­diale e legate alle Anna­les.

Il pre­sti­gio di una disciplina
Il ragio­na­mento com­ples­sivo dell’Apo­lo­gia sull’utilità e sul diritto a esi­stere della sto­ria, sulla neces­sità per la cor­po­ra­zione degli sto­rici di ren­dere conto pub­bli­ca­mente delle loro ricer­che, l’insieme dei discorsi sull’esame di coscienza, – che lega con un filo invi­si­bile il Témoi­gnage sulla scon­fitta del 1940 all’Apo­lo­gia – suona alla fine come una domanda reto­rica: Bloch è per­suaso che sia impos­si­bile fare a meno della sto­ria. Certo, egli ammette – per prin­ci­pio o per il pia­cere della pro­vo­ca­zione intel­let­tuale – che la civiltà occi­den­tale possa cam­biare e «vol­gere le spalle alla sto­ria». Ma se, nel bel mezzo del ven­te­simo secolo anti­sto­rico (l’anti­sto­ri­ci­smo del Croce del 1930), egli esprime, con­tro­cor­rente, que­sta fidu­cia incrol­la­bile è per­ché, forte della sua espe­rienza, egli è con­sa­pe­vole che la sto­ria può essere una pra­tica deci­siva, degna di rico­no­sci­mento sociale. Di pre­sti­gio col­let­tivo. E per­ché ha con­sta­tato che la sto­ria potrebbe susci­tare entu­sia­smo e che costi­tui­sce un pila­stro senza il quale non si creano legami sociali.

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