La Storia nelle scienze socialiCon
Lucien Febvre fondò gli Annales, cambiando prospettiva: si studiano i
mutamenti lenti come le abitudini, i riti, l'alimentazione
di Donald Sassoon il Sole24ore domenica 1.6.14
Quando
ero al liceo un illuminato insegnante di storia promise un dieci a
chiunque avesse letto per intero La société féodale di Marc Bloch (e in
grado di dimostrarlo). A sedici anni l'idea di ottenere un tale voto
semplicemente leggendo un libro era irresistibile. Il libro era lungo e
difficile, ma anche molto diverso dalla storia tradizionale, con la sua
serie straordinariamente noiosa di date e storie di grandi uomini che
avevano cambiato il mondo e vinto guerre. Guadagnai qualcosa di più di
un buon voto: compresi quanto potesse essere eccitante la storia, anche
la storia delle strutture, dei cambiamenti lenti, delle credenze, di
come si forma e si mantiene la sudditanza, e come le cose cambiano da
luogo a luogo. Per di più il tutto era scritto in una prosa elegante e a
volte ironica, con un uso parsimonioso ma sottile di metafore. Si
parlava perfino degli emiri del Qayrawan e dei califfi Fatimidi, con
nomi che sembravano appartenere al mondo incantato delle Mille e una
notte.
Bloch, nato nel 1886 a Lione, frequentò la prestigiosa École
Normale Supérieure, poi fu ufficiale nella Grande guerra e infine
ottenne un incarico universitario a Strasburgo, ora di nuovo territorio
francese. Lì, proprio nell'ufficio accanto al suo, Bloch incontrò un
altro storico dalle idee originali: Lucien Febvre. Insieme fondarono,
nel 1929, la rivista «Annales d'histoire économiques et sociales». E
così cambiarono la storia. Poi Bloch si trasferì alla Sorbona e gli
Annales diventarono una école senza pari in altri Paesi. I loro seguaci,
Fernand Braudel, Georges Duby, Jacques Le Goff ed Ernest Labrousse
diventarono anch'essi grandi maestri della storiografia francese.
L'innovazione
degli Annales fu di sfidare la forma dominante del racconto storico,
vale a dire una narrazione incentrata in gran parte sul periodo breve,
su eventi come guerre, rivoluzioni e diplomazia. Bloch e Febvre volevano
una storia che esaminasse la longue durée (ma dobbiamo il termine a
Braudel). Non si tratta semplicemente di una storia che comprenda un
periodo molto lungo, ma che si soffermi su mutamenti lenti come il
paesaggio o l'alimentazione, le abitudini, i riti. Questo veniva
contrapposto alla storia degli eventi o histoire évènementielle, e cioè
la storia dei movimenti improvvisi, come le rivoluzioni e guerre.
L'approccio
di Bloch e Febvre aveva avuto precursori illustri. L'Essai sur les
moeurs et l'esprit des nations di Voltaire era una storia generale del
cristianesimo finalizzato a mettere in luce gli orrori del fanatismo
religioso. Il Declino e caduta dell'Impero Romano di Edward Gibbon si
soffermava a lungo su aspetti sociali e culturali. Nel XIX secolo Jules
Michelet e Jacob Burckhardt produssero storie del Rinascimento con un
approccio "totalizzante". Il concetto di Volksseele (l'anima del popolo)
dello storico tedesco Karl Lamprecht (1856-1915) influenzò la storia
delle mentalità dei pionieri degli Annales.
Bloch e Febvre, partendo
da un'ottica molto più rigorosa di quella dei loro predecessori,
abbracciarono con entusiasmo l'idea di mettere la storia al centro delle
scienze sociali, quali l'economia, la sociologia (particolarmente
quella di Émile Durkheim), l'antropologia e la geografia.
Nel 1940
Bloch, essendo ebreo, perse il suo incarico universitario, la sua casa
fu requisita, la sua biblioteca privata confiscata. Trasferito a
Clermont-Ferrand, ma privo di accesso ad archivi e biblioteche, Bloch
scrisse un testo meraviglioso sul mestiere dello storico: Apologie pour
l'histoire. Nel 1942 diventò partigiano. Nel 1944 fu arrestato dalla
Gestapo, torturato e poi fucilato.
Il suo capolavoro, Les rois
thaumaturges (I re taumaturghi), è uno dei grandi libri di storia del XX
secolo. È l'opera fondatrice della storia delle mentalità, la base
della storia antropologica. In questo testo Bloch esamina la convinzione
che il re avesse il potere di curare la scrofola semplicemente toccando
il paziente. Partendo da questa semplice credenza Bloch spiegava il
ruolo del "miracolo" nella concezione del potere politico assoluto come
potere sacro, concezione che non si limitava al Medio Evo, poiché il
rito è sopravvissuto nel Seicento e nel Settecento. In poco più di
quattro anni (1660-64) Carlo II d'Inghilterra "toccò" più di 23mila
persone e Luigi XIV ebbe più malati di qualsiasi dei suoi predecessori.
L'aspettativa del "miracolo" era più importante del "miracolo" stesso in
quanto vi erano persone che tornavano per essere toccate un'altra
volta, la loro fede per nulla offuscata dall'evidente fallimento.
Centrale
in questo studio era il concetto di memoria collettiva. In una società
dove la maggior parte delle persone non sanno scrivere e dove poco è
scritto, la memoria collettiva è ancora più importante che in epoche
successive, non perché la gente "ricordi" di più, ma perché un evento
incidentale, se ripetuto più volte sembra essere esistito da lungo
tempo. In questo tipo di società un cambiamento può essere rapidamente
legittimato sulla base di precedenti e "tradizione", pur essendo spesso
recente ed eccezionale. Così, sotto l'aspetto di un mondo immutabile, il
Medio Evo cambiava costantemente anche se in modi diversi dai mutamenti
descritti dalla storia évènementielle. Bloch ci offre una molteplicità
di esempi come il caso dei monaci di Saint Denis, nel X secolo, ai quali
era stato chiesto di donare una determinata quantità di vino in una
giornata dove questo mancava nella cantina reale. Una "tradizione" fu
rapidamente imposta: ogni anno i monaci dovevano consegnare la stessa
quantità di vino nello stesso giorno. Un editto fu poi necessario per
abolire questa usanza. Ciò portò alla crescita di accordi contrattuali,
per cui se un barone o un vescovo, bisognoso di denaro, avesse voluto
fare affidamento sulla "generosità" di uno dei suoi vassalli, questo
richiedeva un documento scritto che specificasse che il dono non
stabiliva un precedente.
Naturalmente queste trattative si potevano
fare solo quando la disparità sociale non era eccessiva; nella maggior
parte dei casi anche la violenza giocava la sua parte.
La lezione di
Bloch consisteva in questo: non è sufficiente raccogliere il materiale e
metterlo in ordine. Occorre interrogarlo, costringerlo a rivelare
quello che non si vede, scovare quello che c'è sotto. Insomma lo
scetticismo è una delle grandi armi dello storico. E questa lezione
valeva più di un buon voto.
Senza mai girare le spalle alla Storia
Incontri. La figura di Marc Bloch, studioso militante e anticipatore degli Annales francesi. Domani meeting alla Fondazione Feltrinelli di Milano Massimo Mastrogregori, il Manifesto 3.6.2014
A proposito di Marc Bloch molti hanno parlato della sostanziale unità che legherebbe i molti volti dello storico Marc Bloch: il cittadino, il soldato, il resistente e anche le molte denominazioni con cui si firma in differenti momenti della sua esistenza.
Partiamo dall’unità delle differenti figure: Narbonne, Marc Fougères, Maurice Blanchard, Marc Bloch (lo storico, il soldato, il resistente). Questa unità è assicurata dai valori del patriottismo repubblicano, dalla presenza di un forte legame alla sfera pubblica, allo Stato, altrettanto ai valori di una religione quasi laica, che contano molto di più dei tratti caratteriali dell’individuo Marc Bloch (le testimonianze dicono che egli fosse una persona molto «egoista» e ambiziosa). In effetti basta pensare al testamento del 1915 («sono morto per una causa che amavo (…) voi mi avete insegnato a mettere certe cose al di sopra della mia vita stessa» (Marc Bloch, Écrits de guerre, A. Colin, Parigi) o, trent’anni dopo, alle parole scritte il 27 febbraio 1944, a Simonne Bloch, sua moglie, in una lettera ancora inedita: «Grazie per l’impegno a darmi coraggio. Decisamente i contatti umani spesso sono deludenti, ma ci sono cose più grandi degli uomini, e negli uomini stessi cose che li superano».
Nel momento che si rivelerà cruciale, Bloch esprime la sua delusione nei confronti dell’atteggiamento di qualche persona; forse, ma non è detto, anche di compagni della lotta clandestina. L’esperienza politica di Bloch della Resistenza probabilmente è stata tutt’altro che semplice. Ma si legge anche in questa stessa lettera la conferma in extremis (Bloch sarà arrestato nove giorni dopo) di valori che trascendono la vita individuale.
Personalità multiforme
Considerando questa tensione verso lo Stato il «fuoco centrale» della motivazione di Bloch – ossia la dimensione pubblica, il patriottismo repubblicano –, è possibile delineare due percorsi con l’ausilio delle testimonianze disponibili. La prima conduce dalla sfera pubblica alla politica e riguarda l’agire del cittadino patriota che partecipa a due guerre, nel 1940 rifiuta la sconfitta e continua a combattere nella Resistenza. La seconda va dalla storia alla sfera pubblica e copre l’azione dello storico critico e innovatore della disciplina. Questi due distinti ordini di azioni si originano dunque da un medesimo centro, ma prendono due direzioni nettamente divergenti: Narbonne che decritta un messaggio cifrato a Lione non svolge la stessa attività di Marc Fougères che redige una scheda per i Mélanges d’histoire sociale, anche se Marc Bloch sosterrebbe, in linea teorica, che la finalità di queste due azioni è, al fondo, identica: in un modo o nell’altro, le direzioni divergenti, convergerebbero verso il centro, verso la sfera pubblica.
Una prima traiettoria conduce così dallo Stato alla politica. Ricordiamo di primo acchito che Bloch non pratica, se non alla fine, la politica come una lotta partigiana, o come una lotta di capi per la conquista e l’esercizio del potere. Politica è il titolo che egli dà a una nota del suo quaderno Mea (1940–1943), dove cita gli Essays in Persuasion di Keynes laddove l’economista inglese scrive: «Gli uomini di stato moderni hanno per metodo di dire tante sciocchezze, quante ne reclama il pubblico e di non farne di più, di quel che esige ciò che si è detto» (Marc Bloch, Carnets 1917–1943). Dire e fare sciocchezze: insomma Bloch esecrava, perfino temeva e disprezzava, le lotte per il potere, i partiti e i capi – che essi agiscano in regimi parlamentari o nelle «religioni politiche» ritenute totalitarie (non scrive forse nel 1934 che il comunismo e il nazismo sono chiaramente delle religioni? Marc Bloch – Lucien Febvre, Correspondance, Fayard).
Il suo senso profetico era sufficientemente raffinato per distinguere dove avrebbero portato le sciocchezze di diversi attori politici incolti — occorre richiamare ciò che Bloch e Febvre hanno scritto su Blum, Daladier, Neville Chamberlain, Hitler e Mussolini? Egli aveva, d’altra parte, una certa stima per Churchill, così come testimonia una nota del diario di Léon Werth (Léon Werth, Déposition. Journal 1940–1944). Del resto, il sentimento prevalente, soprattutto negli anni Trenta, è stata la frustrazione di non avere alcuna influenza sugli avvenimenti.
L’azione del combattente
Con l’inizio delle ostilità (agosto 1939), il cittadino Bloch può finalmente entrare in azione, ma egli è immediatamente assalito dai dubbi per quella decisione. Dopo la sconfitta, egli si convince progressivamente che la Francia è stata vittima di una «vasta impresa di tradimento», insomma di un complotto che ha favorito il crollo militare e il «colpo di Stato». Il suo impegno leale di cittadino comincia a subire una trasformazione profonda e interessante, che si compie dopo l’11 novembre 1942, con l’invasione tedesca del territorio di Vichy. Egli rivendica la sua appartenenza a una nazione che, in realtà, è frammentata in numerose unità. Conserva in sé il ricordo vivo di una Francia ideale che non esiste più. Segretamente egli lascia la sua testimonianza a un tribunale a futura memoria. È il Témoignage de 1940 che egli nasconde nel suo archivio, e che diverrà il libro postumo sulla «strana disfatta». Messo ai margini della comunità nazionale in conseguenza dello Statuto discriminativo nei confronti degli ebrei, Bloch continua ad agire come cittadino rifiutando la smobilitazione ed entrando nella Resistenza, per riscattare l’onore perduto e sconfiggere i traditori. Le cose che lo circondano cambiano e, necessariamente, trasformano la sua azione civica in azione politica. Di fatto, al di là della sua lotta per liberare la Francia, Bloch si ritrova a lottare la conquista del potere dopo la Liberazione. L’azione del cittadino si confonde, in alcuni momenti, con quella, aborrita, dell’uomo politico – ciò che costituisce una novità rispetto al periodo che si chiude con la sconfitta del 1940. In ogni caso l’azione del politico non sostituisce integralmente quella del cittadino-soldato: Bloch, generale che combatte, muore col nome di Blanchard, il generale che si era rifiutato di combattere nella sconfitta delle Fiandre.
La seconda connessione, certamente più indagata, lega i valori della dimensione pubblica, del patriottismo repubblicano, alla storia scientifica. Anche se nell’Apologia della storia si definisce un artigiano, il suo obiettivo, a partire dal quaderno del 1906, è quello di costruire una storia scientifica. Lasciamo da parte i significati vari e fluttuanti della parola scienza. Ma è da questa altezza che la storia, come disciplina scientifica, può, a giudizio di Marc Bloch, penetrare utilmente nella società attraverso l’insegnamento a ogni livello (di cose e non di parole), l’organizzazione della ricerca e dei suoi strumenti, attraverso anche la rivista che dirige insieme a Lucien Febvre – ma pensata in un primo momento con Henri Pirenne, in una dimensione di collaborazione internazionale – attraverso, infine, la «società» di amici di Pirenne, sorta di embrione delle istituzioni di ricerca nate dopo la seconda guerra mondiale e legate alle Annales.
Il prestigio di una disciplina
Il ragionamento complessivo dell’Apologia sull’utilità e sul diritto a esistere della storia, sulla necessità per la corporazione degli storici di rendere conto pubblicamente delle loro ricerche, l’insieme dei discorsi sull’esame di coscienza, – che lega con un filo invisibile il Témoignage sulla sconfitta del 1940 all’Apologia – suona alla fine come una domanda retorica: Bloch è persuaso che sia impossibile fare a meno della storia. Certo, egli ammette – per principio o per il piacere della provocazione intellettuale – che la civiltà occidentale possa cambiare e «volgere le spalle alla storia». Ma se, nel bel mezzo del ventesimo secolo antistorico (l’antistoricismo del Croce del 1930), egli esprime, controcorrente, questa fiducia incrollabile è perché, forte della sua esperienza, egli è consapevole che la storia può essere una pratica decisiva, degna di riconoscimento sociale. Di prestigio collettivo. E perché ha constatato che la storia potrebbe suscitare entusiasmo e che costituisce un pilastro senza il quale non si creano legami sociali.
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