martedì 3 giugno 2014
Edgar Morin su Dostoevskij
Il
filosofo e sociologo francese racconta le letture che hanno
accompagnato la sua formazione: nell’autore dei Karamazov le instabilità
profonde dell’identità
di Edgar Morin La Stampa 1.6.14
Viviamo età estetiche differenti, dall’infanzia alla maturità, e, una
volta adulti, diventiamo insensibili alle opere che hanno affascinato la
nostra infanzia, la nostra giovinezza, la nostra adolescenza. Ci
intenerisce riandare alle favole di Perrault, ai romanzi della contessa
di Ségur, perché pensiamo alla nostra infanzia, ma li consideriamo ormai
come cose da e per bambini. Tuttavia queste opere ci hanno segnato
profondamente.
Così, per quanto mi riguarda, mi hanno segnato in profondità i romanzi
di avventura di Gustave Aimard, i romanzi di avventure canine di Jack
London. Più tardi, verso i 13-15 anni, hanno avuto un’importanza enorme
il Jean-Christophe di Rolland e i romanzi di Anatole France. Il primo è
romantico, lirico, trasportato dall’amore per l’umanità. Il secondo è
scettico, critico, ironico, distaccato. Entrambi mi svelano, mi
rivelano, esprimono due sentimenti antagonisti che sono molto forti in
me, perché derivano dallo stesso evento fondamentale: la morte di mia
madre quando avevo dieci anni. Da un lato sono disincantato per sempre,
ho perso l’assoluto, sono portato a dubitare di tutto, tanto più in
quanto ho ricevuto un imprinting culturale molto debole: i miei genitori
sono sefarditi laicizzati d’ascendenza spagnola e poi italiana, non
ricevo da loro nessun credo tradizionale e, a scuola, mi nutro di
romanzi che leggo sotto il banco, durante le lezioni, e a casa, durante i
pasti; sono romanzi che mi emozionano e mi rapiscono, così come i film
(che vedrò un po’ a caso), che mi danno la mia cultura di base. Certo
incorporo la sostanza della Francia, integrando in me Vercingetorige,
Giovanna d’Arco, Napoleone, le battaglia di Bouvines, di Valmy, della
Marna. Ma più tardi mi sentirò di patria mediterranea, con l’amore per
la Spagna e l’Italia da dove vengono i miei antenati, e come qualsiasi
individuo nutrito di più culture, legato a ciascuna ma non
assolutizzandone alcuna, potrei essere facilmente idoneo a diventare
cittadino del pianeta Terra.
L’altro aspetto di me stesso, che viene dall’aspirazione sempre
rinnovata di ritrovare l’integrazione in una sostanza materna infinita,
oceanica, mi spingerà non solo verso tutto ciò che esprime il
romanticismo, ma anche verso la ricerca della fede, dell’effusione,
della comunione. Così, avendo perduto mia madre, ho cercato di ritrovare
altrove, in modo diverso, la comunione oceanica, ma allo stesso tempo
ho sempre custodito in me il sentimento dell’irreparabile, della perdita
e del disastro; il dubbio è rimasto incrostato in fondo a me stesso,
sia per l’esperienza della morte e del non ritorno della madre, sia per
il debole imprinting culturale nel mio spirito, da cui l’impossibilità,
malgrado gli sforzi, di credere nella religione della salvezza (il
cristianesimo).
Conflitto sempre vissuto, mai superato, tra fede e dubbio, e sempre
nutrito dai libri. Da qui la mia fascinazione per gli autori che hanno
vissuto più intensamente questo conflitto (Pascal, Dostoevskij), per i
filosofi che in fondo non lo sopprimono mai (Eraclito, Hegel, e anche
Marx), e anche la mia attrazione irresistibile per il dubbio
fondamentale (Montaigne) ma allo stesso tempo per lo slancio
fondamentale oltre il dubbio e la ragione (Rousseau). Sono stato segnato
da ciò di cui avevo sete.
Parlerò quindi innanzi tutto di qualcuno di questi autori, che sono per
me fondamentali, non solo perché riguardano quello che c’è di
fondamentale in me, ma perché li ho conosciuti nell’età stessa in cui le
letture possono nutrire e segnare nel profondo l’intelligenza, l’anima e
l’essere tutto intero. Cito in primo luogo Dostoevskij. Sono
sicuramente stato segnato da Resurrezione di Tolstoj, da Padri e figli
di Turgenev, dai racconti tristi e nostalgici della Steppa e da Zio
Vanja di Cechov, e nei primi decenni sono stato sconvolto da Divisione
cancro, Il primo cerchio e La casa di Matrjona di Solzenicyn, e dal
dantesco Vita e destino di Grossman, scrittore «medio» che diventa
sublime nel momento in cui s’ immerge a Stalingrado, e percepisce con
una giustezza visionaria come Stalingrado sia al tempo stesso la più
grande vittoria e la più grande sconfitta dell’umanità, e susciti una
scena terribilmente grandiosa come quella del grande inquisitore ad
Auschwitz, tra un giovane capo SS e un deportato comunista.
Ma quello che per me resta il più presente, il più intimo, è
Dostoevskji. Dmitrij, Ivan e Alëša Karamazov, Stavrogin e gli altri eroi
dei Demoni, Raskolnikov non mi hanno mai lasciato. Nessun altro ha
portato altrettanto senso della sofferenza, della tragedia, della
derisione, del delirio propriamente umano (e non avrei proposto l’idea
di Homo sapiens-demens come nozione chiave del mio Paradigma perduto se
questo sentimento così profondo dell’indistinguibilità tra follia e
ragione nell’essere umano non fosse stato di continuo rigenerato dagli
scrittori e soprattutto dal ricordo di Dostoevskij).
Senza dubbio trovavo nei Fratelli Karamazov gli eroi che corrispondevano
a vocazioni profonde e contraddittorie del mio essere, come nella
maggior parte di noi. Ma ciò che trovavo soprattutto, nell’intera opera
di Dostoevskij, più acuto, più intenso, più doloroso e violento che in
qualsiasi altro autore, compresi gli altri russi, è il senso della
sofferenza, è la pietà infinita e stravolta per questa sofferenza, il
tormento delle anime straziate, le instabilità profonde dell’identità, i
momenti di verità dell’amore, l’insondabile mistero degli esseri e
della vita. Il mio primo sentimento filosofico (se oso usare questa
parola) mi è venuto da Dostoevskij: l’idea prioritaria che bisogna avere
compassione per la sofferenza. Quello che sentivo in lui non è tanto il
fatto che fosse un ex rivoluzionario diventato tradizionalista, un ex
occidentalista diventato slavofilo, ma il persistere corrosivo, nel
secondo Dostoevskij, del dubbio, del nihilismo, e la lotta furiosa,
disperata tra la fede e il dubbio, la lotta che in me non è mai cessata
tra la speranza e la disperazione. E io oggi so che le più grandi menti
europee sono quelle che non hanno smesso di vivere interiormente un
conflitto fondamentale, un antagonismo irriducibile; anche quando hanno
apertamente scelto un partito contro l’altro, quest’ultimo lavora in
modo sotterraneo, ma attivamente, all’interno del primo.
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