La banalità dell’islam secondo Burckhardt
7 set 2014 Libero ROBERTO COALOA
In una raccolta postuma di appunti dello storico di Basilea, Historische Fragmente, troviamo alcune pagine su Maometto e «il dispotismo dell’Islam». Per Burckhardt la vittoria dell’Islam, che proibì la scultura e la pittura, è il trionfo della banalità su religioni più profonde che si trovavano in crisi. Le sue pagine sono attualissime. Burckhardt, per Aby Warburg, era un «lucido negromante». Era un «veggente», come Friedrich Nietzsche.
I segni all’orizzonte, atroci e indesiderati, sono una risonanza di eventi del passato. Oggi, come in un tempo non così remoto, noi occidentali torniamo a temere l’Islam. Burckhardt ne individuava i tratti pericolosi più di un secolo fa: la religione di Maometto è caratterizzata da un esagerato fanatismo e dall’esclusione di ogni tipo di progresso. Inoltre, per lui era chiara la visione del califfato, «forma statale completamente dispotica», ma potente, perché «l’estremo fanatismo di Maometto è la sua forza principale».
L’Islam è una religione influente ma «inferiore, di scarsa interiorità, sebbene possa collegarsi con quell’ascesi e quell’approfondimento religioso in cui essa talvolta si imbatte in qualche popolo».
A Burckhardt appare assai singolare l’orgoglio che questa fede ispira, il sentimento della sua assoluta superiorità su tutte le altre, «la totale impermeabilità a qualunque influsso, che si trasforma in innata presunzione e in illimitata arroganza in generale». Tutto questo «si accorda con la mancanza di ogni cultura profonda e di giudizio chiaro nei comuni affari della vita».
In queste pagine Burckhardt appare non solo lo storico del Rinascimento in Italia. È uno dei pensatori più influenti, amato da Walter Benjamin, indispensabile alla nostra sensibilità moderna, impregnata dalla filosofia di Nietzsche. Non a caso fu Nietzsche a citare lo storico in Sull’utilità e danno della storia per la vita. Il filosofo scrive del tipo di storia antiquaria che custodisce e venera: «Con quest’animo Goethe contemplò il monumento di Erwin von Steinbach… Un tale senso e impulso guidò gli Italiani del Rinascimento e risvegliò nei loro poeti l’antico genio italico a una “nuova meravigliosa risonanza di una corda antichissima”, come dice Jacob Burckhardt».
La nostra coscienza è legata a un atavismo europeo, quello del mondo di ieri, delicato e fine, di cui Burckhardt è il massimo interprete. Lo storico criticò la moderna società industriale e fu contrario alle tendenze idealistiche e storicistiche dominanti nel mondo accademico dell’epoca, elaborando una caratteristica analisi storiografica, chiamata Kulturgeschichte.
Burckhardt ci ha mostrato il compito più urgente di tutti: quello di salvare la cultura, anche in quanto storia. Inoltre occorre lottare per difendere il patrimonio spirituale dell’umanità, perché è frottola ottimistica che esso non possa mai andare perduto.
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