
Simon Schama:
La storia degli ebrei. In cerca delle parole. Dalle origini al 1492, Mondadori, Milano, pagg. 582, € 30,00
Risvolto
Nel giugno del 1242, a Parigi, davanti a una folla urlante e a frati raccolti in preghiera, migliaia di pergamene inchiostrate recanti lettere ebraiche arsero sulle pire scoppiettanti diffondendo lungo le rive della Senna un dolciastro fetore animale. Sui roghi, innalzati per volontà di re Luigi IX il Santo, avvampavano le copie del Talmud. La parola di Dio, proprio come i corpi viventi che cadevano tra le braccia dell'Inquisizione, bruciava nelle fiamme. Iniziava così, per il Popolo del Libro, un'altra pagina della sua storia millenaria di sofferenze e persecuzioni. Eppure, come ci ricorda Simon Schama, docente alla Columbia University, questa storia non si consumò solo nel lutto e nelle fughe improvvise, nelle costanti minacce di annientamento e nell'oppressione. Quella del popolo ebraico è soprattutto una storia di resistenza, di creatività, di gioia. Una continua, e a tratti disperata, affermazione della vita sulle avversità più spaventose. In queste pagine si dipana quindi una straordinaria epopea, fatta di gente comune e di poeti, di autori biblici e medici illustri, di miniaturisti e mercanti, di cartografi e filosofi. Un caleidoscopio di microstorie in cui si accendono candele, si intonano canti, si affrontano viaggi perigliosi in terre incognite alla ricerca di spezie e pietre preziose, si studiano, si custodiscono e si perpetuano le parole del Libro. Un racconto entusiasmante, che abbraccia millenni e continenti, dalla Persia all'Andalusia, dai bazar del Cairo alle rovine struggenti del Tempio di Gerusalemme, e che ci conduce in luoghi mai immaginati - un regno ebraico fra le montagne dell'Arabia meridionale, una sinagoga siriana risplendente di radiose pitture murali, un deposito di manoscritti nell'antica Fustat, i palmeti dei defunti ebrei nelle catacombe romane - dove, nonostante le persecuzioni e la paura, la tolleranza e la convivenza erano a volte possibili. Attraverso le lettere, i poemi, i dipinti, le opere filosofiche, oltre ai testi sacri dell'ebraismo, La storia degli ebrei di Simon Schama, studioso dallo stile brillante ed erudito, ci restituisce il vivido affresco di un mondo che non - come troppo spesso si è immaginato - una cultura a parte, bensì una realtà profondamente radicata nelle vicende delle popolazioni fra cui si è insediata, dagli egizi ai greci, dai persiani ai cristiani. Una storia del popolo ebraico che è anche storia di tutti.
La Storia degli ebrei di Simon Schama
Storia di una fedeltà all'inglesedi Giulio Busi Il Sole Domenica 7.9.14
Quando si scriveva ancora a mano, si poteva credere che inchiostro e carta impregnassero le parole. In India d'odori indiani, qui da noi d'una certa luce di mediterraneo, in Germania, di vento e di cieli rapidi e nitidi. Un racconto vergato in Inghilterra sentiva d'isola, d'ironia garbata e di distanza.
Benché sia appena stata composta, nel pieno dell'era digitale, la Storia degli ebrei di Simon Schama - di cui vi abbiamo anticipato sopra un brano - tradisce con candore la propria provenienza. Già le prime pagine lasciano intendere ciò che il libro – ampio e ambizioso – mostra poi senz'ombra di dubbio. Ovvero che Schama è inglese, per modi mentali e per quella capacità anglosassone di divulgare con brio, senza annoiare e senza perdere di precisione, pur nello stile scorrevole.
Nell'introduzione a questa sua Storia degli ebrei, che dall'antichità giunge sino all'espulsione dalla Spagna del 1492, Schama si sofferma sulla propria famiglia: «Mio padre era ossessionato in pari misura dalla storia ebraica e da quella britannica, e gli sembrava che andassero a braccetto». E più oltre: «Se mio padre avesse scritto una storia ebraica, si sarebbe chiamata "da Mosè alla Magna Charta"». Oltre al l'aneddoto, questi racconti ci dischiudono il segreto di una certa diaspora europea, capace – nei suoi momenti migliori – di tenersi in equilibrio tra due mondi. Da una parte, l'universo emozionale e identitario dell'ebraismo, un dover essere fatto di religione, coesione di gruppo, irrequietudine. E, dall'altra, il cosmo maggioritario, caldo e confuso, che sta attorno, a volte accattivante, spesso indifferente o addirittura minaccioso e ostile. Il pendolo del giudaismo oscilla, da tre millenni, tra questi due poli, con movimenti ora più larghi ora stretti e nervosi. Dal Vicino Oriente del primo millennio a.C. alla Palestina ellenistica e romana, dai regni barbarici al califfato – quello tollerante e aperto dell'età aurea – e sino alla Penisola iberica della reconquista, Schama accompagna gli ebrei nel loro viaggio tra inclusione ed esclusione.
La lunga consuetudine alla diaspora si trasforma in una sorta di sesto senso culturale. Ovvero nella tendenza a uscire da sé per ritrovarsi e per narrarsi. Schama passa in rassegna le scoperte archeologiche, le fonti letterarie, le testimonianze storiche, ed è come se stesse discutendo in una cerchia ristretta di amici. Ebrei e greci, per esempio, erano davvero così ostili gli uni agli altri come vorrebbero farci credere i libri biblici dei Maccabei? Sì e no, è la risposta, e in questa moneta che, lanciata in aria dalla storia, può cadere su entrambe le facce, sta il senso della lunghissima fedeltà ebraica. Fedeltà, semplice, a un destino complesso.
Con Mosè e anche con Platone
La cultura ellenica e quella ebraica sembrano inconciliabili: la filosofia greca presuppone verità scopribili, la sapienza ebraica un tesoro privato. Eppure convissero armoniosamente
di Simon Shama Il Sole Domenica 7.9.14
Quale dei due: il nudo o la parola? Dio come bellezza o dio come scrittura? Una divinità invisibile o una sbirciata a un corpo perfetto? Per Matthew Arnold, elleni ed ebrei erano olio e acqua. Entrambi erano qualcosa di «grandioso» e, ognuno a suo modo, «mirabile», ma non si mescolavano. I greci perseguivano l'autorealizzazione; gli ebrei lottavano per l'autoconquista. «L'ubbidienza» era il comando supremo dell'ebraismo; «vedere le cose come esse realmente sono» era ciò che contava per gli elleni. Ma la pretesa di neutralità di Arnold è poco convincente. Chi vorrebbe vivere in attesa del prossimo round di fuoco e zolfo, quando potrebbe mettersi alla ricerca di dolcezza e luce?
A crescere nella tradizione classica ci si convince che l'Europa inizia con la sconfitta degli invasori persiani raccontata da Erodoto. A crescere ebrei, una parte di sé vorrebbe che avessero vinto i persiani. Furono loro, dopotutto, i restauratori di Gerusalemme, ed Ester divenne la loro regina: come potevano essere cattivi? Il cattivo, Aman, che voleva far fuori gli ebrei, era indubbiamente solo un mostro bizzarro, che ebbe la meritata punizione per mano del re persiano. Il re greco seleucide Antioco IV Epifane, invece, che faceva buttare giù i neonati circoncisi dalle mura di Gerusalemme insieme alle madri, sembrava, stando al Primo libro dei Maccabei, fare tutt'uno con la sua cultura. Era l'ellenismo il nemico, non meno del monarca demente. Il Secondo libro dei Maccabei è, nel suo catalogo delle atrocità greche, ancora più sconvolgente. Coloro che osservavano clandestinamente lo shabbat venivano bruciati vivi nelle loro grotte. E lo storico ebreo Giuseppe Flavio ci ammannisce un sadismo più orripilante ancora. Coloro che perseveravano nell'osservanza, scrive, «erano percossi con flagelli» e «mutilati i loro corpi, mentre ancora erano vivi e respiravano, venivano crocifissi».
Ciò che i greci detestavano (in questa visione) era l'ostinazione della differenza ebraica, contrassegnata dal taglio sul membro virile, dalla pausa nella settimana, dalle restrizioni nel regime alimentare, dal l'unicità rivendicata dagli ebrei per la loro divinità senza volto perennemente arrabbiata, dal loro esasperante rifiuto di essere come tutti gli altri. La filosofia greca presupponeva verità scopribili, universali; la sapienza ebraica sembrava il tesoro privato di una cultura chiusa a doppia mandata. I templi greci, eretti secondo i princìpi dell'armonia cosmica, erano fatti per attirare la gente; il tempio di Gerusalemme era off limits per gli «stranieri». Statue e monumenti greci erano intesi a sopravvivere agli stati che li avevano creati; la torah a sopravvivere all'architettura. Per i greci era nel culto della natura, specie della natura selvaggia, che si poteva trovare l'estasi. Per gli ebrei, al contrario, i boschi sacri erano luoghi in cui ci si sarebbe persi fra gli abomini pagani. Al cuore del culto dionisiaco c'era l'euforico scatenarsi dei sensi. Nella tradizione giudaica, quando si beveva forte accadevano brutte cose: Noè si era trovato a giacere intontito e nudo sotto gli occhi irridenti del figlio Cam; gli israeliti disobbedienti s'erano messi a fare piroette attorno al vitello d'oro. E la cosa peggiore di tutte era essere ubriachi in mezzo alla vegetazione: Antioco, nel costringere gli ebrei a celebrare Bacco in processione «portando corone di edera», come scrive l'autore di 2 Maccabei, sostituì il culto greco della natura selvaggia all'obbligo ebraico di dominarla.
Un ebreo ellenizzato, insomma, era un ossimoro. E tuttavia non lo era, non per la moltitudine di ebrei disseminati fra la Cirenaica, in Libia, e la grande metropoli di Alessandria, e poi in Giudea, in Galilea e nelle isole del Mediterraneo orientale. Nei duecento anni circa che separano le conquiste di Alessandro Magno del IV secolo a.C. dalla dominazione romana, l'idea che la cultura greca e quella ebraica si escludessero a vicenda sarebbe parsa sconcertante, se non stravagante. Per quella moltitudine ellenismo ed ebraismo non erano affatto incompatibili. Il loro modo di vivere era l'esempio, anzi, quasi dell'opposto: di una convergenza non forzata, di una convivenza spontanea (se non priva di problemi). Prima della scoperta dei rotoli del Mar Morto nel 1947 e dell'amuleto d'argento di Ketef Hinnom nel 1979, il più antico testo ebraico continuo, rinvenuto nel 1898 e datato ormai con certezza alla metà del II secolo a.C., proveniva dalla regione ellenizzata del Fayyum nel medio Nilo. Sul papiro sono scritti i dieci comandamenti (in un ordine leggermente diverso da quello in cui li conoscono oggi ebrei e cristiani), insieme alla preghiera quotidiana di professione di fede, lo shema. Dal talmud sembra che un tempo fosse usuale leggere il decalogo prima di recitare lo shema; quel papiro, quindi, ha miracolosamente conservato la routine quotidiana di un ebreo d'Egitto osservante che viveva nel cuore di un mondo intensamente ellenizzato e, tuttavia, manteneva senza difficoltà le consuetudini che definivano la sua identità religiosa.
Nel regno di Davide la parola è poesia
Tra aneddoti, frammenti di papiro e immagini Simon Schama ripercorre la lunghissima storia del popolo ebraico
Repubblica 26 ottobre 2014 SUSANNA NIRENSTEIN
UNA delle meraviglie de La storia degli ebrei di Simon Schama è l’immedesimazione totale nel racconto. È la sua storia. Il volume di 565 pagine arriva fino alla cacciata dalla Spagna del 1492 (il secondo finirà ai giorni nostri), ma è stato in gestazione per 20 anni: gli aneddoti, il pensiero, i pezzi di papiro, i frammenti di coccio, le immagini, i personaggi, e soprattutto le parole tracciano una cronologia mobile e colorata, personalissima. Da dove comincia? Da Abramo? Mosè? La fuga dai faraoni? Niente affatto. Per l’inglese Schama, professore di storia dell’arte alla Columbia University di New York, “in principio” c’è un legionario dal suo stesso nome, con un padre chiamato Osea come il suo babbo che riceve dai genitori una lettera normalissima, tipo «siamo preoccupati per te», mentre è di stanza nel 475 a. C. a Elefantina, un’isola dell’alto Nilo, nell’odiato Egitto. Quel che interessa a Schama è l’interazione con gli altri popoli. A Elefantina per esempio, nella regione idolatrica per eccellenza da cui Geremia predicava di tenersi alla larga, non solo alcuni ebrei erano tornati numerosi dopo la sconfitta subita dagli assiri, nel 721 a.
C., ma vi avevano eretto perfino, nonostante la proibizione, un grande tempio in cui svolgevano sacrifici. In quel luogo si mostra una commedie humaine di ebrei che non osservano la legge alla lettera, ma rispettano il sabato, molti altri precetti e hanno per vicini di casa persiani, egizi, con cui a volte si sposano. Scena opposta a Gerusalemme. La storia ebraica, con i suoi “chiacchiericci”, ricomposta da Schama quasi fosse un paleontologo, ha due modi di esistere: quello ferreo, gerusalemitano, esclusivo, e quello “banale”, urbano, inclusivo, di Elefantina che a Schama piace si direbbe di più.
Costretto a lasciare il suo ottimismo quando cristianità e islam dominano gli ebrei con demonizzazioni, espulsioni e massacri, Schama sottolinea l’enorme carica vitale ebraica in ogni situazione. Prendiamo ad esempio, nel capitolo finale, Abraham Zacuto, rabbino astronomo cacciato della Spagna a fine XV sec.: è lui che scrive l’Almanacco perpetuo del moto dei corpi celesti che farà “da bussola” a Cristoforo Colombo a bordo della Santa Maria, eppure l’antisemitismo lo porta in Portogallo, poi in mano ai corsari, e in fondo a Tunisi nel 1504.
Come fecero gli ebrei a mantenere in vita religione e identità nonostante tutto? Non con rigidità e chiusura come recita la vulgata. Vissero fianco a fianco con cento altri popoli. Solo le persecuzioni li spinsero in sfere separate, dice Schama. La risposta sta nella Parola, la Torah, che fin dal VI secolo a. C. «venne letta ad alta voce, facendosi rotolo trasferibile di storia, legge, sapienza, poesia, profezia, consolazione»: ognuno scriveva e leggeva, perfino certi operai dell’VIII sec. a. C. che scavarono nella roccia l’acquedotto di re Ezechia, lasciando una firma che è quasi una poesia.
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