martedì 16 settembre 2014

Il bue dice cornuto allo scecco: negazionismo è solo quello altrui

Una professionista della negazione del dramma palestinese accusa Chomsky e tutta la sinistra di antisemitismo mascherato. Sul Manifesto, ma poteva farlo sul Corriere, Repubblica, la Stampa... In generale, si capisce che le pagine del Manifesto sono lottizzate: un colpo al cerchio e tanti alla botte [SGA].


Il paradosso negazionista 
Festival della comunicazione. Un'anticipazione della relazione che la semiologa terrà domenica 14, nella cornice della rassegna ligure

Valentina Pisanty, il Manifesto 11.9.2014 


La sto­ria del nega­zio­ni­smo è quella di un’idea con­ta­giosa in cerca di ambienti nei quali ripro­dursi van­tag­gio­sa­mente: di un meme, direb­bero gli stu­diosi dell’evoluzione cul­tu­rale. Una tesi anti-storica, già con­ce­pita dagli stessi per­pe­tra­tori all’epoca dello ster­mi­nio che, dal dopo­guerra in poi, ha dovuto svi­lup­pare nuove stra­te­gie di soprav­vi­venza in una cul­tura che le è ostile, spe­cie da quando la Shoah è stata rico­no­sciuta come l’evento fon­da­tivo dell’identità euro­pea post-bellica. Quali sono que­ste stra­te­gie? Il suc­cesso comu­ni­ca­tivo del nega­zio­ni­smo è legato alla sua capa­cità di inca­me­rare e rime­sco­lare ele­menti che sareb­bero alieni al suo codice gene­tico: primo fra tutti il prin­ci­pio della libertà di espres­sione.
A riper­cor­rere la para­bola del nega­zio­ni­smo si col­gono le spic­cate capa­cità adat­tive di que­sto meme, per un tren­ten­nio cir­co­scritto ai suoi foco­lai post­bel­lici, per­lo­più di estrema destra, dove si ripro­duce quanto basta per soprav­vi­vere in forma quasi asin­to­ma­tica. È nel 1978–9 che, sull’onda del caso Fau­ris­son, comin­cia a pro­pa­garsi nel dibat­tito pub­blico. Nel cro­giolo delle pole­mi­che sulla bana­liz­za­zione e sulla sacra­liz­za­zione della memo­ria (sca­te­nate dal suc­cesso pla­ne­ta­rio della mini­se­rie tv Holo­caust la tesi nega­zio­ni­sta si aggrega sur­ret­ti­zia­mente ad altre for­ma­zioni cul­tu­rali in rapida espan­sione. Tra que­ste: la cri­tica allo sfrut­ta­mento com­mer­ciale e poli­tico dell’Olocausto; l’affermarsi del para­digma vit­ti­ma­rio come matrice di iden­tità dolenti e riven­di­ca­tive che si con­ten­dono la «palma della sof­fe­renza»; e, soprat­tutto, l’idea che Israele tragga ille­citi van­taggi dal trauma della Shoah per mono­po­liz­zare lo sta­tuto di vit­tima asso­luta, come tale al riparo da ogni bia­simo o con­te­sta­zione.
Non si tratta di argo­menti imme­dia­ta­mente ascri­vi­bili alla destra fasci­sta. Al con­tra­rio, molti di essi sono pre­ro­ga­tiva del pen­siero cri­tico della sini­stra anti-colonialista e anti o post-sionista. Il suc­cesso di Fau­ris­son e dei suoi epi­goni è dovuto alla scelta reto­ri­ca­mente vin­cente di camuf­fare la tesi dei nazi­sti con argo­menti anti-imperialisti, anar­coidi e vit­ti­mi­stici che ne allar­gano il bacino di utenza, con­fon­dendo i ruoli e i piani del discorso. Lo dimo­stra (tra l’altro) l’appoggio a sca­tola chiusa che Noam Chom­sky pre­sta a Fau­ris­son in una let­tera del 1980 in cui defi­ni­sce il nega­zio­ni­sta fran­cese «una spe­cie di libe­ral rela­ti­va­mente apo­li­tico». Al di là della dia­gnosi a dir poco discu­ti­bile, Chom­sky non entra nel merito dell’argomento nega­zio­ni­sta in sé, sul quale non si pro­nun­cia, ma difende a spada tratta il diritto di for­mu­larlo senza incor­rere in san­zioni (Vol­taire, ecce­tera).
Curioso para­dosso: i nega­zio­ni­sti ria­bi­li­tano coloro che bru­cia­vano i libri al grido di «le idee non si cen­su­rano». Ma fa sistema con un’aporia di segno oppo­sto: la pre­tesa di com­bat­tere la recru­de­scenza delle tesi nazi­ste per mezzo della cen­sura. Si potrebbe discu­tere a lungo se il divieto di espri­mere opi­nioni obli­qua­mente anti­se­mite costi­tui­sca o meno una vio­la­zione dei prin­cipi demo­cra­tici fon­da­men­tali. Resta comun­que la per­ce­zione dif­fusa, e non del tutto immo­ti­vata, che un simile divieto, spe­cie quando san­cito per legge, strida con i valori liber­tari sban­die­rati dalle demo­cra­zie occi­den­tali.
Gli anni ottanta segnano un picco di visi­bi­lità del nega­zio­ni­smo euro­peo che i media pre­sen­tano come un argo­mento sca­broso con cui occorre fare i conti per defi­nire i con­fini del discorso tol­le­ra­bile. I nega­zio­ni­sti in cerca di noto­rietà impa­rano a fare leva pro­prio sulle rea­zioni di ripulsa che i loro discorsi gene­rano, al con­tempo invo­cando i più alti prin­cìpi demo­cra­tici per deviare i con­trac­colpi delle loro pro­vo­ca­zioni. Di qui, i ten­ta­tivi di debel­lare l’insidia per mezzo di potenti anti­vi­rus: i primi prov­ve­di­menti disci­pli­nari e, dagli anni novanta, l’istituzione di spe­ci­fi­che leggi che com­mi­nano multe e san­zioni a chiun­que neghi i cri­mini con­tro l’umanità. E tut­ta­via, lungi dallo scon­fig­gere il nega­zio­ni­smo, le leggi della memo­ria gli con­sen­tono di paras­si­tare altri memi, come quello della libertà di espres­sione, e di sfrut­tarli a scopi pro­pa­ga­tivi.
Si capi­sce per­ché negli ultimi quin­dici anni la rete sia diven­tata l’habitat ideale del nega­zio­ni­smo. Non si tratta solo dei van­taggi tec­nici che il mezzo offre: eco­no­mi­cità, pro­cessi di disin­ter­me­dia­zione, ano­ni­mato, vira­liz­za­zione dei con­te­nuti, pos­si­bi­lità di aggi­rare qual­siasi cen­sura… In rete il duplice para­dosso imbri­cato della nega­zione (che sostiene tesi raz­zi­ste per mezzo di argo­menti liber­tari) e della sacra­liz­za­zione (che sostiene tesi anti­raz­zi­ste per mezzo di stru­menti anti-democratici) pro­duce effetti esplo­sivi. È nella natura porosa di Inter­net rac­co­gliere i detriti e i reietti del sistema, pro­prio in nome dell’ideale liber­ta­rio di cui la rete è – o pre­tende di essere – la mas­sima espres­sione. Sot­to­messa sol­tanto al pro­fitto dei gestori, pro­mette di rea­liz­zare il sogno di un’informazione gra­tuita, oriz­zon­tale, pro­tesa verso lo scam­bio aperto di cono­scenze utili al pro­gresso dell’umanità. E tut­ta­via que­sta gra­tuità ha un prezzo. La man­canza di fil­tri – e di fini – lascia pas­sare tutti gli scarti della cul­tura «uffi­ciale», accre­di­tata o seria che dir si voglia. Il web si popola delle più dispa­rate teo­rie del com­plotto, imper­niate sul con­cetto che «tutto quello che vi hanno inse­gnato a scuola è falso», ragion per cui chiun­que abbia una tesi fra­gile da pro­pa­gan­dare trova asilo in rete. Anzi, si inor­go­gli­sce dei rifiuti che subi­sce nel mondo offline, inter­pre­tan­doli come altret­tante con­ferme della vali­dità delle sue tesi: «se il Sistema mi ostra­cizza, signi­fica che ho ragione». E non sono solo le teo­rie del com­plotto a pro­li­fe­rare in rete. Altri generi vi attec­chi­scono con suc­cesso: la por­no­gra­fia, le curio­sità mor­bose, i freak,il grot­te­sco e la pro­fa­na­zione car­ne­va­le­sca di ciò che la cul­tura «uffi­ciale» ha decre­tato essere vene­ra­bile e sacro. Il nega­zio­ni­smo ha ele­menti in comune con tutti que­sti generi deformi e, anche per que­sto, negli ultimi anni la sua pre­senza in rete si è molto accen­tuata. Nello spa­zio vir­tuale i nuovi anti­se­miti si rita­gliano delle nic­chie pro­tette e allun­gano i sen­sori verso l’esterno, alla ricerca di nuovi sim­pa­tiz­zanti.
Avviene così che siti non aper­ta­mente raz­zi­sti ospi­tino inter­venti anti­se­miti in nome esclu­sivo della libertà di espres­sione. Alcuni divul­ga­tori del verbo nega­zio­ni­sta lan­ciano le loro pro­vo­ca­zioni in blog aperti, sca­te­nando fla­mewars che rimet­tono in cir­co­la­zione fram­menti dell’archivio anti­e­braico, pro­pa­gan­doli oltre i foco­lai dell’estrema destra. Il suc­cesso di Dieu­donné in Fran­cia è un elo­quente segnale di una simile fuo­riu­scita (cosa c’entrano i ban­lieu­sards con il Front Natio­nal?). Ed è pro­prio que­sto il feno­meno da con­tra­stare con tutti i mezzi pos­si­bili, inclusa una capil­lare cam­pa­gna di infor­ma­zione e di adde­stra­mento, fin dai ban­chi di scuola, all’uso del pen­siero cri­tico, in rete come altrove. Biso­gna pri­vare il nega­zio­ni­smo di ogni pre­sti­gio anti-establishment affin­ché il feno­meno rien­tri nei suoi bacini d’origine, dove lo si può osser­vare e con­tra­stare per ciò che è, e non per ciò che finge di essere. Biso­gna iso­lare il virus, cir­co­scri­verlo e met­terlo in qua­ran­tena, visto che non lo si può eli­mi­nare del tutto e che – fuori di meta­fora – l’istituzione di leggi spe­ci­fi­ca­mente anti-negazioniste ottiene l’effetto oppo­sto di ricom­pat­tare lo sgan­ghe­rato popolo della rete attorno a un unico prin­ci­pio chiaro ed ele­men­tare: la difesa della libertà di espres­sione, ossia dell’unico valore etico di cui la rete si fa portatrice.

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